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Il tempo intanto correva

Tutta la forza del mondo si trova nella storia vera di Eloisa e in quello che attivamente fa. Non c’è nient’altro da aggiungere.

Mitilene è una città imponente, bellissima, sporca e cadente. Tutto ha qualcosa dell’abbandono, del distratto, della non cura. Mi hanno detto che sono così le città mediterranee, e che io non le posso capire, sono troppo nordica, nei modi, nell’aspetto e nell’essere.

Mitilene puzza, e puzza ancora di più il porto commerciale, puzza l’interno del nostro container medico, puzza l’angolo dove dobbiamo andare a pisciare ed è notte, mentre noi, io e l’infermiera, aspettiamo guardando il mare e dividendo caffè e birre con i ragazzi di un’altra associazione. Il nostro compito è curare, il loro fare di vedetta. Aspettiamo le navi dei siriani che fuggono dalla guerra, che arrivano qui dalla Turchia, che è quella costa lì , in fondo, la vedi? Sono nemmeno sette chilometri.

Siamo arrivate a Lesbo a maggio, a un mese dall’accordo Europa-Turchia. Questo voleva dire meno sbarchi, ci hanno detto, ma più lavoro da fare all’interno dell’isola, nei campi profughi. Non possiamo sapere se una notte avrete dieci barche e trecento persone e poi niente per tutto il resto della missione, ma dovete esserci, ci aveva detto Paolo, il nostro capo.

Esserci, monitorare il territorio, e – fondamentalmente –: aspettare. È quello che facciamo noi ed è quello che fanno tutti gli altri volontari di tutte le altre ONG. E quando dico tutte, dico tutte. Medici senza Frontiere, Save the Children, ERCI, ActionAid, nominane una: c’è. Ci si trova nei bar, fondamentalmente nell’unico bar decente di Mitilene, con la musica indie e i divanetti, ci si riconosce per le divise, i pantaloni da lavoro, assolutamente fuori luogo in un’isola per il resto paradisiaca, col mare, le colline, i surf. Si mangia tutti assieme, si fa colazione con lo yogurt, come turisti in viaggio organizzato.

Passiamo le notti a guardare e riguardare il materiale all’interno del container. Funziona l’ecografo? Vanno le radio? Abbiamo tutto per l’emergenza pediatrica? Controlliamo di nuovo la bombola dell’ossigeno, i vestiti puliti per i bambini. Dov’è il kit per gli accessi venosi?

Sono una specializzanda di Chirurgia Generale al terzo anno, ho fatto pochissimo pronto soccorso e so che gli anni di volontaria per la Croce Rossa poco mi serviranno se arrivasse veramente qualcosa di serio. Ogni notte ho paura come se fosse la mia prima guardia. Sono attiva, sveglia, con l’adrenalina a mille. Non ho nemmeno un paziente.

Andiamo a vedere se c’è bisogno di aiuto al campo di Kara Tepe, ma c’è quasi un volontario per profugo, facciamo giocare un po’ i bambini, non serviamo a niente di più’, siamo solo di troppo. A Moira no, a Moria non si entra, è un HotSpot, ci siamo ritirati come tutte le altre associazioni dell’UNHCR, una sorta di carcere, vietato l’ingresso ai giornalisti, niente foto. Ci passiamo davanti e ci sono bambini che protestano per avere del cibo. Qualche giorno prima che arrivassimo noi una parte del campo è andata a fuoco. Altri incendi scoppieranno più avanti, ad agosto, quando saremo già tornate in Italia. È la situazione più critica, ma ci vuole una presa di posizione politica. Non si può andare a Moira. Mai. Non si può giustificare.

Per una settimana ci spostiamo a nord dell’isola, a Molyvos: è una città bellissima, ha il castello, i medici serbi che sono già qua ci raccontano che era un paradiso turistico fino a che non sono iniziati gli sbarchi, ad ondate, centinaia di persone la volta a gennaio, ad affogare nel mare che è freddissimo anche se siamo ancora più vicini alla Turchia, da qui i chilometri sono quattro, quasi la tocchi.

Passiamo le nostre giornate tra la piscina del residence che ospita i cooperanti, il bar davanti all’ambulatorio di Skala dove ho visitato due pescatori greci col mal di pancia e uno con il mal di schiena, e avanti indietro lungo la costa nord, in operazioni di monitoraggio, continuo a chiedermi in monitoraggio di cosa, adesso che i guardiacoste turchi non permettono a nessuna barca di partire.

Lesbo è davvero un paradiso, sarà anche il contrasto tra le spiagge bellissime e selvagge e le centinaia di giubbotti di salvataggio rossi che ti trovi ammonticchiati davanti a rendere tutto così crudele. Gommoni tagliati, per non farli più usare agli scafisti, vestiti sui rami, scarpe abbandonate lungo le spiagge.

Andiamo a controllare i vari campi di appoggio, sono tutti aperti come se ci fossero centinaia di persone e invece non c’è nessuno, solo i volontari. Mi fermo a parlare con un gruppo di pensionati americani  con nomi da americani: Berry, Randy e Lydia. Vengono tutti dalla California, volevano aiutare. Presidiano. Tengono aperto il campo, lo tengono pulito e funzionante, sistemano, aggiustano. Ci cucinano una zuppa. È troppo facile che qualcosa si rovini e si rompa, subisca l’incuria e non sia utilizzabile in tempo. Dobbiamo essere preparati. Dobbiamo essere pronti. Non sappiamo quando torneranno gli sbarchi.

Siamo tutti dei Drogo nel nostro personale Deserto dei Tartari. Stanno arrivando, arriveranno, quando non lo sappiamo. Arriveranno.

Torniamo a Mitilene. Leggiamo, studiamo, facciamo esercitazioni su esercitazioni, primo soccorso, come parlare con i profughi, discutiamo con uno psichiatra austriaco esperto in disturbi post traumatici da stress, con l’avvocatessa statunitense qui per aiutare con le richieste d’asilo.

Vado a fare qualche visita domiciliare, alcuni migranti sono sistemati negli appartamenti che non verranno più affittati per la stagione turistica ormai inesistente. Sono quelli più fragili, gli anziani, le famiglie. Un uomo disabile a cui medicare le piaghe da decubito, di cui si prende cura un ingegnere siriano con uno splendido bambino di otto anni, la mamma è morta davanti ai loro occhi, loro vogliono solo raggiungere il fratello chirurgo dell’ingegnere in Germania, è tedesco adesso sai? È lì da vent’anni, ha la cittadinanza. Adesso però si prende cura di uno sconosciuto in un brutto appartamento al centro della città. Un ragazzo della mia età a cui dare gli psicofarmaci, uno per uno e assicurarsi che li prenda, ha già tentato il suicidio due volte. Era un dottorando di matematica all’università, hanno ucciso suo fratello e due suoi amici davanti ai suoi occhi nel cortile dell’università. Ho solo la mente un po’ incasinata, mi passerà, mi sono fatto portare i libri di analisi. Tre adolescenti curdi con la nonna, la nonna ha un po’ di diarrea, mi offrono dei dolci con troppo miele e la maggiore dei tre mi abbraccia perché ho la maglietta degli Slint, ascolta anche lei gli Slint, mi fa vedere le sue playlist su Spotify.

Vado a correre spesso, lungo la strada verso l’aeroporto, fino a dove i ragazzi spagnoli tengono acceso il falò per avvisare le imbarcazioni che lì ci sono gli scogli.

Tutte le notti io e l’infermiera le passiamo davanti al container, coperte e souvlaki di mezzanotte con le nostre vedette greche. Adottiamo un gatto. Il nostro unico profugo, lo chiamiamo il nostro Refee, da refugee. Iniziamo a dormire davvero, qualche ora, stese sulle barelle dentro il container.

Poi, una notte, arriva una barca.

 


Eloisa Franchi è nata a Milano nel 1986. Medico Chirurgo, come Cechov, Bulgakov, Cronin. Beh, più o meno. Specializzanda in Chirurgia Generale come in Grey’s Anatomy. Sempre più o meno. Ogni tanto parte in missione con Rainbow4Africa. Se non avesse fatto Medicina avrebbe voluto essere Georgia Hubley o Vera Nabokov. Su Twitter la trovate come @elo_franchi, su Medium invece è @eloisafranchi.