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Ma io le labbra me le sapevo truccare

selfie

 

Dicono che le labbra siano la parte più difficile da truccare, ma io so farlo bene. Sono un disastro in tutto il resto, ma non sulle labbra.

Mi piacciono le matite, tutte le matite. Quelle di grafite, per disegnare, prima d’ogni altra. Alcune hanno l’impugnatura poligonale, altre circolare. Certe sono così grasse che si sporca subito la punta, appena l’hai un po’ maneggiata con le dita calde. Il professore Montelli me ne regalò una di grafite pura, molto setosa, ma non morbida. Montelli mi chiese anche di passarmi la lingua sulle labbra, dicendo che ero sexy. Davanti a tutta la classe.

Usavo una matita color mattone, all’epoca, uno dei miei colori preferiti. Le matite da trucco non si temperano come quelle da disegno, non basta il taglierino, ci vuole il temperino apposito, e deve essere nuovo. Non devono essere troppo affilate, la punta deve rimanere tonda, ma sottile. La matita deve essere buona, almeno 30 euro. Si disegna il contorno, e poi si colora dentro, come una campitura omogenea. Bisogna andarci leggere, calcare sarebbe facile, ma il colore diventa troppo pesante. Allora bisogna toglierne un po’, ma senza strofinare. Meglio passare un lucidalabbra e poi baciare più volte un fazzoletto. Il colore va via morbidamente e lascia le labbra colorate e asciutte per ore. Anche se si danno un paio di “finti baci”, la matita resiste, non come il rossetto che si appiccica sul fard delle altre o sulle guance degli uomini.

Una volta stampai un bacio sul volto di Alberto Celletti. Glielo volevo proprio dare quel bacio, lo volevo tatuare. Tutte a scuola eravamo innamorate di lui, e della tenerezza dei suoi acquerelli.

Fai tanta fatica, attenta a non lasciare gli angoli vuoti, a non sbagliare la linea del labbro inferiore destro, la più difficile. Ripari, con un segno in più, o strofinando il colore dentro, se hai esagerato.

Fiori di pesco, stasera esco. Metti la crema coprente, il fondotinta, per l’ennesima volta. Piano piano, a piccoli tocchi, dall’interno verso l’esterno. Metti la cera, togli la cera.

Speri che qualcuno ti dica: come stai bene. Speri che lui, proprio lui, ti dica: come stai bene. E se non sarà lui, che diavolo, almeno qualcun altro, che faccia un complimento.

Niente: la tua misera messe è una manciata di sguardi, un paio di sorrisi, uno scambio di battute. Neanche il minimo sindacale per poterci costruire sopra un sogno, con una buona fantasia.

Torni a casa, come un calciatore sconfitto, e inizi a smontarti. Via i vestiti buoni, si piegano e si mettono nell’armadio, a cuccia, pronti per un nuovo impegno chissà quando. Via il trucco. Togli la cera.

Anche per oggi, niente, nessuno s’è accorto di te, lui non ti ha neanche considerata. Quel maledetto motorino d’avviamento che ronza in pancia.

Quante cere che ho tolto in vita mia. Quanti dischetti levatrucco, ammucchiati uno sull’altro, bianchi immacolati, come garze in attesa di clampare una ferita. E poi, tolto il fondotinta, dall’altro lato del lavandino, con addosso il colore del fango.

Togli la cera, e scopri la couperose, come una mega gomma per cancellare. La couperose che ti fa diventare rossa come un papavero quando vai in bambola. Vergognati della vergogna! Togli la cera, e scopri la tua pelle allentata, con quella texture sottile che sai che da vecchia diventerà come quella del volto di tua madre, un foglio di carta da pacco accartocciato e disteso, buono da fotografare per uno sfondo Photoshop.

Il dorso delle mani ha perso elasticità: te le guardi e dici: ma che ci ho fatto io, con queste mani? Case? Giardini? Orti? Ho lavato animali, mi sono lavata la biancheria, ho lavato qualche padella e montagne di piatti, ma non ho fatto come mia madre, le mie zie, le nonne e le nonne delle nonne, che lavavano al fiume o strofinavano sull’asse da bucato, con la cenere e l’aceto. Dov’è la mia bella pelle chiara, liscia, senza macchie aliene?

Dove sono i miei vent’anni? Sono sepolti da altri venti di leva militare a servizio della famiglia, di mio padre, di mio cugino, degli amici di mio padre. Ero un cecchino: scendi in campo, prendi gli ordini, esegui, rientra. Senza domande, credendo di servire per la “Patria”. Ho servito invece la patria potestà.

Sono sepolti da non so quanti chili di grasso e carne, accumulati per un farmaco che se non ci fosse starei nel letto tutti i giorni, tutto il giorno, a fissare il soffitto che gira attorno a me.

Come glielo spieghi a Montelli, a Celletti? Non puoi, punto. Nessuno ci crederebbe.

Un tale, un lupo travestito da agnello, una volta me lo disse in faccia: – Ti farebbe bene correre perché sei ingrassata.

Quante cose ho pensato in quell’istante! In un istante dentro quell’istante, avevo persino pensato che avrei potuto tentare di farglielo capire. Ma poi qualcuno ha parlato, l’istante nell’istante si è vaporizzato, e io ho crollato le spalle, sconfitta una volta di più. Ho espirato, ingobbendomi, la borsa tenuta dai manici come una valigia per poco non ha toccato il pavimento.

Una vita rassegnata, che tira avanti in mezzo a disastri quotidiani, con alle spalle botte e violenze, solitudine, abbandono, sfruttamento, incomprensione. Una lotta continua e solitaria contro il muro del potere maschile, che ti stritola, ti impasta, ti inforna e ti tira fuori come una ciambella, tenera tenera, pronta per essere addentata. Impossibile, una lotta impari.

E soprattutto, come fargli capire che aveva vanificato il tempo che avevo impiegato per asfaltarmi la faccia, per essere carina?

No, posso passare sopra la violenza, ma non sulla BB Cream.

Perché io le labbra me le so truccare.

 

 

 

Lidia Zitara, illustratrice, giornalista e giardiniera, vive e lavora a Siderno in provincia di Reggio Calabria. Il suo ultimo libro è “La piccola estate” (Pendragon, 2014). Scrive (poco) sul blog Giardinaggio Irregolare. Su Twitter la trovate come @Giardirregolare.