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Ius culi

A pochissimi giorni dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e da NonUnaDiMeno, Claudia ci racconta di quella volta che ha dovuto difendere il suo ius culi da un manomorta di collega.

Tempo fa mi capitò di lavorare in un cinema. Non uno di quelli piacevoli, dove danno film d’essai, con le lampadine a fare da cornice all’insegna e l’atrio in stile liberty. No, assolutamente. Parlo invece di uno di quei mostri multi-tutto che si trovano in periferia o nei centri commerciali – a volte rientrando felicemente in entrambe le categorie –, con i LED blu e le colonne sonore che rimbombano per i corridoi. Quelli dove le poltrone si dividono in poltrone normali e poltrone VIP. Nel mio specifico cinema c’erano addirittura intere sale riservate ai clienti VIP. Il primo spettacolo partiva alle 10.30 della mattina, mentre l’ultimo finiva alle 2.30 della notte. Nel lasso di tempo che divideva le due proiezioni, un team di nottambuli puliva a fondo le sale, le cucine, i bagni e pure i corridoi. In pratica era un cinema che non dormiva mai.

Il mio turno iniziava alle cinque del pomeriggio e finiva alle tre del mattino, mezzora di pausa e vietato sedersi durante il servizio. Se sei stanca, quella è la porta – a vetri, scorrevole, col getto di calore liminare per farti capire meglio chi è fuori e chi è dentro. Io tacevo e stavo dentro. I miei colleghi erano degli studenti giovinastri occupati part time, il cui nobile obiettivo era pesare non troppo sulle spalle dei loro genitori. Per far questo si impegnavano poco e niente con la scopa tra le file delle poltrone, o stavano pigramente in piedi dietro alle casse del botteghino. Di fatto anche io rientravo nella categoria dei giovinastri (insomma, quasi); ma la vera differenza tra me e loro non stava nell’età anagrafica, stava nello scopo: io ero aggrappata a quell’impiego per poter pagare l’affitto di una brutta stanza col letto sfondato, per difendere con le unghie e con i denti la possibilità di soggiornare in un paese che non era il mio. Ius soli e ius sanguinis non pervenuti.

Una sera particolarmente movimentata mi misero in cassa a servire una schiera di persone urlanti. L’unica debole divisione tra noi, con le nostre divise nere, e loro, disordinati e impazienti, era il bancone illuminato su cui poggiavano i registratori e le griglie dei pop corn. Eravamo una squadraccia con badge e cappellini pronta a morire per un bicchiere extra large di coca cola.

 

3 biglietti, 2 popcorn e 1 coca, madame?

Il film inizia tra 5 minuti, sir.

Per gli studenti c’è lo sconto, of course.

E così via, per ore. Se non che, mentre ero intenta ad indicare ad un cliente poco sveglio le poltrone ancora disponibili della sala due, sentii una tocco soffice e leggero sulla mia natica destra: una pacca fugace dedicata al mio sedere. Il mio dito sullo schermo, una mano sul mio culo.

Sarà un errore, pensai. Lo spazio è piccolo, siamo tutti stretti. Ma quando mi voltai vidi che era stato lui, un collega un po’ invadente, che già una volta aveva fatto scivolare la mano sulla mia schiena; che immediatamente dopo aver saputo il mio nome aveva chiesto dove abitassi; che appena conosciuti mi aveva domandato come facessi a tornare a casa da sola, la notte. Volo sulla mia scopa.

La sua mano era tornata verso i nachos, mentre i miei occhi gli bucavano la nuca. Lo osservai allontanarsi facendo finta di nulla, come se toccare il mio sedere un gesto di routine. Che fosse stato poi uno dei miei, uno di quelli con cui dividevo la trincea, mi fece sentire tradita due volte. Mi arrabbiai moltissimo, ma il cliente reclamò la mia attenzione e in un attimo lui era troppo lontano per sentire le mie ragioni.

In pausa mi sedetti in un angolo della sala riservata allo staff (una piccola stanza con tavoli e panche in formica, il microonde mai lavato) e scrissi a G.

 

Un collega mi ha toccato il culo.

Veramente?

Non so cosa fare…

Stai bene?

 

Stai bene? Iniziai a mordermi l’unghia dell’anulare sinistro. Immaginavo di essere in un cinema completamente diverso. Vedevo le lampadine dell’insegna accendersi una alla volta, inseguendosi lungo il perimetro rettangolare: prima una poi l’altra, ecco tutta la fila che si accendeva e lampeggiava. Infine ero di nuovo lì, nella saletta triste dello staff. I LED di certo non aiutavano.

A fine turno decisi di parlare col mio superiore. Spesi i primi minuti nel descrivere la scena, ma conclusi in modo franco: non voglio esagerare, gli dissi, un mio collega mi ha toccato il sedere. Non sono sconvolta, ma non mi è piaciuto. L’ho trovato scorretto e non voglio che accada più. Di fatto rivendicai il mio ius culi.

Fu allora che lui disse una cosa che non scorderò mai. Mi disse grazie, grazie di avermelo detto. Mi assicurò poi che non avrei rivisto il manomorta perché avrebbe riorganizzato i turni e ci avrebbe tenuti separati. Al resto avrebbe pensato lui. La storia tra me e il caprone finisce infatti quando il mio superiore trova la registrazione delle telecamere a circuito chiuso della manata fatidica, e licenzia in tronco il deficiente. Fu un gran giorno per il mio culo.

Quando, sei mesi più tardi, chiusi l’esperienza notturna del cinema, portai via con me l’illusione di vivere in un mondo a volte giusto. Certo, trovavo la struttura di quel cinema ancora invivibile e lo zucchero filato confezionato rimane un crimine contro l’umanità, eppure mi sentivo sicura. Volare nella notte alla volta di casa era un mio diritto, non dovevo preoccuparmi di voltarmi indietro.

 


Claudia Oldani è nata nel 1987 a Milano, in una casa di ringhiera. Ha scritto e scrive per svariate pubblicazioni online, tra cui STREAM! magazine. Oggi vive a Londra in un Victorian Terraced e lavora per l’entusiasmante circuito delle campagne da edicola. Alcuni suoi racconti sono usciti su inutileLahar Magazine Gli Squadernauti.