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La forza del ciclamino [pt. 4]

ILLUSTRAZIONI DI BENEDETTA C. VIALLI

Si conclude oggi la storia vera che Bianca e Benedetta ci hanno regalato per tutto il mese di aprile. Siete curiosi di sapere come finisce?

Apro l’ufficio con la morte in corpo, un senso greve di abbandono. Il condominio non ha subito danni, fuori dalla mia finestra non è cambiato nulla, solo delle grandi pozze d’acqua. Verso metà mattinata Lui spunta dalla porta del mio ufficio, mi si para davanti, mi dice che se non ci fosse stato Giorgio sarebbe diventato un disastro.

Io riesco solo a pensare che il disastro siano le persone come Lui.

Mi dice che non pensava fossi così paurosa.

Quando rimango sola, in gola ho una stretta di frustrazione e rabbia. Decido che andrò nell’ufficio di Lui, chiedendogli un contratto, qualcosa che mi tuteli come lavoratore.

Percorro i cinque piani che mi separano dalla sua scrivania, e quando sono lì davanti, di fronte al suo colletto perfettamente inamidato, vorrei sganciare le parole come bombe, e invece mi pare solo di scongiurare un atto dovuto, farlo scivolare timidamente oltre la moquette della stanza.

Lui mi dice che non è proprio possibile, i patti erano chiari, lo erano fin dall’inizio.

Non serve fargli presente ciò che è accaduto, la situazione di difficoltà in cui mi ha messo, le circostanze rischiose nelle quali mi ha chiesto entrare.

Mi dico molla tutto, vattene di qui.

E invece arriva il 2016, il giornale è fallito da tempo e sto ancora attendendo i trecento euro che mi spettano. Il fondatore è sotterrato di denunce da parte di tutti quei collaboratori e giornalisti con cui si è indebitato, e quando sollecito il pagamento mi risponde che i soldi non li ha, che posso denunciarlo anche io se voglio, se ho il coraggio.

In ufficio Lui mi ha stipulato un’assicurazione che non si capisce bene come funzioni, ma il concetto è semplice, “se si fa investire da un autobus, è risarcita”. Risarcita da morta, non male come traguardo, soprattutto se vuoi mettermi a tacere.

Nei due anni successivi m’innamoro, cambio casa, ci metto dentro tutta la vita che mi è venuta a mancare. La sera d’estate fino a tarda notte faccio la baby sitter, arrotondo il conto in banca e le bollette. Poi quando la mamma del bambino mi chiama il taxi, ci carico sopra anche l’aspirapolvere nuovo, così finalmente avrò un appartamento che posso pulire. Sul divano, quando il bambino che tengo è già a letto, scrivo le recensioni gastronomiche per un sito di locali e cucina. Dieci euro a pezzo, non è il futuro, ma continuo a scrivere.

Passo l’inverno del 2016 a cercare un altro lavoro. Decido che niente dovrà mai più restare in nero, escluso il tubino di seta che ho nell’armadio, quello che scivolava sulla pelle aggraziata di mia madre. La domenica, a casa, correggo il mio curriculum vitae, poi apro il pc e scrivo racconti, riempio il bianco dei pixel con incerta malinconia.

Provo a fare dei colloqui, nell’ultimo ho davanti un uomo in completo grigio che mentre parlo scorre la bacheca di Facebook. Me ne vado a metà incontro, gli dico che quando parlo vorrei essere guardata e ascoltata. Lui non capisce cosa intenda dire, io mi lascio la porta alle spalle.

Con l’arrivo dell’inverno inizio il tirocinio come segretaria part time in uno studio privato. Quando sei mesi dopo vengo assunta, firmando il mio primo contratto,  il clima in ufficio è diventato insostenibile. Pur di accumulare denaro, Lui personalizza qualunque direttiva ufficiale. M’invita ad emettere permessi anche in situazioni in cui l’utente potrebbe farne a meno, mi fa compilare le ricevute senza consegnare al cliente la sua copia. Ingoio risentimento, ci sono delle mattine che bruciano come benzina sul fuoco, mi fanno venire il voltastomaco. Poi arriva l’estate, e l’afa accompagna il giorno in cui decido che posso scendere da questa giostra arrugginita. Non importa se non sarò io a fermarla, mi dico mentre percorro la lunga discesa che conduce all’ufficio, quello che è importante è scegliere di essere onesta e corretta con me stessa. Dietro a questa storia sono settimane che non dormo, mi trascino a letto l’ansia del vuoto, quella sensazione che mi cattura gli arti ogni volta che immagino di entrare nell’ufficio di Lui e dirgli che finisce lì, che lascio il posto per sempre, sperando rimanga vuoto altrettanto.

Mi piacerebbe davvero fare così, abbandonare quel posto dall’oggi al domani, non dargli né tempo né altro, solo la mia assenza improvvisa. E invece una mia amica è già pronta a prendere il posto, le va bene quel pacchetto e la capisco, a suo tempo è andato bene anche a me. Non per molto, in verità, ma per inerzia, questo sì. E poi, penso quando giungo davanti al portone dell’ufficio, non riesco ad essere stronza come Lui, nonostante tutto preferisco lasciare quel lavoro comunicandolo con un giusto anticipo, che a diventare come Lui ci si mette un attimo, un po’ di astio col contagocce.

Quando mi presento davanti a Lui, non passo dal via, gli chiedo qualche minuto per parlare e in verità questa volta parlo quasi solo io, l’esatta dicotomia col nostro primo incontro.

– Volevo dirle che a settembre me ne andrò.

Lui si raddrizza sulla sua poltrona girevole, il volto si fa improvvisamente rosso.

– Oh mi dispiace. Perché va via?

– Perché ho bisogno di migliorare la mia situazione lavorativa.

E per me, sarebbe anche chiusa lì, con diplomazia, senza parlare di cose ovvie.

– Beh, è molto corretta a dirmelo con anticipo.

Faccio per andarmene, gli rispondo che se vuole ho già un nome di fiducia a cui passare il ruolo.

– Si certo grazie, direi che se ha qualche conoscenza responsabile me la può portare qui in ufficio per un colloquio.

Mi tornano in mente le poltrone rosse, il mio curriculum steso secco sul tavolo, il suo completo impeccabile.

– Bene, torno di là allora.

Mentre mi volto per uscire, Lui afferra l’ultimo brandello di conversazione.

– Ma come mai, scusi? Si trova male qui?

– Mi trovo a tre anni senza un contratto.

Lasciami uscire, stronzo.

– Eh vabbè ma questo è un lavoretto così.

Dentro di me implode tutto, vengono giù interi grattacieli di acredine, si abbattono sui muri di una città buia, corrosa dall’ombra.

– No, questo lo pensa solo lei.

– Ma su, sono dodici ore a settimana.

Sta quasi per ridere, è un gioco assurdo il suo.

– Dodici ore alla settimana con grandi responsabilità. Io voglio un contratto, una tutela, dei contributi pagati. Il fatto che io abbia un contratto presso una clinica non mi fornisce abbastanza solidità.

Lui è diventato un mattone di serietà, l’espressione tesa.  Pensa se ora gli cadesse la faccia, mi dico.

– Va bene allora, arrivederci.

In studio, alcuni colleghi mi dicono che sono impazzita a mollare quel lavoro, è pur sempre qualcosa in più, avresti dovuto trovarne un altro prima di lasciarlo, aggiungono.

Ma quando arriva quel fatidico giorno, l’ultima mattina di settembre, io vado dritta dal fioraio, compro dei ciclamini, ne prendo due bianchi e due rosa. Arrivo a casa, svuoto i vasi dalla terra vecchia, li sciacquo fino a far sparire ogni traccia delle vite passate. Poi prendo il sacco di terra che ho in balcone, un terriccio pulito, che mi lascia i polpastrelli umidi. Riempio i vasi di terra e trapianto i ciclamini, li guardo adagiarsi in quello spazio rinnovato.

Ci sono fiori molto più belli, con colori vivaci e note profumate da far girare la testa. Ma i ciclamini fioriscono d’inverno, riescono a sbocciare anche sotto la neve, mantenersi nel vento gelido di gennaio, e fiorire ogni anno di nuovo, come se il Natale portasse la primavera. Quella mattina ho sistemato i vasi in balcone, e ogni giorno fino ad oggi ho osservato i boccioli crescere, aprirsi, asciugarsi dopo la pioggia. Voglio che diventino sempre più aggraziati e resistenti, mi sono detta, mi prenderò cura di loro affinché continuino a fiorire, anno dopo anno, per il tempo a venire.


Bianca Bertazzi [testi] nasce a Genova nel 1987. Si laurea a Rimini in Culture e Tecniche della Moda, scegliendo poi di percorrere altre strade, facendo lavori sempre diversi e sempre più vicini alla sua passione: scrivere. Oggi lavora in libreria, spulcia tra le righe fitte degli altri, sperando un giorno di catalogare anche il proprio  nome nella lista degli autori. I suoi racconti sono stati pubblicati da alcuni siti e blog tra i quali Squadernauti, Inutile e Spaghettiwriters. È affascinata dall’aspetto tragicomico della vita e usa Facebook per celebrarlo senza attese.

Benedetta C. Vialli [illustrazioni] nasce sulle montagne trentine ma approda in laguna veneta per studiare arte. Ha iniziato a disegnare ancor prima di imparare a parlare, copiava le illustrazioni dei libri e dei fumetti che trovava in casa e le sue prime commissioni risalgono al tempo dell’asilo. Per anni si è sporcata le mani con tempere, acquarelli e graffite ma da qualche tempo ha incontrato una gigantesca tavoletta grafica e da allora non la molla più! Presta il suo talento a blog, siti e riviste, trovate i suoi lavori su: Soft Revolution, L’Insicuro, Vice, Uonnabi e tanti altri.