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Ricordi d’infanzia: il walkie-talkie di Topolino

Gli anni novanta, l’estate al mare, gli allegati ai fumetti di Topolino.

Mariateresa ci porta indietro negli anni col suo ricordo di infanzia.

Non ho una memoria ferrea: ho già dimenticato quello che ho mangiato a pranzo. Ci sono, però, ricordi d’infanzia che restano saldamente ancorati a uno sconosciuto database.

Quando ero bambina, l’estate rappresentava per me un momento molto felice e faticoso. Mia madre svegliava di buonora me e mia sorella, di quattro anni più piccola, per trascinarci al lido in cui affittavamo due ombrelloni insieme alle sue sorelle. Alle sette e trenta eravamo già pronte, col costume da bagno e una sacca che conteneva l’occorrente, per recarci alla fermata dell’autobus numero 5. Il sole alle sette del mattino scottava già abbastanza e, nonostante il tragitto da casa nostra alla fermata fosse breve, il fatto di esser state buttate giù dal letto così presto ci pesava.

Una volta sull’autobus la metà del lavoro era già compiuto. Potevamo almeno goderci il meritato passaggio verso la vicina frazione balneare attaccata al nostro paese di provincia tramite la costa. Sedute sui sedili sistemati in coppia, incontravamo i nostri cugini, che puntualmente avevano secchielli, palette e rastrelli nuovi e fiammanti. Io e mia sorella invece ci ritrovavamo a condividere gli stessi giochi per l’intera stagione. Nostra madre ci aveva esplicitamente detto che non poteva permettersi di comprare ogni due settimane un set per i castelli di sabbia. D’altronde erano castelli di sabbia, a pensarci bene la cosa aveva senso.

Affittavamo un ombrellone e una cabina nel lido in cui il marito della sorella di mia madre faceva il bagnino. Il viaggio durava circa quindici minuti. Percorrevamo tutto il centro in quel bus infuocato. Una volta arrivati alla fine del nostro paese, scendevamo per percorrere un lungo tratto a piedi fino alla spiaggia. Non dimenticate che portavamo sempre uno zaino in spalla.

Nostra zia era incaricata di comprare la pizza al pomodoro fresco in uno dei forni migliori che si trovava dalle sue parti. Devo confessare che tuttora, nonostante abbia mangiato quella pizza milioni di volte, non sono  del tutto certa di dove si trovi quel forno. Ma questa è un’altra storia.

Una volta scesi dal bus, il tragitto da compiere non era proprio semplice e risolutivo. Ci trovavamo in stradine strette e un po’ ripide, sempre coi nostri zaini e sotto il cocente sole estivo. In più i nostri cugini erano alquanto esigenti con la loro madre, obbligata a fare una sosta al piccolo negozio di generi alimentari per comprare il primo di una lunga serie di gelati della giornata.

Quando arrivavamo sulla spiaggia era quasi una liberazione. Io e mia sorella eravamo delle piccole soldatesse, abituate alla disciplina e al sacrificio che comportavano i due mesi di mare che i nostri genitori, seppure in ristrettezze economiche, riuscivano a offrirci. Nostra madre ci premiava con un cornetto all’albicocca del bar del lido. Allora poteva sembrare quasi una punizione. Avremmo preferito un ghiacciolo alla frutta, eppure quegli zuccheri ci davano la carica per tuffarci in mare e restarci per almeno un’ora.

L’estate per noi aveva un significato profondo. Oltre al mare, gli zaini pesanti e i cugini rompipalle, c’erano anche le letture dei numeri di Topolino. Nel ‘98, in combutta con la Omnitel, quelli del fumetto più celebre misero su un’idea che fece impazzire grandi e piccoli. In quattro uscite, pagate almeno ventimila lire, insieme al giornalino, Topolino ti regalava un walkie-talkie.

Noi eravamo in due, quindi i nostri genitori furono quasi obbligati a comprare in duplice copia le uscite del fumetto. Non ricordo con precisione in che giorno della settimana uscissero, ma quello che invece ho ben presente è l’esaltazione che io e mia sorella provavamo andando all’edicola dietro casa per chiedere se Topolino fosse arrivato.

Nostro padre ci aiutava a montare i pezzi di quei predecessori molto più economici degli attuali smartphone. Ricordo molto bene il giorno in cui la costruzione di quegli aggeggi era finalmente conclusa. Mio padre era seduto al tavolo del piccolo soggiorno di casa nostra con la cassetta degli attrezzi per girare le ultime viti, sempre a doppio, dei nostri walkie-talkie. Una volta completata la sua opera elettronica, con tanto di chip e cacciavite a stella, ci disse:

– Allora, andiamo a provarli?

Costrinse mia madre a prepararsi in fretta e furia per uscire, ci infilammo nella nostra Uno Bianca e percorremmo il tragitto fino alla rotonda che si trovava sul viale del nostro paese. Una volta giunti a destinazione, notai che moltissimi bambini possedevano i nostri stessi marchingegni. Vedevo coppie di marmocchi distanziarsi per riuscire ad ascoltare le loro voci a distanza. Per la prima volta vidi degli esserini con dispositivi così piccoli tra le mani intenti a chiacchierare a distanza. Dopo tutto i primi telefoni cellulari avevano fatto il loro ingresso nella società circa due o tre anni prima.

Alla rotonda di solito ci andavamo il sabato per incontrare i nostri cugini. Sì, sempre i due viziati della sosta-gelato delle otto di mattina. Quel giorno però era diverso. Eravamo lì solo ed esclusivamente per i nostri walkie-talkie che, lo saprete meglio di me, funzionano solo per onde radio.

Era il tardo pomeriggio di una giornata di agosto. Il sole era sparito, ma il cielo era ancora di un azzurro terso ed intenso. Mia madre si era seduta sui muretti del lungomare. Io e mia sorella eravamo nello spiazzale della rotonda coi walkie-talkie saldamente stretti nella mano. Mio padre ci disse di allontanarci per capire se funzionassero correttamente. Dopo una prima prova capimmo che i walkie-talkie non avevano alcun problema. A pensarci bene, credo che quella fosse la prova che confermava l’abilità elettronica di mio padre, che ad un tratto mi chiese di cedergli il mio dispositivo. Lo prese in mano e ci disse di stare a guardare. Io e mia sorella lo osservammo mentre teneva premuto il pulsante per attivare la comunicazione.

– Ehi, tu, bambino con la maglia gialla!

Strabuzzai gli occhi. C’era un bambino con la maglia gialla a una ventina di metri da noi che stava testando il suo walkie-talkie, esattamente uguale al nostro. Alle parole di mio padre, cominciò a guardarsi intorno. Io e mia sorella cominciammo a ridere a crepapelle perché il bambino, dopo aver ascoltato il messaggio proveniente da un walkie-talkie sconosciuto, si sedette accanto ai suoi genitori e non si mosse più.

Allora mio padre decise di smetterla e, appena si fece buio, decidemmo di tornare a casa. Il giorno dopo saremmo dovute tornare al mare e quello che ci aspettava non era di certo una passeggiata.


Mariateresa Pazienza è una fotografa freelance con una passione smodata per la letteratura. Le sue fotografie sono sul tumblr Lights & Shades e i suoi racconti sul suo progetto parallelo Non stare dentro a niente. È co-fondatrice del blog Casa di Ringhiera e ha pubblicato anche su Lahar magazine.