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il malocchio

un sacco bello

 

 

“Ma quindi fai la schiava anche tu?”

Sto bevendo una birra in via del Pratello e chiacchierando con il fidanzato dell’amica di una mia amica. Fa un caldo mostruoso e ci sventoliamo con i sottobicchieri. È una delle mie ultime sere a Bologna, prima di ritornare in Francia. Lui mi sta molto simpatico, perché parla in un modo che mi ricorda un mio amico ligure che non vedo da secoli. Nell’ultima ora c’è stata una lunghissima conversazione collettiva sulle ubriacature adolescenziali, una di quelle in cui uno non fa a tempo a finire un aneddoto che subito un altro attacca “e invece io una volta…” (second stories le chiamano, nella materia che studio io). Dopodiché lui ci ha raccontato di questo suo amico che vive in Norvegia e che dice che i norvegesi si ubriacano e fanno risse in continuazione ma che poi il giorno dopo si vogliono bene come prima e si confrontano i lividi in allegria. E io ho riso e gli ho dato corda come fai con qualcuno che ti sta simpatico e che potenzialmente potrebbe diventare tuo amico (affiliation practices le chiamo nella mia tesi). Poi però succede che, da qualcosa che ha detto la mia amica, lui intuisce che faccio un dottorato e mi chiede se faccio la schiava. E io rispondo “beh no” (dispreferred response) e poi per giustificarmi aggiungo che io il dottorato lo faccio in Francia (giving an account).

Allora il tizio mi chiede se mi piace, se non mi sono stufata, se non sono schifata dal mondo dell’accademia e chiaramente quello che cerca (projected next action) è che io mi lamenti insieme a lui, che condivida la sua frustrazione. Quello che non gli va giù è il fatto che la carriera universitaria, dice lui, ti costringe a essere uno sradicato, ad andare in giro per il mondo due anni qua due anni là senza mai poterti costruire una vita. Al che io gli dico che scusa, ma la tua visione mi sembra un tantino (mitigation of the disagreement) catastrofica, che non è vero che uno non si può fermare, che io conosco gente in Francia che alla mia età ha già un contratto da ricercatore a tempo indeterminato, che il problema è che non ti puoi fermare in Italia. EH, dice lui. E così salta fuori: l’annosa questione dell’espatrio.

I dottorandi di nazionalità italiana si dividono in due categorie: quelli che sono rimasti in Italia – soffrendo per la frustrazione di essere sfruttati, non riconosciuti, a volte persino umiliati – e quelli che sono andati all’estero – soffrendo per la frustrazione di dover lasciare la propria casa e la propria vita e per la consapevolezza che potrebbero non tornare mai. Io ho scelto il secondo tipo di sofferenza, la maggior parte dei miei amici e conoscenti ha scelto la prima.

Andarsene per me non è stato facile né da un punto di vista pratico né emotivo né professionale. Fra la mia prima laurea specialistica e il mio espatrio sono passati quattro anni, in cui ho cercato con tutte le mie energie di restare in Italia. Poi invece me ne sono andata.

Qualche settimana fa un mio amico mi stava spiegando le sue teorie sul malocchio. Praticamente, se uno ti invidia o prova dell’astio nei tuoi confronti ti lancia addosso – anche involontariamente  – delle energie negative. Per farmi un esempio pratico mi ha detto: tu tipo che stai sempre lì a parlare di quanto è fico il tuo dottorato, sicuramente ti sei già beccata un sacco di malocchio.

Il problema a grandi linee è questo: la mia esperienza di dottorato, finora, è stata magnifica. Sono pagata dignitosamente, ricevo stimoli, incoraggiamenti e supporto, mi piace quello che faccio. A raccontare queste cose ai dottorandi italiani mi sento un po’ come se gli stessi dando uno schiaffo in faccia, però gliele racconto lo stesso, per tre motivi: 1- perché penso che magari questo li stimolerà ad andare all’estero anche loro dove credo che staranno meglio; 2- perché non è che posso mentire ai miei amici e fare finta di essere infelice; 3- perché secondo me questa cosa me la sono meritata.

Il tizio mi dice: eh beh, ma io non voglio andarmene dall’Italia, io voglio restare qui, mi inventerò un qualche lavoro, non importa quale. Perché alla fine il vero scopo nella vita è cercare di essere felici e se ti sbatti a fare un post-doc negli Urali (negative assessment) come diavolo fai a essere felice? Nel frattempo il bar sta chiudendo, ci siamo alzati in piedi e ora tutti quanti stanno ascoltando la nostra conversazione (shift in the participation framework). Io dico che certo, l’obiettivo è la felicità, ma che la felicità non è per forza nel restare qua. Mi sento offesa perché da come la mette lui sembra che chi va all’estero lo fa per i soldi o per arrivismo accademico o che comunque sia una scelta vigliacca, quella di andare via. E soprattutto mi girano i coglioni perché questo ragazzo mi stava davvero simpatico e adesso mi ha costretto ad alzare le difese, a mettermi in modalità dibattito e tutto il lavoro di affiliation è andato a farsi benedire. E penso che è questo che ci fa l’università italiana, ci mette di fronte a una scelta in cui perdono tutti e scatena un odio fratricida per cui tiriamo fuori il peggio di noi.

Tre anni fa io avrei probabilmente fatto lo stesso identico discorso che sta facendo questo ragazzo e l’avrei sostenuto con altrettanta disperata tenacia. Adesso, con quella stessa tenacia, difendo la mia scelta di vivere in Francia. È un po’ come far parte di una guerra civile, in quale dei due schieramenti capiti è in buona parte casuale, ma non è possibile rimanere neutrali, non è possibile affrontare la questione serenamente. Per questo adesso quando qualcuno si lamenta perché sta in Italia ed è sfruttato, esce fuori una parte di me che non mi piace, la parte che vorrebbe dirgli: hai voluto restare a casa? Hai voluto la mozzarella buona e la mamma vicina? E adesso sono cazzi tuoi. E per questo stesso motivo i miei amici probabilmente mi hanno fatto il malocchio.

Alla fine ci salutiamo (closing of the interaction) e il ragazzo mi augura buon rientro in Francia. Lo vedo continuare a parlare mentre cammina con la sua ragazza e mi chiedo se sta continuando a perorare la sua causa (saving his face), se lei gli sta dando ragione. Mi chiedo se anche lui come me si sente amareggiato, se percepisce l’assurdità di questa discussione, se si rende conto che in fondo vogliamo tutti la stessa cosa.

 

 

 

Vanessa Piccoli è nata a Roma nel 1984. Da allora ha cambiato sei città, undici appartamenti, tre corsi di laurea e innumerevoli progetti lavorativi. Attualmente fa un dottorato nel ramo più fricchettone della linguistica un po’ a Lione e un po’ a Bologna. Di quando in quando scrive su Ultima Sigaretta.