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Innamorarsi

Rushmore

 

La prima volta che mi sono innamorata ero a Londra. 

Avevo avuto altre cotte, conosciuto altre infatuazioni: ma era la prima volta che mi imbattevo in un sentimento che non riuscivo a riconoscere, a cui non sapevo – o non volevo – dare un nome, che mi teneva sveglia la notte e si manifestava con sintomi che corrispondevano a un’influenza, o un virus intestinale: brividi, caldo poi freddo, mal di pancia, mani gelide, nausea, la sensazione di stare per svenire. 

La prima volta che mi sono innamorata avevo trovato il mio primo lavoro, e poco importa che fosse uno stage non retribuito: avevo una scrivania, una sedia, un computer e un telefono, e un muro su cui avevo prontamente incollato poesie e stampe di Klimt e Chagall. Avevo 24 anni ed ero nella città in cui avevo sempre voluto vivere: mi sentivo invincibile, e, per dirla tutta, anche un po’ persa. 

Mi stavo riprendendo dal fallimento della mia ennesima sperimentazione sentimentale – io a Londra, lui in Kosovo, non ci eravamo mai visti ma ci scambiavamo poesie e parlavamo fino a tardi su Skype – quando ho incontrato lui. L’ho intravisto sulle scale e ho pensato che fosse l’uomo più brutto che avessi mai visto. Assomigliava un po’ a Bill Murray in Lost in translation, e non solo fisicamente; ma questo l’avrei capito e rielaborato solo anni dopo.  

Una sera – avevo fatto tardi in ufficio – avevo risposto al telefono ed era lui, l’uomo più brutto del mondo. Aveva due biglietti per un concerto di musica classica non lontano da dove lavoravo io e l’altra persona non si era misteriosamente presentata. Ho riagganciato, senza saper bene cosa rispondere, né come comportarmi. Ho procrastinato fino all’ultimo minuto, poi ho corso per raggiungerlo. Avevo un maglioncino bianco col collo a V che mi aveva prestato mia madre, per rimpinguare il mio guardaroba di studentessa e dargli un aspetto un po’ più professionale.  

Dal momento in cui l’ho raggiunto, sulle scale del teatro, non l’ho guardato in faccia nemmeno una volta. Non ricordo assolutamente quali pezzi abbiano suonato al concerto: ero tutta concentrata a guardarmi avanti, a non sbirciare il suo profilo. 

Quando il concerto è finito mi ha offerto un passaggio sulla sua Vespa rossa, che si ostinava a guidare ogni giorno da Richmond a Pimlico, che ci fosse vento, pioggia o neve: io sono scappata. Letteralmente. Avevo delle ballerine luccicanti che sbattevano contro la pioggia sul manto stradale. 

Ho continuato a correre finché sono arrivata a casa, e ho trovato il mio coinquilino anglo-messicano che stirava. Gli ho raccontato della serata e che lui aveva diciott’anni più di me. Mi ha guardato tra il perplesso e il compassionevole: it’s bad karma, mi ha detto. Era facile fare della filosofia spicciola: complesso di Edipo, mancanza del padre, ricerca di una figura paterna in un uomo più maturo.  

Il concerto era di mercoledì. Il sabato mi sono svegliata con una sua lunga email, in cui mi raccontava di una passeggiata nel parco, infondendomi una calma che ignoravo da giorni. Concludeva l’email con una frase, che poi sarebbe diventato il mio motto (gli avevo accennato al disastro kosovaro): le parole fanno innamorare, le parole fanno ammalare, le parole fanno guarire. 

Ho continuato a scivolare in questo sentimento senza nome né corpo né sostanza quasi inconsapevolmente, tra un picnic a Hyde Park a base di vino ghiacciato e nient’altro e un documentario su Fellini. Lui amava il cinema e aveva la fortuna di lavorare in quel settore: mi aveva regalato un dvd di Robin e Marian, dicendomi di guardarlo perché per lui riassumeva un po’ l’amore, e di ascoltare con attenzione la colonna sonora. Avrei finito il mio stage prima di Natale, e non sapevo cosa fare della mia vita; soprattutto, non volevo smettere di vedere lui, che era passato da essere l’uomo più brutto del mondo a diventare una delle persone più importanti del piccolo mondo che cercavo con difficoltà di costruire, con le unghie e coi denti. Di quel periodo ricordo la fame costante: non avevo soldi, e compravo latte e cereali, yogurt e riso. I biscotti Digestive al cioccolato erano il mio unico lusso. Fortunatamente, grazie al mio stage riuscivo a frequentare serate, opening di mostre, conferenze, e andavo avanti a canapè e prosecco, diplomandomi anche nella nobile arte di farmi invitare a pranzo il più possibile. 

Prima delle vacanze di Natale, lui è partito, senza salutarmi. C’erano moltissimi motivi per cui aveva deciso di farlo, ma agli occhi di un’impressionabile ventiquattrenne alle prime armi coi mal di pancia dell’amore era un gesto inspiegabile, che mi trascinava in un abisso di oblio e rabbia e dolore e incapacità di comprendere. Ho spezzato il dvd di Robin e Marian e ho scritto una poesia su un finale alternativo, quello che avrei voluto per me, per noi. Sono tornata in Italia col cuore spezzato e una piccola speranza che batteva nel tascabile che stavo leggendo (Birdsongs di Sebastian Faulks, regalatomi da David come rimedio alle pene d’amore): un biglietto Ryanair per il mio venticinquesimo compleanno, regalatomi dalla mia coinquilina tedesca. 

A febbraio sono tornata a Londra. Gli ho scritto per avvertirlo del mio ritorno. Ho trascorso nella città che amavo più di ogni altro posto al mondo dieci giorni bruttissimi: la crisi era al culmine, c’erano le file ai centri per l’impiego, la mia ex coinquilina tedesca mi aveva praticamente sbattuto fuori di casa, dicendomi di essersi dimenticata di aver invitato un ragazzo per un weekend lungo. Mi ospitava un’ex collega, una persona speciale che purtroppo non c’è più e che allora si è presa cura di me come se fossi una bambina, lasciandomi la colazione pronta prima di andare al lavoro, regalandomi le sue vecchie borse, guardando con me The Jane Austen Book Club. Ho invitato lui a un pranzo che non avrei mai cucinato: era lontanissimo, la stessa persona e al tempo stesso uno sconosciuto, che progettava il suo prossimo trasferimento in Cina. 

Ho fatto un biglietto per la mattina del mio venticinquesimo compleanno e sono partita senza dirlo a nessuno. Gli ho mandato un messaggio all’ultimo momento e lui è venuto alla fermata dell’autobus. Ci siamo salutati in silenzio. Aveva gli occhi tristi. 

Per anni abbiamo comunicato senza comunicare veramente: ricevevo pacchetti, quasi sempre DVD: Il posto delle fragole di Bergman, con un post-it che diceva che il film mi assomigliava, C’eravamo tanto amati, tutto Tornatore. Un Ipod già pieno di musica, con un post-it, It’s not waterproof, conoscendo la mia celestiale distrazione che aveva fatto finire il mio ultimo lettore mp3 nella vasca da bagno. Quell’Ipod conteneva tutta la nostra colonna sonora: La mia ragazza di Vecchioni, Cara di Lucio Dalla, L’amore trasparente di Fossati. 

Per uno dei miei compleanni ho ricevuto un acquerello di Winnie The Pooh con il solito post-it, Indovina chi è l’asino. Una volta mi ha mandato un’email, Un giorno metterò insieme tutte le lettere che non ti ho mai scritto. Sarà come la scena dei baci in Nuovo Cinema Paradiso. 

Poi più niente. 

Ora ascolto la voce roca di Joni Mitchell che canta Both sides now: 

I have looked at love from both sides now 

From give and take and still somehow 

It’s love’s illusion I recall 

I really don’t know love at all 

e mi dico che Joni ha ragione: non ho mai capito niente dell’amore, dei suoi sintomi, della sua posologia, della sua irrazionalità, dei suoi capricci. Per anni ho pensato che potesse equivalere a messaggi in codice, trasmessi attraverso film, poesie, canzoni. Per anni sono stata confusa e arrabbiata, e ho cercato di evitarlo. 

Probabilmente un esordio del genere non era tra i più promettenti. 

Anche dopo tutti questi anni continuo a essere confusa e a non trovare le parole, come un bambino davanti al mistero di Babbo Natale, o come la me sedicenne davanti all’algebra e alla fisica. Ha ragione Joni Mitchell, e ha ragione Carver, quando scrive che nessuno sa poi veramente di cosa parla, quando parla d’amore. 

 

 

 

Manuela La Gamma, da poco entrata negli enta, vive a Bruxelles da sei anni e lavora per le istituzioni europee. Si diletta a scrivere di letteratura su ophelinhapequena.com