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La forza del ciclamino [pt. 1]

Illustrazioni di Benedetta C. Vialli

Venerdì con sorpresa: c’è una nuova storia su Abbiamo le prove. Illustrata. In più parti. Andrà avanti per tutto il mese. Ogni venerdì. Che dire? WOW.

Super ringraziamenti a Bianca e Benedetta, nostre autrici da ora.

Quella mattina sulla città si affaccia un sole quasi disturbante, me lo ricordo filtrare oltre i vetri, stamparsi contro i muri con prepotenza: è il gennaio del 2013, nemmeno due anni che sono morti i miei genitori, un tumore ciascuno li ha spediti dritti sottoterra, lasciandomi una casa piena, un cuore asciutto e una brava psicanalista tutti i martedì mattina.

Da qualche mese lavoro alcune ore come commessa in un negozio di abbigliamento. Un po’ di tempo pagata in vaucher, tutto il resto in contanti. Mi arrampico tra i fine settimana dei saldi, le collezioni nuove, le clienti che cercano il rosa tenue e la lunghezza al ginocchio, la noia dei sorrisi estranei e della saracinesca che ogni sera si chiude male.

Quella mattina ricevo la chiamata di Ada, e quando rispondo dall’altra parte mi trovo la sua voce entusiasta e gentile, il tono brillante che accompagna ogni sua battuta. Ada è una signora sulla sessantina, abita in un grande appartamento sopra al centro città. Ogni tanto ho fatto la cameriera alle sue feste private, guardaroba e vassoi di spumante, un tumulto di fili di perle e camicie informali. Poi feste non ce ne sono state più, ma il legame sincero è rimasto, e così quella mattina mi chiama, proponendomi l’ultima cosa che potrei attendere quel giorno. Mi dice che l’altra sera ha partecipato ad una cena, e che c’era anche Lui, e che Lui sta cercando una persona come segretaria, qualcuno in grado di gestire un ufficio di emissione visti. Ada mi dice che ha subito pensato a me, sei così in gamba, – aggiunge – mi ha detto di darti il suo numero così vi sentite per un colloquio. Tengo il cellulare stretto all’orecchio, e mentre guardo fuori quel cielo azzurro disarmante, le dico che grazie, è stata davvero gentile a pensarmi, ma io non so nemmeno l’inglese, è proprio sicura che possa fare al caso di Lui?

Scegli tu, – mi risponde –, vedi cosa ti propone e poi decidi.

La mattina del colloquio non ho ancora deciso niente. Indosso un abito blu vintage e infilo in borsa la copia aggiornata del mio curriculum vitae. Arrivo con qualche minuto di anticipo e una signora dall’aria vagamente impettita, ma cortese mi fa accomodare in una stanza piena di poltrone rosse basse, con una riga di finestre che illuminano il lungo tavolo centrale. Mi dice di aspettare lì, che Lui mi riceverà a breve. Sprofondo nella poltrona insieme ai miei dubbi, appoggio il curriculum vitae sul tavolo. Cerco di immaginare come potrà svolgersi la conversazione, il momento in cui gli dirò che si, sono stata a Londra a fare la cameriera, ma continuo a padroneggiare l’inglese con la stessa titubanza che riservo al dialetto siciliano. Quando finalmente Lui compare nella stanza, ha l’aria disinvolta ed elegante, un signore di una certa età, con quella brillantezza formale tipica di chi vorrebbe snellire il proprio ruolo di autorevolezza e responsabilità. Ci presentiamo, Lui infila qualche battuta spiritosa e si siede, capisco che sta misurando fino a che punto io possa rientrare nel suo standard di ragazza sveglia. Il mio curriculum giace immobile tra di noi, Lui sembra non notarlo, si dedica a srotolare una serie di richieste rapide, alcune domande sulle mie capacità organizzative, poi viene al dunque. Serve una ragazza che per alcune mattine a settimana si occupi di gestire completamente l’ufficio visti, accogliere l’utenza, rispondere al telefono e controllare la posta elettronica e i contatti esterni. Al momento c’è una persona che ricopre quella mansione, ma serve qualcuno a cui lasciare completamente il ruolo, qualcuno che sia affidabile e flessibile. Su quest’ultima parola non mi ci soffermo abbastanza, non colgo col dovuto anticipo che quella è la chiave di tutto, il termine di cui Lui abuserà ogni volta che sentirà minacciata la sua posizione, la sua ultima parola in merito. Alla fine del nostro incontro sono passati venti minuti, venti minuti nei quali Lui ha dipinto un impiego che pare quasi un passatempo, un lavoro che non richiede più di una dozzina di ore alla settimana e sembra perfetto, – penso – meno perfetto il fatto che sia del tutto in nero. Su questo punto lui è preciso. Non può permettersi di pagare una persona per quella posizione, mi dice, e aggiunge che non sarà un ruolo che mi consentirà di fare carriera ma se voglio arrotondare può essere l’occasione giusta. È bravissimo a vendere la sua offerta, abile a smussare e lasciare incomplete alcune risposte ai miei quesiti. Le domande che pongo sono poche. Avrei preferito un contratto, che discorsi, è da quando ho diciassette anni che lavoro e adesso che ne ho ventisei posso contare un solo impiego regolarmente retribuito, dieci giorni come cameriera ad una fiera. Alla fine del colloquio Lui mi guarda, sembra soddisfatto del nostro incontro ma non capisco come ciò sia possibile, visto che non ha sfiorato nemmeno il mio curriculum e ha tenuto la parola pressoché tutto il tempo. Vorrebbe congedarmi, così gli domando come mai non voglia sapere nulla di me, provare a scorrere le mie esperienze lavorative. Allora Lui mi guarda, quasi trattiene una risata, e poi, come se stessimo parlando da vecchi amici, con tutti quegli elementi naturali di un legame consolidato, mi dice che si fida della raccomandazione di Ada, quindi possiamo anche cominciare dalla settimana seguente, devo solo decidere se accettare o no quelle condizioni, e che nel caso mi farà sapere quanto potermi pagare all’ora. In quel momento ho già deciso la cifra, mi prometto che se fosse anche solo un euro di meno non se ne farebbe niente. Se per l’ennesima volta devo lavorare in nero, – mi dico, – voglio che la paga sia dignitosa. Quando una settimana dopo ci incontriamo nuovamente nel suo ufficio per definire  i dettagli, Lui mi propone esattamente la cifra che avevo stabilito. In quel momento accetto il lavoro, e mentre lo faccio penso che sia una conquista straordinaria la mia,  una di quelle cose da raccontare, perché ho un nuovo impiego senza averlo cercato, perché qualcuno si è preso la briga di contare su di me. Parlando, Lui mi ha infarcito la testa di cose spiritose, leggerezze fuori contesto, storie che lentamente appannano la verità dei fatti, ovvero che ho un mese di tempo da ora per apprendere un mestiere di enormi responsabilità che svolgerò in nero, senza ferie pagate, senza mutua, senza esistere pur esistendo. Sono talmente euforica, e lo sono in modo così ingenuo, che quando esco dall’ufficio mi compro un gelato enorme e mi butto tra gli scaffali di un grande magazzino, uscendone con un sacchetto di abiti nuovi. Spendo i soldi che ancora non ho. Chiamo Ada e la ringrazio, poi mando messaggi agli amici, scrivo che non ci crederanno mai a quello che sto per dirgli.

 


Bianca Bertazzi [testi] nasce a Genova nel 1987. Si laurea a Rimini in Culture e Tecniche della Moda, scegliendo poi di percorrere altre strade, facendo lavori sempre diversi e sempre più vicini alla sua passione: scrivere. Oggi lavora in libreria, spulcia tra le righe fitte degli altri, sperando un giorno di catalogare anche il proprio  nome nella lista degli autori. I suoi racconti sono stati pubblicati da alcuni siti e blog tra i quali Squadernauti, Inutile e Spaghettiwriters. È affascinata dall’aspetto tragicomico della vita e usa Facebook per celebrarlo senza attese.

Benedetta C. Vialli [illustrazioni] nasce sulle montagne trentine ma approda in laguna veneta per studiare arte. Ha iniziato a disegnare ancor prima di imparare a parlare, copiava le illustrazioni dei libri e dei fumetti che trovava in casa e le sue prime commissioni risalgono al tempo dell’asilo. Per anni si è sporcata le mani con tempere, acquarelli e graffite ma da qualche tempo ha incontrato una gigantesca tavoletta grafica e da allora non la molla più! Presta il suo talento a blog, siti e riviste, trovate i suoi lavori su: Soft Revolution, L’Insicuro, Vice, Uonnabi e tanti altri.