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La gente come me

Photo Credit: Lieven SOETE via Compfight cc

Un anno e mezzo fa ero nel mezzo del periodo di esami a Leuven. Erasmus: la più bella esperienza della mia vita, ma questo è un cliché ormai risaputo. In mezzo a quel turbinio di esperienze assurde e fantastiche, dal nulla decisi di andare a Parigi con una persona altrettanto fantastica (ma questa è un’altra storia). Non dissi niente a nessuno, presi i biglietti e quattro ore dopo ero a Parigi. Meraviglia. 

Dopo un anno e mezzo sono di nuovo a Leuven, come Visiting Scholar. Mentre sono seduta in un bar con un’amica, ad aggiornarci sugli ultimi eventi salienti delle nostre vite, in televisione c’è un giornalista fiammingo che parla. Parla una lingua, lasciatemelo dire, quasi demoniaca, impossibile da imparare o farsela piacere, tuttavia affascinante. Io e la mia amica non capiamo subito e non capiamo bene, ma le immagini parlano chiaro. I telefoni iniziano a squillare. Facebook, ancora una volta, inizia a darci una vaga idea della realtà che ci circonda, prima ancora di alzarci da nostro tavolo. Facendo un rapido riassunto delle notizie in spagnolo, francese, italiano e inglese finalmente capiamo e il gelo inizia a diffondersi. Tutti abbiamo amici, conoscenti e ricordi a Parigi. Tutti. 

La mattina dopo incrocio per strada quattro uomini barbuti, vestiti con tuniche nere, e per un millesimo di secondo m’irrigidisco. Sì. Di spalle sembrano la personificazione del musulmano super-cattivo dipinto dai media occidentali. Poi si girano e noto che hanno collo dei crocefissi d’oro degni di Snoop Dogg. E mi rilasso. Anzi, ne approfitto per parlarci, perché è la prima volta che ho l’occasione di incontrare dei preti ortodossi, un’occasione imperdibile per una curiosa come me. Eppure è troppo tardi. Ormai è fatta. È successo anche a me. I media sono riusciti a instillarmi quella paura ignorante, bigotta e irrazionale che ho riscontrato così spesso negli altri. Dopotutto, allora, non sono così intelligente come pensavo di essere.

I giorni scorrono apparentemente tranquilli, almeno per me che ho sempre la testa per aria. In realtà, per la prima volta, quella testa inizia ad essere seriamente preoccupata per il futuro. La situazione degenera quando, alla fine di una conferenza, mentre discuto con un post-doc olandese della mia tesi (“Seconde generazioni italo-magrebine emigrate in Belgio”), vengo interrotta da un ragazzo che grida davanti a tutti: – Why don’t you go to Molenbeek? Go to Molenbeek! It’s full of people like you. Gelo. Mi sento mortificata. Nella mia vita ho vissuto atti di razzismo più o meno pesanti, più o meno aggressivi, più o meno cafoni, ma mai all’interno di un contesto universitario. In un dipartimento di scienze sociali, per di più!

Quel pomeriggio torno nella mia stanzetta con la testa piuttosto pesante. Molenbeek, in effetti, è abitata esclusivamente da cittadini di origine marocchina. Cittadini come me. Figli di migranti come me. Il terrorista in fuga ha la mia età, è cresciuto in Europa. “People like you”, people like me (se ragioniamo per sillogismi). Allora perché io sono qui a scrivere la mia tesi magistrale e un ragazzo, con un background apparentemente identico al mio, era a Parigi a uccidere delle persone innocenti? Temo non lo sapremo mai con certezza.

L’atmosfera si fa ancora più pesante quando una mattina riceviamo una mail dal rettore che ci informa dell’allerta livello 4 in tutto il paese. Eventi annullati, mezzi pubblici ridotti e sconsigliati. Ristoranti e bar chiusi. L’atmosfera ridente e festaiola di Leuven sparisce improvvisamente nel nulla. Sembra che i Dissennatori siano arrivati e abbiano succhiato via la vita e la leggerezza di tutto il paese. Il giorno dopo mi sveglio e all’entrata principale del mio residence trovo un poliziotto a sorvegliare. Ecco, immaginatevi di essere svegli da dieci minuti e di ritrovarvi di fronte a un energumeno vestito di nero con una faccia cattivissima. Armato fino ai denti, ça va sans dire.

Però tutto passa, i fiamminghi hanno un contegno eccezionale, uscendo per strada niente sembra diverso, o cambiato, e lentamente la vita riprende il suo corso. I bar e ristoranti riaprono. L’ansia c’è, ma si fa sempre più piccola, e inizia a lasciare spazio al fastidio. Vorremmo sentirci tutti più sicuri di muoverci, di andare e di tornare. A Leuven l’allerta è scesa a livello 3, a Brussels (come la chiamano qui) è ancora a 4, e noi studenti dell’Europa meridionale abbiamo altro di cui discutere: il clima di merda. Tutto regolare, insomma. 

Hanane El Hajouli – per pigrizia fonetica Anna – è nata a Casablanca nel 1989. Cresciuta tra Modena e Bologna, è innamorata delle Fiandre. Laureanda in Lingua e Cultura italiane per stranieri, ballerina professionista davanti allo specchio, ha un futuro ancora incerto.