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La bambina senza sonno

Image credit: Namecchan (namecchan.deviantart.com/)

 

Quando avevo nove anni ho smesso di dormire per un anno intero, nel senso letterale dell’espressione. Così, da un giorno all’altro – o da una notte all’altra, se vogliamo essere precisi. Non era successo niente di particolare, non avevo subito traumi di qualsivoglia tipologia, non era malcelata paura della morte o ansia abbandonica. Semplicemente, non avevo più sonno. Mai. Ero sveglia come un grillo fino alle tre, quattro del mattino, poi cadevo in una sorta di dormiveglia agitato e con sogni frammentari e confusi, quando la sveglia suonava mi alzavo, mi lavavo la faccia, facevo colazione con tè nero e cereali Rice Krispies (usavo il tè e non il latte perché ero convinta che quest’ultimo facesse ingrassare, erano i primi albori di una gloriosa carriera di disturbi alimentari) e poi andavo a scuola, come un bravo soldatino. Senza colpo ferire.

Il punto è che la notte è un tempo molto lungo da far passare se non dormi, te ne rendi conto abbastanza in fretta. Dovevo in qualche modo riempirlo, fosse anche solo perché era un peccato sprecare nel niente tutti quei secondi e minuti e ore preziosi. Molte volte i miei genitori venivano a farmi compagnia, a turno, basandosi su chi fosse leggermente meno esausto per la dura giornata trascorsa. Quando veniva mia mamma, cominciava in genere col raccontarmi qualche storia inventata da lei sul momento, che coinvolgeva sempre strane creature ibride fra esseri umani e animali – il mio diktat era: “mamma, per favore, non raccontarmi storie in cui gli animali soffrono, non ce la faccio a sopportarlo, però puoi sostituirli con dei bambini che stanno male, eh, che ne dici ???” – con trame indefinite e intricate, poi a una certa lei crollava addormentata al mio fianco, mentre io rimanevo lì rigida come una mummia nel sarcofago, perché anche se il mio letto era a una piazza e mezza starci in due non era il massimo della comodità. Non dormivo, comunque.

Quando era il turno di mio papà, invece, ascoltavamo musica – principalmente i Pink Floyd, da lui considerati il suo gruppo preferito nei secoli dei secoli: aveva scoperto, col tempo, che High Hopes aveva su di me un effetto vagamente narcotico, genere viaggio con l’acido, da allora la faceva suonare tutte le volte che poteva sperando di ottenere qualche risultato. Io ascoltavo questa musica onirica e straniante, che non capivo fino in fondo se mi piacesse oppure no, ma proprio quando sembrava che stessi per addormentarmi, ecco che spalancavo gli occhi di nuovo, stile vampiro colpito al cuore con paletto di frassino. Mio papà non si rassegnava:

– Porco giuda, amore, perché non dormi un pochino? Mettiti giù tranquilla, vedrai che ti viene, non sei stanca?
– No, papà. E tu, sei stanco?
– Sì amore, sono stanco morto, cazzo, dai, fai la brava, cerca di dormire un po’…

ma niente.

Certe volte invece io e lui parlavamo e basta, di tutto un po’. Mi ricordo perfettamente che è stato in una di quelle notti che gli ho chiesto di spiegarmi nel dettaglio quale fosse la bomba più potente dell’universo, quella che uccideva più persone. Non dimenticherò mai la sua risposta:

– L’universo. La bomba più potente è proprio l’universo. Però quasi nessuno lo sa.

Dopo qualche tempo ho cominciato a rendermi conto di quanto rompevo i coglioni a quei due poveri cristi dei miei genitori, obbligandoli a trascorrere con me le mie notti insonni. Allora, quando mi sentivo magnanima, non li chiamavo e li lasciavo dormire, in un rigurgito di generosità e maturità prematura. Rimaneva sempre il problema dell’occupare il tempo. Il più delle volte, come in ogni storia di formazione degna di questo nome, mi alzavo e mi mettevo a scrivere. A quei tempi la maggior parte delle storie che componevo era di un patetico genere comico, con un protagonista sulla falsariga del ragionier Ugo Fantozzi, che di volta in volta veniva a trovarsi nelle situazioni più surreali. Ho le prove: ho ritrovato, non moltissimo tempo fa, uno dei quaderni di allora – ne avevo due, uno con il Gobbo di Notre Dame che avevo preso a Disneyland Paris e uno con il mostro marino che salta fuori nell’attrazione dei pirati a Gardaland, noto solo ora la curiosa coincidenza dei parchi di divertimento – e devo dire che la metà della roba era decisamente meglio di quello che scrivo adesso, ho dovuto prendere atto del fatto che il mio tempo d’oro è già passato. In alternativa, rimuginavo a ruota libera e mi deprimevo pensando al mondo e alla vita e al fatto che eravamo tutti soli e che un giorno saremmo pure morti. Cose così, allegre.

La situazione non migliorava. Alla fine i miei genitori, disperati, mi portarono da un neurologo al Besta.

– Che cos’ha la bambina?
– Non dorme, dottore. Non dorme da mesi.
– Scusate, intendete dire che dorme male? Che fa incubi notturni? Ha per caso il sonno agitato?
– No dottore, questa non dorme proprio, resta sveglia per tutta la notte e poi il giorno dopo fa tutto quello che deve fare e la notte resta ancora sveglia e così notte dopo notte, si aggira per la casa come uno zombie, è una cosa angosciante, non si può fare qualcosa?

Mi fecero tutti gli esami fisiologici del caso, che però non evidenziarono nulla di patologico. Ricordo che mi era molto piaciuta la TAC (Tomografia Assiale Computerizzata), perché mi faceva sentire un po’ come in Mazinga Z. Negli anni Novanta, l’idea di dare dei sonniferi ai bambini era al limite del reato. Il neurologo quindi, intuendo il possibile retroscena della situazione e mostrando in tal modo doti profetiche, decise dunque di fissarmi degli incontri con lui e con un neuropsichiatra infantile. Gli incontri si sarebbero svolti in ospedale e, a ripensarci ora, somigliavano tutti a un film neorealista russo d’avanguardia.

[Silenzio. La stanza bianca. Io da una parte del tavolo e due dottori con il camice e dei sorrisi a trentadue denti dall’altra, i miei genitori sullo sfondo.]

– Allora carina, come stai?
– Bene.
– Mi hanno detto che non dormi, perché?
– Perché non ho sonno. –   Proprio così, Hegel is my homeboy.
– Capisco. Ti va di fare un disegno per il mio amico dottore? Disegna magari la tua mamma, il tuo papà, la tua casa, la scuola, quello che vuoi insomma, quello che ti viene in mente?
– Disegnare mi fa schifo.
– Oh.

E via dicendo, ad libitum. Non abbiamo concluso nulla. Ora, so che erano due dottori bravissimi e che volevano solo aiutarmi ma a quei tempi ero, come dire, refrattaria alla terapia. La mia decennale carriera con gli psicologi cominciò solo molti anni più tardi, anche se ho sempre pensato che cosa ne sarebbe stato di me se mi avessero presa fin da allora. Chissà. Forse oggi sarei il presidente della Repubblica, o magari perfino il Papa!

Alla fine, i medici conclusero che non c’era niente di preoccupante, che erano i soliti “problemi della crescita” e che la cosa sarebbe passata da sola, così come era venuta. Che dire, è davvero andata così. Una mattina, apparentemente come tutte le altre, mi sono svegliata con la sensazione di essermi davvero svegliata! Avevo dormito, allora! O forse era la notte prima? O era già stato così la notte prima ancora? Insomma, per farla breve, avevo ricominciato a dormire e da allora sono diventata il tipo di persona che appena tocca il cuscino sprofonda in coma narcolettico, come un eurodeputato durante una seduta parlamentare. Non ho mai più sofferto di insonnia in tutta la mia vita.

(voi però ricordatevi che la bomba più potente di tutte è l’universo, mi raccomando)

 

 

Maddalena Erre  ha compiuto trent’anni, ma nei suoi sogni continua a vivere nella seconda metà degli anni Novanta e non si capacita del tempo che passa. Nella vita vera lavora nella comunicazione, come il cinquantacinque per cento della gente di Milano. Dopo molti amori travagliati con diverse piattaforme web, ha trovato la relazione perfetta con Tumblr.