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Le cose che ho lasciato al numero 9 non erano pupazzi

Photo Credit: walidhassanein via Compfight cc

 Bentornati a La vostra infanzia è un film a episodi, l’unica settimana a tema che promettiamo di fare nel 2015.

 

 

Un edificio verde, al numero 9, il terrazzo che dà su una strada alberata interrotta da un incrocio. Visto da fuori non significa molto, anonimo, non ti immagineresti neanche che ci siano delle vite che si consumano là dentro. Non penseresti mai che dietro le tende da cucina si agiti l’intero mondo di una bambina.

Che nello specifico, sarei io.

A dirla tutta eravamo in due, io e lei, fotocopie una dell’altra, entrambe con le espressioni di una sola di noi. Gemelle, a scontare la pena eterna di esser nate al momento sbagliato.

Il fatto che fossimo in due non è poi così rilevante, dal momento che i miei ricordi e i suoi sono identici, come se si trattasse della stessa persona.

Negli anni mi sono intestardita per avere la mia faccia, e non la sua, due persone finalmente diverse, ma la verità rimane una: quando torno indietro nel tempo al principio della sera, lei non la vedo mai a fianco a me, perché lei era dentro di me.

Eravamo in due, di solito, ma non quel giorno dentro l’edificio verde al numero 9 di una strada alberata interrotta da un incrocio.

C’ero solo io, perché lei era già lontana anni luce in un altro edificio, quello che avremmo faticato a chiamare casa per molti anni. La preparavano con l’inganno a fare il trasloco di un’intera infanzia, senza che fosse ben chiaro cosa significasse.

Un po’ l’avevamo capito, perché eravamo delle brave osservatrici: dicono di noi che non parlavamo mai, ci appiattivamo alle pareti e fissavamo la gente muoversi. Esporsi.

Avevamo passato quegli ultimi mesi a dormire su delle sedie al pomeriggio, in quella casa che non aveva letti, tavoli, divani.

E mentre loro pensavano che noi riposassimo avevamo ascoltato il racconto del nostro futuro, un futuro su cui noi non avremo avuto nessun tipo di potere e che ci avrebbe portato lontano dal numero 9, a convivere con degli intimi estranei che ci somigliavano, in quella stanza con il soffitto che ci cadeva addosso e coi mobili riciclati dalle infanzie altrui.

Era tutto un gioco di prestigio.

Vedevamo le nostre cose sparire dai nostri letti. Poi sono spariti anche quelli. Non sapevamo più dove trovare i nostri giochi, alcuni dei quali non avremo mai più ritrovato. Perché alcune cose si perdono se te ne vai e questa sarebbe stata la prima lezione imparata dai nostri genitori.

Avevano meno di 30 anni e non avevano idea di come cucinare un purè di patate.

Quel giorno eravamo rimaste separate, perché quella notte nessuno mi avrebbe preparato la camomilla dopo cena e non ci sarebbe stata la filastrocca del signor uffa prima di addormentarci.

La notte mi assalivano le domande più incredibili e mia nonna, dopo avermi dato il bacio sulla fronte, si fermava sempre a rispondere.

– Nonna perché non riesco a inghiottire e respirare insieme? Sono malata?

– No, è normale che non ci riesca.

Avevo intuito che non avremmo dormito assieme quella notte perché non era rimasto più niente di mio, di nostro, in nessuna delle stanze.

Allora quando nostra madre ci aveva detto: volete venire a dare una mano nella nuova casa?

Io avevo detto di no e avevo lasciato andare solo mia sorella.

Quel giorno mia nonna faceva la pasta in casa, con le macchinette che le aveva prestato sua sorella. L’odore della farina e i matterelli non se ne sarebbero mai andati via dalle pareti del mio cervello.

Mia nonna è una donna discreta, e il modo migliore che conosceva per volerci bene era quello di nascondere il teatrino di violenza di sua figlia dietro il sipario, mentre lei allestiva uno spettacolo meraviglioso per noi.

A volte si sentiva qualche grido stonato dalle quinte, ma mia nonna riusciva a mantenere tutta la nostra attenzione.

Non dimenticherò mai che, la sera in cui nostro padre ci aveva spedite a letto senza cena per un motivo che non avevamo compreso (la storia di buona parte della mia vita), lei era comparsa a notte inoltrata con un piatto di pasta.

Non si era lasciata sfuggire un solo commento, ma quel suo gesto era stato per noi rivoluzionario.

Non ha mai detto una parola di troppo in quegli anni, e io ho scambiato per molto tempo il suo silenzio per indifferenza.

Mi sbagliavo.

Così come mi sbagliavo a pensare che nessuno notasse il distacco con cui ci ha cresciute nostro padre.

Quando quel giorno eravamo sole a preparare i ravioli non sono stata in grado di dire molte cose, perché ero una bambina.

Ricordo il desiderio incontrollabile che la giornata non terminasse, che la pasta non finisse, che i miei non mi portassero altrove, che le mie cose tornassero al loro posto.

Ricordo di aver detto poche parole, nel momento in cui avevo capito che presto sarebbero arrivati per trascinarmi nella mia nuova vita, mi pare avessi 5 anni e nessuna voglia di ricominciare da capo.

Le avevo detto: – Perché non posso restare?

E’ una frase che ancora oggi spesso mi viene da chiedere e che non faccio mai a voce alta per paura della risposta.

Perché quel giorno, il mio primo ricordo solamente mio e non di mia sorella, la risposta era arrivata e non ci avevo potuto credere.

E la risposta era:- Perché non si può tesoro mio. Non si può e basta.

E io non le ho detto cosa pensavo veramente.

Invece mi ero aggrappata al suo grembiule, alla ricerca di un abbraccio così bello che nessuno avrebbe avuto il cuore di allontanarci. E lei mi aveva regalato una nostra foto incorniciata da un cartoncino decorato con dei cuoricini.

– Così la notte ti darò la buonanotte e sarò con te.

Una foto che adesso è rinchiusa nella cesta delle bambole con i nostri visi rigati dalle mie unghie.

Poi sono arrivati a prendere l’ultimo pezzo del mio mondo in via numero 9, cioè il mio corpo, e con mia sorella è iniziata un’altra storia in cui nessuno ci leggeva dei libri a voce alta o si faceva vestire di coperte.

La storia in cui ci nascondevamo sotto i letti di pomeriggio, finché lui riusciva a raggiungerci tirandoci via per i capelli. Le scuse di nostra madre la sera: vi ha fatto male?

La storia di me e lei, tenendoci la mano, il silenzio, la lampada accesa, la foto di nonna che ci sorrideva.

La promessa che non avremmo mai dimenticato, senza sapere che la memoria sarebbe diventata così pesante da lasciarci deformate.

 

 

 

Simonetta Spissu vive, studia e lavora a Torino. E’ nata in Sardegna a novembre, nel 1989. Ha frequentato la Palestra Holden. E’ stata finalista al premio La Giara 2012, ha pubblicato racconti con Storie brevi, Carta bianca, Sui generi e Daily storm.