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Cosa succede quando tua madre viene accusata di abusi sessuali

It Follows

  Bentornati a Import/Export, dove traduciamo le migliori storie personali apparse su giornali, riviste e portali stranieri.

 

 

La sola vendetta che abbia mai portato a termine ha avuto luogo in un ormai defunto cinema del Wisconsin. Il nome della ragazza era Lori e avevamo entrambe 14 anni. Non avevo riconosciuto la sua foto quando la polizia me l’aveva mostrata la prima volta. Ma da quel momento avevo raccolto informazioni su di lei.

Quando avevamo dodici anni, lei aveva fatto il nome di mia madre alla sua terapeuta. Era stato il gran finale di una verbosa confessione. Mia madre, che – all’epoca almeno – aveva una testa di capelli tipo il pelo di un lama e agitava le mani nervosamente quando gli argomenti di conversazione si facevano “inopportuni”, era quella che aveva molestato Lori, stando a Lori.

 

Due anni sono tanti per raccogliere indizi. Ho scoperto che Lori si incideva oscenità nel braccio con la matita. Sapevo che era anoressica e bulimica, il che, quando hai quattordici anni, sono delle specie di malattie valorizzate. Segretamente, la associavo con alcuni dei miei momenti più imbarazzanti. Come quella volta che ho trovato il rapporto della polizia nello studio di mia mamma – dentro a un raccoglitore etichettato “Privilegiata” – e me lo sono portato di soppiatto in camera mia, dove mi sono ritrovata a combattere con sensazioni di eccitamento mentre mi immedesimavo in frasi come “mi ha fatto leccare il suo inguine bagnato”.

Le accuse da allora erano cadute per mancanza di prove. Innanzitutto, le dichiarazioni verificabili – inclusa quella secondo la quale io e Lori eravamo nello stesso gruppo di ginnastica – si rivelarono false. Ma la questione non se ne andò in fretta come avrebbe dovuto. I poliziotti della nostra piccola città suburbana erano stufi di fare comunicati di servizio sulle lamette da barba nascoste nelle mele. Volevano fare gli eroi, così arrestarono mia madre basandosi soltanto sulle accuse di Lori. Mentre mia mamma se ne stava rinchiusa in una cella di custodia e regalava i suoi panini alla mortadella a delle gioviali prostitute, il quotidiano locale aveva stampato il suo nome e la polizia continuò a tenerla sotto chiave finché un giudice domandò cosa diavolo stesse succedendo. I poliziotti dovettero ammettere che non stava succedendo niente.

Quasi ogni sera, dopo che era rientrata a casa, mia mamma si sedeva distrutta sul tappeto e mi convinceva fra le lacrime che tutti intorno a noi sapessero. Perciò quando vidi Lori al cinema avevo un sacco di pensieri per la testa.

Lei aveva un aspetto paffuto, tanto per cominciare. Di certo non come le anoressiche che avevo visto in quei dépliant che ci avevano dato in classe. Era con degli amici. Andavano a vedere Chocolat mangiando della cioccolata. Ridevano con la bocca piena e io li fissavo, tenendo ben stretta una bottiglia di acqua ossigenata e il mio biglietto del cinema.

L’acqua ossigenata era per i miei nuovi buchi alle orecchie, che si erano infettati. A quanto pare avevo una qualche allergia al metallo, che stavo cercando di curare senza togliere gli orecchini. Ero stata avvisata che i buchi si sarebbero chiusi se li avessi tolti e una potenziale chiusura sapeva di potenziale fallimento; meglio tenere la ferita aperta, avevo pensato. Forse la maggior parte degli adolescenti non ragiona così.

Da quello che avevo visto, sembrava che la maggior parte delle quattordicenni fosse come era Lori quel giorno: ridacchiavano con l’apparecchio ai denti mentre compravano dolciumi – se ne andavano al cinema perché un film aveva un titolo francese e c’era Johnny Depp. Lori in teoria aveva dei problemi.

– Il Reverendo Bill ha detto che diventeremo matte a forza di chiederci perché – , mi aveva detto mia madre. – Questa Lori probabilmente ha problemi così grossi che i nostri non sono nulla in confronto – . Sembrava determinata. Speranzosa.

Ma lì, al cinema, Lori sembrava felice. La fissai intensamente, finché i nostri sguardi si incrociarono e sorrisi nervosamente. Lei e i suoi amici cominciarono ad affrettarsi per entrare in sala. Io dovevo vedere un altro film, ma li seguii ugualmente e mi sedetti qualche fila dietro di loro. Quando cominciarono i trailer mi avvicinai a Lori.

– Sei grassa – , le urlai contro – era la cosa che le ragazze nei film dicevano quando volevano ferirsi a vicenda –, poi rovesciai l’intera bottiglia di acqua ossigenata sulla sua testa.

La dichiarazione scritta che Lori ha rilasciato alla polizia conteneva frecce che indicavano esagerazioni aggiuntive, sottolineature di mezze verità per dare enfasi e lo scritto proseguiva nei margini per poter includere tutto quello che doveva dire. Il risultato finale riuscì a farla passare ancora di più come una vittima, ma era comunque falso.

Era molto fantasioso, però. A volte, quando mi sento magnanima, penso che forse avrebbe dovuto fare la scrittrice.

 

Mi ha vista ed è uscita di corsa dal cinema per andare a comprare la sua arma, pensando solo alla mia sconfitta, e non la smetteva di ridere.

 

Nel suo rapporto, il poliziotto che l’aveva calmata ha descritto un residuo biancastro sulle guance di Lori. Credo che l’acqua ossigenata le fosse colata sul viso. Ma io non me n’ero accorta perché ero troppo occupata a scappare dimenando le braccia. E forse Lori aveva ragione su una cosa. Forse stavo ridendo.

 

kathleen hale mugshot

Sì, la foto è vera. Vi prego di prendervi un momento per ammirare il mio maglione Abercrombie and Fitch preso in svendita. Avevo tagliato via il colletto per renderlo meno “di classe”. A quell’età ero più consapevole di come mi mostrassi di quanto sia mai stata in vita mia.

 

 

Mi hanno presa, ovviamente. Mi hanno fatto la foto segnaletica e hanno anche cercato di processarmi. Ma di nuovo un giudice disse, – cosa diavolo sta succedendo qui? – , e disse ai poliziotti di tornare ad agitare fette di prosciutto per attirare nelle loro auto-pattuglie i cani dispersi. Almeno questo è quanto mi ha detto mia mamma.

– Grazie a Dio esistono i giudici – , disse, stappando una bottiglia di vino per festeggiare. – E grazie per avermi difesa – . Dopo qualche bicchiere cominciò a piangere. – Ti voglio bene – , implorai. Non sapevo cosa sarebbe potuto succedere. Sarebbe potuto finire tutto con un po’ di lacrime o durare tutta la notte. Certi sentimenti sono una strada dritta che finisce con la linea del traguardo, altri sono labirinti che si dispiegano all’infinito.

 

Nei mesi successivi memorizzai il nome utente di Lori su AIM – duckybubbles999.

Lo inserii nella chat in modo da poter vedere quando era online. Sentivo che fissando lo username avrei potuto scoprire qualcosa che la demistificasse. Era una prima versione di quello che sarebbe diventato lo stalking su Facebook. I suoi status per quando non era in linea erano quasi sempre tristi.

Show me the meaning of being lonely – BSB  

Cercavo di dispiacermi per lei ma non ci riuscivo.

Inoltre proseguivo con la mia ricerca sul campo. Ogni volta che mi imbattevo con qualcuno della mia vecchia scuola chiedevo di Lori. Scoprii che adesso aveva una striscia di capelli biondi in cima alla testa, che lei sosteneva derivasse dall’acqua ossigenata che le avevo buttato addosso. Quando me lo dissero mi sentii confusa e vagamente invidiosa; avevo provato moltissime volte a schiarirmi i capelli con l’acqua ossigenata, ma non aveva mai funzionato.

– Probabilmente se li è tinti da sola – , mi disse mia madre.

Ancora adesso me lo chiedo quasi costantemente, anche se non sono del tutto sicura. Il vero colpevole era il papà di Lori? Lo stesso tizio che, durante i tre giorni in cui mia mamma era in prigione, rifiutò di essere interrogato? Era lui il motivo per cui la mamma di Lori aveva confermato di aver portato Lori a casa nostra, anche se non l’aveva mai fatto?

E in quel caso, Lori aveva semplicemente bisogno di un nome? Qualcuno a cui addossare la colpa, e che avrebbe potuto non essere mai trovato? Dicono che sia comune come cosa – proiettare un trauma infantile su qualcuno che non potrebbe mai farti del male.

Forse era andata così: si ricordava vagamente di me, ma aveva pensato che ormai ero in una scuola in un altro distretto e la polizia non ci avrebbe mai trovate.

Nei miei momenti più lucidi penso che la paura possa svilupparsi solo fino a un certo punto prima di voler punire qualcuno e prima che persone innocenti soffrano.

Faccio ancora fatica a dispiacermi per lei.

 

Un giorno stavo guardando il nome utente di Lori con i battiti del cuore che mi rimbombavano nelle orecchie, quando duckybubbles999 lampeggiò. Aveva cambiato il suo status. Solo che questa volta non era un frammento di tristezza di una qualche boy band.

MIRA ALLA LUNA ANCHE SE LA MANCHI ATTERRERAI FRA LE STELLE ! :) 

I miei polsi cominciarono a sudare in quel modo malato, come quando hai un virus intestinale. Eccomi lì, a monitorare uno schermo per ore, e lei se ne usciva con citazioni ottimistiche. Fissava il suo computer come io stavo fissando il mio, ma a differenza di me lei stava bene. Come minimo se ne stava lì a cantare le Spice Girls o cose così.

Sono io”, scrissi. “Per favore potresti solo dirmi perché l’hai fatto?” Mi prudevano i palmi. Sembrava che lei stesse scrivendo, poi non più. Allora le mandai qualche messaggio chiarificatore.

Sono io Kathleen.

Ho bisogno di saperlo.

Mi dispiace di averti detto che sei grassa.

Ti prego.

Non rispose.

Quella sera ero a casa di mio papà, ma in un qualche modo mi trovarono lo stesso. Circa un’ora dopo aver chattato con lei qualcuno bussò alla porta d’ingresso. Guardai dalla finestra della mia camera e vidi un poliziotto all’entrata.

Infilai la camicia da notte dentro ai pantaloni della tuta e mi trascinai al piano di sotto. La mia matrigna era già lì, chiacchierava con l’agente. Mi guardò male.

– Lo sai che quella ragazza ha problemi molto più gravi dei tuoi – , scattò, lasciandomi sola a parlare con il poliziotto.

Non mi sembrava di averlo visto durante la disfatta di mia mamma, ma si capiva dalla sua voce che ne aveva sentito parlare. Sembrava sconcertato. – Credi che dopo tutto il resto quella ragazza avesse bisogno anche di questo?

– Le accuse sono cadute – , dissi, la mia voce in stallo in quel modo che precede il pianto. – Abbiamo fatto causa per diffamazione ma abbiamo solo perso un sacco di soldi e adesso non possiamo fare nient’altro – . Sentii la mia matrigna fare rumore con le stoviglie in cucina allora abbassai la voce. – Solo perché Lori ha dei problemi non vuol dire che non ne abbia anch’io.

Il poliziotto sembrò stupito. – Non sei stata tu a attaccarla con una sostanza chimica? –   Incrociò le braccia.   – Non me ne andrei in giro a puntare il dito, se fossi in te – tu sei fortunata.

– Ok – , dissi, e scoppiai in lacrime – il che era imbarazzante, perché adesso non riuscivo neanche più a vedere. Alcune risposte animali sono accecanti, come la rabbia o un bel pianto. Fu solo quando sentii i suoi passi allontanarsi – la portiera della macchina di pattuglia aprirsi e chiudersi – che realizzai che se ne era andato, lasciandomi sola a disfare qualunque cosa stesse prendendo forma dentro di me.

 

 

Quando ho deciso di scrivere questa storia ho Googlato il nome di Lori. Adesso lavora come una specie di speaker motivazionale.

 

 

 

Kathleen Hale è nata e cresciuta in Wisconsin. E’ l’autrice del romanzo per giovani adulti  “No One Else Can Have You” (HarperTeen, 2014) e del suo seguito, previsto per il 2015.  La potete trovare su kathleen-hale.com, oppure su Twitter

La storia che avete appena letto è stata pubblicata su Medium con il titolo “What Happens When a Girl You Barely Know Accuses Your Mom of Child Molestation“. Noi la ripubblichiamo qui con il gentile consenso dell’autrice.  

Francesca Caracciolo (versione italiana) è nata a Ferrara e ha una laurea in traduzione che non sa ancora bene come sfruttare. Nel frattempo scrive dei libri belli che legge sul suo blog e perde il suo tempo su Twitter e Tumblr.