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Le parole che non avrei mai detto

The Stepfather

 

Mi sono sempre fatta beffe di quegli italiani che vanno a vivere tre mesi a Londra e poi, quando tornano, fanno fatica a richiamare alla lingua parole banali come “padella”. Me ne sono sempre fatta beffe, that is, fino a che non sono diventata una di loro.

La mia storia con l’inglese è, senz’ombra di dubbio, la relazione più lunga della mia vita.

Tutto è iniziato per caso. Avevo otto anni ed ero in vacanza con la famiglia in Austria. Nessuno di noi parlava tedesco e mio padre faceva da interprete per tutti noi in un inglese commerciale appreso ai tempi del ragioneria. Ce la cavammo, mi sembra, sempre abbastanza egregiamente, ma verso la fine della vacanza mio padre non ne poteva più. All’ennesima richiesta da parte nostra di andare a procacciarsi questo o quello dal bar più vicino, decise che era arrivato il momento di impartirmi una lezione di vita. Mi istruì: – Chen. Ai. Eve. A. Bottel. Ov. Mineral. Uoter. Plis? – . La mitologia familiare vuole che percorsi i pochi metri dalla panchina su cui eravamo seduti al chioschetto delle bevande ripetendo sottovoce: – Chen. Ai. Eve. A. Bottel. Ov. Mineral. Uoter. Plis? Chen. Ai. Eve. A. Bottel. Ov. Mineral. Uoter. Plis? – . Non ricordo esattamente come andarono le cose con l’omino (o la donnina) del chioschetto, ma la leggenda narra che tornai indietro di corsa, una bottiglietta di mineral uoter stretta nel pugno, e gridai raggiante: – PAPÀ , PAPÀ, CE L’HO FATTA!

Fu una bella sensazione, mi pare di ricordare. Devo ammettere, però, che a quel momento non ho mai davvero associato un’illuminazione, un presagio o una conversione. Se questa storiella è importante, e questo è il motivo per cui ve la racconto, è perché ce l’abbiamo fatta diventare tutti noi, a posteriori: mio padre la racconta quasi con i lucciconi quando mi vede esibirmi in una particolare prowess linguistica, mia madre la racconta quasi con rimpianto e lì fissa la biforcazione da cui è originato il cammino che mi avrebbe poi portato a vivere tanto lontano da casa e io, ora, la racconto a voi.

La mia storia con l’inglese, in queste sue prime fasi, si nutre di più fonti:

  • Il corso d’inglese in venti e passa volumi con mangiacassette incluso che mio padre si era regalato in occasione della mia nascita (ehm, già).
  • La professoressa d’inglese della scuola media con i dialoghi imparati a memoria e gli errori di pronuncia inculcati tanto a fondo che nemmeno l’Ave Maria.
  • Il corso d’inglese in dispense Hello English! della Fabbri Editori.
  • La ragazza slovacca che ospitammo per qualche giorno, una volta.
  • La professoressa d’inglese della scuola superiore che si ricordava di venire a fare lezione solo una volta su tre ma, quando c’era, era bellissimo.
  • Le VHS in lingua originale con i sottotitoli in italiano di The English Movie Collection della De Agostini.

 

C’è da dire che a casa mia abbiamo sempre avuto una passione particolare per le dispense, tutte comprate con regolarità prodigiosa e mai e poi mai lette. Esploriamo il corpo umano, Dinosauri in 3D, C’era una volta l’uomoYou name it e noi ce l’avevamo.

Fu solo all’università, però, che queste fonti disparate cominciarono a come together. Leggo libri in inglese! Guardo film in lingua originale! Faccio amicizia con persone da tutto il mondo! Finalmente tutto cominciava a prendere forma e ad avere senso. L’inglese era una lingua bellissima, la malleabilità della sua grammatica mi sembrava prodigiosa e l’universalità della sua diffusione significava che i confini geografici smettevano per sempre di essere una barriera per me. 

Certo, ci furono anche dei momenti in cui mi disamorai quasi del tutto dell’inglese, periodi in cui l’ottusità dello studio universitario me lo faceva sembrare una lingua non meno morta del latino e del greco, lasciati a suo tempo alle spalle con enorme sollievo. Poi andai a vivere a Edimburgo per sei mesi e lì mi accorsi che non avevo la più pallida idea di come pronunciare almeno tre quarti delle parole che conoscevo perché io, quelle parole, le avevo sempre e solo lette, mai ascoltate in una conversazione vera. Al ritorno da Edimburgo, quasi decisi che avevo chiuso per sempre con l’inglese, con la vita all’estero e con qualsiasi fantasia da cosmopolita in erba.

La cura a questo scoramento mi arrivò da quella che potremmo anche definire come l’ennesima versione delle dispense dalla mia infanzia: scoprii la televisione americana. L’inglese, da morto che era, resuscitò e la testa mi si riempì di colloquialismi (gonna e wanna), slang (shitload) e parolacce che ancora oggi mi sembrano troppo tremende per essere prese alla lettera (motherfucker). Non rimisi piede in un paese anglofono per molto, molto tempo, ma arrivai a vivere costantemente sulla soglia: il mondo attorno a me – com’è ovvio – esisteva in italiano, ma nella mia testa il dialogo in inglese non si fermava un attimo. Il mio stesso italiano si popolò di calchi sgrammaticati e più di una volta i miei amici hanno sollevato gli occhi al cielo. La mia trasformazione in anglofila era, finally, completa. 

Le persone che parlavano in inglese, però, esistevano per me solo nell’universo della fiction, nei telefilm e al cinema. Quando finalmente andai in vacanza a New York, questa volta carica del mio inglese piratato, scoprii un mondo in cui la gente normale, per la strada, diceva regolarmente cose come cool, fuck e neat. Ero allibita e anche un po’ a disagio. Per me quelle espressioni esistevano solo nei film e avevano un retrogusto di fasullo, da copione. Mi sembravano tanto bislacche quanto il fottuto doppiaggio che avevo ormai ripudiato per sempre. Ci misi un po’ a capire che non erano le espressioni a essere fasulle, ero io a essere straniera in quella lingua. Per quanto ogni giorno lavorassi, pensassi e addirittura ogni tanto sognassi in inglese, non appartenevo a quel mondo. Avevo la lingua, ma mi mancava tutto il resto. Questo pensiero mi rattristò immensamente. 

Flash forward ad adesso, che vivo a Londra da due anni. Da quando mi sono trasferita qui, ho smesso di essere anglofila. Non è che l’inglese non mi piaccia più, anzi. Ma ora vivo in inglese e non mi sento più straniera in questa lingua. Mi ci sono voluti un po’ di mesi, ma anche io adesso dico cool. Mentre pensavo a questo pezzo mi sono annotata, man mano che mi capitava di usarle, le parole che non avrei mai detto: bloody, buggered, cheers (grazie), cool, for fuck’s sake, fucking hell, grand (mille sterline), gross, Jesus (JEE-ZUS), loo, lovely, oh dear!, oh man!, quid, rubbish, sweet (figo), take the piss, vibe, weird, yep. Molto British, me ne rendo conto, ma non ci posso fare granché. Sia chiaro: si capisce lontano un chilometro (miglio) che non sono inglese. Non è che, magicamente, siano comparse le h e sparite le r. Ma non mi sento più fasulla e questo mi basta. 

Certo, devo confessare che – più di tutte le dispense, le professoresse d’inglese e i telefilm americani – la vera svolta è arrivata con il ragazzo inglese, anzi londinese di Londra. Litigare e poi fare la pace in inglese fa più curriculum di tutti i Proficiency del mondo. Certo, ci sono ancora diversi margini di miglioramento: parlare al telefono mi incute ancora parecchia ansia, certi accenti del nord mi sono più incomprensibili che mai e, a quanto pare, il mio senso dell’umorismo in inglese ha un’età mentale di cinque anni. Non faccio fatica ad ammettere che certi errori sono esilaranti: l’altra sera mi sono offerta di blow off (spompinare), invece che blow out (spegnere), una candela. Altre volte, invece, mi prendo libertà che non mi posso permettere, come dimostra il seguente dialogo citato fedelmente: 

Io: Cool, innit?
Lui: Don’t… Just don’t… 

Nonostante innit sia ancora fuori dalla mia portata, avevo sempre segretamente sperato di accumulare prima o poi abbastanza street cred da poter dire cool con naturalezza. Quello che non avevo previsto sono le conseguenze che questa nuova disinvoltura in inglese porta con sé. Più spesso che no, adesso mi manca in italiano la parola per frying pan. Gli aggettivi mi si stanno arrugginendo e anche i congiuntivi – orrore! – mostrano segni di stanchezza. Parlo poco in italiano e il filo del discorso mi si è parecchio smussato. Anche se ormai ho smesso di rivendicare a voce alta che IN ITALIANO SONO INTELLIGENTE! e IN ITALIANO SONO DIVERTENTE!, ogni tanto mi scappa ancora un sospiro quando penso a con quanta sottigliezza avrei saputo esprimere in italiano un certo concetto. Insomma, mi sono trasformata in un’italofila.

Quando, confusamente, mi auguravo una vita bilingue, non avrei mai pensato che questa mi sarebbe arrivata al prezzo della mia madrelingua. Ogni tanto mi chiedo cosa ci sia in serbo nel mio futuro, quale lingua uscirà vittoriosa fra le due. Paragoni illustri si affollano alla mente, Nabokov in testa a tutti. Poi, come sempre, torno con i piedi per terra e ricomincio a tralasciare le h in inglese e i congiuntivi in italiano.

Da qualche tempo, però, ho cominciato a intravedere timidi segnali che mi portano a sperare in un futuro più autenticamente bilingue. Sempre più spesso lui mi chiede come si dica in italiano questo e quello. Oppure, se accidentalmente ci diamo una capocciata a letto, io esclamo ouch! e lui ahia! E poi, quando c’è da ordinare Un. Botiglia. Di. Aqua. Naturale. Por. Favore, torna sempre vittorioso.

 

 

Antonella Lettieri vive a Londra e parla inglese con una spiccata cadenza barese. Si occupa di traduzione tecnica anche se non smette di sognare quella letteraria. Sull’internet non la si vede molto perché si limita, per lo più, a lurkare.