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Io Sono

Ellis Island Immigrant Hospital

A volte, per guarire da una malattia, basta dirsi solo questo. La storia vera di Simona.

I

Amo i dottori, i loro camici immacolati, i barbagli di luce che solcano la superficie dei loro occhiali; indugio nell’annusare l’aria dei loro studi con la finestra sempre aperta, anche d’inverno, cercando molecole di fumo misto a disinfettante.

Osservo le mani bianche e affusolate – quasi femminili se non fosse per quei radi ciuffetti di pelo grigio sulle falangi e per le unghie larghe e schiacciate sull’estremità – partorire calligrafia geroglifica su candidi foglietti, firme appena accennate sulle ricette che si librano in volo come gabbiani stilizzati verso l’orizzonte.

I loro ordini perentori ma educati: si volti, tossisca, apra la bocca.

Amo ogni ferro del loro mestiere.

Gli stetoscopi, colli di cigno inermi sul petto; i lucidi bisturi, le mini lampade diagnostiche, i melliflui elastici da prelievo. Quelle piccole tenaglie per tagliare i punti di sutura…  persino gli aghi, anche se di quelli ho un certo timore; il solo tenerli fra le dita mi provoca un brivido sulla schiena.

In questo momento ho diciassette anni, sono sufficientemente normale, lievemente depressa, ma può succedere – dicono – a questa età.

Le molecole di grasso in numero garbatamente inferiore al livello critico, ma in aumento.

In ospedale da dieci giorni, perché la prima causa di incidenti d’auto è la distrazione alla guida – e una delle prime cause di ricovero in pronto soccorso di pedoni (in stato theta) è, inevitabilmente, la distrazione alla guida.

Di notte passo mentalmente in rassegna i flaconi nelle vetrine prima di addormentarmi; di giorno giro per il corridoio del reparto di chirurgia, in attesa del  trasferimento in otorinolaringoiatria, trascinando ciabatte in feltro.

Ho un velo di garza tra le labbra, perché le persone che – tenacemente – vengono a trovarmi ogni giorno, non rimangano impressionate dal fatto che non ho più gli incisivi.

Uno l’ho raccolto subito dopo l’incidente, con la radice spezzata, ma non si è potuto rimetterlo subito al suo posto. Era come una scaglia di mandorla intinta nel sangue, sul palmo della mia mano.

Ho perso i denti, ho detto all’uomo davanti a me – quello distratto – e lui ha guardato la mia mano deglutendo ed emettendo un verso strano.

Mai strano come a dirlo, caro mio.

Il pavimento è di un lucido verde pino, la madonna nella nicchia ha il velo scorticato, sulla finestra pende una vecchia impolverata decorazione natalizia. La donna della 204 si lamenta continuamente, il marito le ha fratturato la mascella e ha un livido enorme, ma le infermiere non sembrano preoccuparsene troppo; è una vecchia conoscenza, dicono, sta qui ogni tre mesi.

Le infermiere, tra cui una mia parente, fanno a gara per  prepararmi il tè.

Mi accoccolo in quel ruolo privilegiato, nonostante tutto.

Nel reparto regredisco di almeno cinque anni, sotto il tavolo i miei piedi incrociati dondolano spesso, inconsapevoli; improvvisamente non toccano più terra, le sedie sono forse troppo alte?

Mia madre mi lascia ogni sera con uno sguardo rotto. La sua immagine – stabat mater, dolorosa – intride i miei neuroni, provo a scacciarla dalla mente affogandola nel tè; rimani lì, sotto il fluido, ti rimando nel liquido amniotico. Anzi no, ci torno io, col Vostro permesso, Signori.

Due giorni dopo sono nell’altro reparto, in attesa dell’anestesista. I miei compagni di stanza non superano i sette anni, piangono, ridono; urlano in entrambe le situazioni e il silenzio nella sala operatoria è quasi una manna.

Immersa nella luce fredda, un ronzìo di macchinari mi accompagna. Sono stesa in un modulo spaziale e orbito intorno alla terra,

Ground control to major Tom, credo che la mia navicella sappia dove andare.[1]

Arrivano i medici e il loro odore insieme alla percezione del verde scuro dei camici; i loro argomenti non mi comprendono – tennis e commercialisti, barche a vela e conferenze sulle assicurazioni –  più mi avvicino al sonno più mi trasformo in un altro oggetto della sala, le loro mani mi toccano, spostano le mie braccia e le mie gambe, le assicurano al piano di lavoro, le conducono sotto la luce.

Conti da dieci a uno.

Can you hear me, Major Tom? Ten, nine, eight, seven… seven.

 

II

Odio i dottori, quell’immancabile odore di eugenolo misto a fumo che impregna i loro camici, le loro facce dallo sguardo spento. Il loro parlare con i colleghi degli altri colleghi e di altre attività mentre ti chiedi quanto siano coscienti della tua presenza.

Cioè, tu sei lì; hai persino preso un permesso dal lavoro per essere lì, per offrire loro il tuo corpo da esaminare, dare un senso al loro studiare, ma non ti vedono realmente. Osservano i tuoi tessuti molli, odono fruscii stetoscopici, toccano i tuoi nervi scoperti, fanno domande con apparente cortesia, fa male qui?, e qui? da quanto hai questo disturbo?

When I am king, You will be first against the wall.[2]

Le loro mani nodose, sottili, che vergano di segni irriconoscibili i fogli per le ricette con quelli che dovrebbero essere nomi di medicine da assumere o di visite da affrontare, non formule runiche e, mentre lo fanno, te ne ripetono a voce alta il nome, come se occorresse ricordare tutto; tanto leggerlo è inutile.

Un oracolo e la sua prova per la tua memoria.

Vuoi guarire? Attraversa le Paludi delle File Eterne e custodisci la Profezia. E soprattutto, non dimenticare quel che ho pronunciato quando ti recherai nel sacro Tempio delle Pozioni, perché dovrai ripeterlo tu all’Alchimista.

Tra poco sarà il mio trentaduesimo compleanno. Sono sufficientemente anormale, mascheratamente depressa. Le molecole di grasso sono piene di insoddisfazione, crocchi di spine che mi trascino dietro come zavorra, sia mai che dovessi librarmi in cielo e ci sono persone che tengono molto a farmi tenere i piedi per terra.

Le cicatrici sul labbro, sulla fronte, ben nascoste da una dose generosa di fondotinta, i miei denti sono bianchi e lucenti.

Le sedie di plastica della sala d’aspetto assorbono la poca luce che entra dall’unica finestra nel corridoio e gracidano sotto i nostri pesi come ranocchie in una palude. Il pavimento, immancabilmente di un verde smorto, è sporco e bagnato.

Dall’ascensore escono apparenti umani, a due a due, come le attrazioni di un circo presentate dal proprio domatore; a volte uomini cannone, a volte donne stecco. Li osservo cercando di stabilire quale sia la situazione migliore, chi abbia l’espressione più serena.

Rinuncio.

Gli infermieri che escono dal reparto hanno lo sguardo ostile, guardano per prime le sedie vuote poi, semplicemente, passano oltre come se fossimo macchie sul muro.

In quelle ore di attesa, un pomeriggio a settimana da tre mesi, invecchio di almeno dieci anni. La postura, innanzi tutto. Le mani intrecciate sul grembo a manipolare bolle d’ansia con cui giocare, la sciarpa annodata appositamente per coprire la bocca e attutire la voce. Per scoraggiare eventuali possibili chiacchieroni mentre  le rughe sulla fronte trattengono ogni sorta di pensiero.

Poi qualcuno dice il mio nome.

Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi Re di uno spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni.[3]

 

III

I dottori mi sono indifferenti, non li frequento più molto. Solo lo stretto necessario. Meglio  i Santoni, le Guaritrici, gli Sciamani, i Poeti. Le Costellazioni Familiari.

PJ Harvey e Nick Cave.

Ho quarant’anni e ho, davvero, quarant’anni; né dieci di più né venti di meno,  ogni grammo  che ho addosso mi serve per l’equilibrio dell’intero universo.

Le mie molecole sono quasi tutte vuote, perché – per ora – non ho bisogno di metterci dentro qualcosa per sentire che esisto, per occupare uno spazio nel mondo.

Io Sono.[4]

A volte, per guarire da una qualche malattia, basta dirsi solo questo.

[1] Space Oddity, David Bowie – 1969
[2] Paranoid Android, Radiohead – 1997
[3] Amleto, W. Shakespeare
[4] Dio

 


Simona De Marchis è nata nel 1977, vive nei Castelli Romani. I suoi  racconti sono stati pubblicati da 80144 Edizioni, Jota Editore, Flanerì, dalla rivista LASPRO, Archivio Caltari e da Crapula Club. Cura e fa scouting per un blog collettivo che si chiama Helter Skelter. Su Twitter è @_acquafredda_.