Crea sito

Il giorno in cui non ho incontrato PJ Harvey ed è stato comunque bellissimo

PJ Harvey - The Hope Six Demolition Project

A due giorni da Natale noi di ALP ci congediamo con la storia vera di Rossella che ci racconta di quella volta in cui si è persa il concerto di PJ Harvey, ma le è stato regalato di più. Tanto che lei, a sua volta, oggi vuole regalare questa storia a suo padre.

Vivo a Genova da due anni ma, dato che sono più abituata a lamentarmi delle cose che non mi piacciono piuttosto che ritenermi fortunata per quelle belle, nella top 5 delle cose che dico più spesso da quando sono qui  c’è: In Liguria non viene mai a suonare nessuno! UFFI! (Affermazione che segue solo a ruota il primo posto occupato fieramente da Beliiiiin, con forte cadenza napoletana. Giusto per non dimenticare le mie origini.

Sono abituata a dare indicazioni, a fare un sacco di specificazioni e aprire mille parentesi per essere sicura che si abbia sempre un quadro ampio e chiaro di ciò che dico. Anche quando scrivo. (In realtà è perché spero sempre di ricevere altrettante dritte quando devo capire qualcosa io. In realtà pt.2 è perché odio non essere a conoscenza di tutti gli elementi di una situazione e non poterla così controllare a pieno. Ecco, lo sto facendo di nuovo. Ok. Respiro. Stop). Per questo motivo  l’indicazione per capire meglio l’allarmismo catastrofico delle mie parole è questa: immaginatevi un tono di voce da bimba cinquenne che non ottiene le patatine dopo aver appena finito il suo ghiacciolo alla fragola. E quell’UFFI. Ripetuto almeno tre volte di seguito, come prova del fatto che la mia età cerebrale a volte sembra non essere mai avanzata veramente più di tanto da quando pretendevo ghiaccioli al gusto di patatine.

(Che poi non è propriamente vero che in Liguria non ci viene a suonare mai nessuno. Ci fanno dei festival fighissimi, soprattutto d’estate, tra l’altro in location mozzafiato. E forse è proprio questo che mi fa incazzare. La Liguria offre delle cornici naturali talmente suggestive che secondo me dovrebbe esserci proprio una legge che obbliga tutti i grossi nomi della musica a fare almeno una tappa qui. Almeno una volta l’anno. Perché poi pretenderlo addirittura ogni due -tre mesi sarebbe troppo sfacciato anche per me, forse.)

Troppo spesso però questo tunnel di precisazioni e lamentele si trasforma in un labirinto infernale in cui mi frego da sola e perdo di vista un botto di cose che potrebbero interessarmi. Tipo come l’altro giorno (letteralmente) in cui a momenti mi perdevo la notizia della venuta in Terra Leggiadra di PJ Harvey per leggere alcuni estratti dal suo libro di poesie. Ora, chiariamo subito un’altra cosa al volo: la signorina Polly Jean Harvey sarebbe anche potuta venire a Genova per ballare il Gangnam Style (in realtà stavo pensando alla macarena, ma mi sa che non è più attualissima nemmeno alle feste dei neodiciottenni di oggi. Oppure sì?  Forse soffro dei primi sintomi di vecchiaia), io dovevo comunque esserci perché la amo follemente tanto da non voler neanche desiderare di essere lei perché altrimenti dovrei amare troppo me stessa e di meno gli altri. Sarebbe da pazzi (ma neanche tanto di più rispetto a questa teoria).

Vengo a conoscenza dell’evento, casualmente, mentre faccio il mio giro di aggiornamenti  tra Twitter e Facebook alle ore 15:07 di venerdì 15 aprile. PJ Harvey sarà in quel bellissimo salone di Palazzo Ducale solo tre ore più tardi dello stesso giorno.

Shock-panico-eccitazione. In questo ordine. Almeno per i primi dieci minuti, poi non so che mi è successo.

Cioè, in realtà lo so, è successo quello che succede sempre: il flusso di pensieri (e specificazioni, perché a volte sento il bisogno di specificare cose che, almeno a me stessa, dovrebbero essere già sottintese e invece no) si è intasato come non succede nemmeno col traffico sul Raccordo Anulare di venerdì sera. Più o meno alla stessa ora del reading di PJ. Devo ancora decidere se la cosa mi fa ridere o piangere.

Non ce la potrò mai fare. No dai, sì che ce la faccio. Salto la palestra. Che poi stavo solo aspettando una buona scusa per farlo. Ma devo fare lo shampoo. Mica posso andarmene via dall’ufficio perché devo fare lo shampoo?! Potrei fingere un imprevisto. Ma che razza di persona sarei? La stessa che si fa un giro su Facebook mentre ha mille scartoffie da mettere a posto?! Beccata! Ma che faccio mi becco da sola? Ah ma sì che sono sola, la Dani alle 18 starà ancora lavorando. Vabbè chissenefrega. PJ Harvey mica noterà me. Ho l’elastico in borsa.

[Che poi mi sono preoccupata dei capelli e non della mia maglietta con la stampa di una batteria quasi completamente carica e la scritta Weekend loading. Insomma, la tipica eleganza dell’ultimo giorno della settimana in ufficio prima di andare in palestra.]

Dopo interi quarti d’ora impiegati a bruciarmi neuroni, decido in qualche modo che una maglietta nera e un paio di jeans non sono il massimo dell’eleganza, ma neanche una trashata da 92 minuti di sguardi schifati puntati addosso. Accetto la situazione. Acquisisco anche la consapevolezza che dovrò diventare Bolt per 20 minuti della mia vita. Solo così, forse, sarei arrivata solo dopo poco che tutto avesse avuto inizio. L’unico mio vantaggio erano le scarpe comode tipiche di chi, l’ultimo giorno della settimana in ufficio, deve essere poi libero di correre verso il traguardo della fine della giornata senza rischiare di rompersi uno zigomo. Che, tanto per ricordarlo, dovevo legare i capelli, non avrei potuto nascondere la ferita. I momenti difficili della vita.

Lo step successivo è stato quello di chiamare il mio ragazzo e comunicargli dove mi avrebbe trovata appena si sarebbe liberato dai suoi impegni.

Poi vorrei tanto dire che sono tornata a concentrarmi sul mio lavoro ma la verità è che ho definitivamente congedato il mio senso del dovere e ho iniziato a fantasticare su un improbabilissimo incontro diretto tra me e Polly Jean che terminava con una foto di noi due abbracciate in cui io stringevo in una mano il suo libro di poesie, direttamente regalatomi da lei, con tanto di gran dedica forte e intensa come tutta la sua scrittura, e lei con addosso la mia maglietta Weekend Loading. L’inizio di una storia d’amore senza fine.

Arriva l’ora di affrontare la grande corsa.

Raggruppo tutti i fogli sulla mia scrivania, in ordine sparso, un po’ come i pensieri che ho in testa in quel momento. Mi è sempre piaciuta la sensazione da l’attimo prima di. Davvero, che meraviglia è L’attimo prima di?!

uscire-dire quelle parole-prendere quella decisione-baciare-infrangere le regole-venire-tuffarsi-sfidare un limite-saltare su quel treno-sbagliare.

Forse l’unico vero momento in cui lascio andare l’ordine, il controllo, le precisazioni. L’abbandono più totale del buttarsi in una cosa senza pensarci. Il momento in cui mi ribello a tutto ciò che sono è il momento che preferisco.

Ero pronta a farlo.

Per PJ, ma soprattutto per la convinzione che quell’evento avrebbe reso la mia giornata una di quelle che si ricordano tutta la vita… Ed è stato davvero così. Solo che, in quel momento io e il mio flusso interminabile di pensieri, ancora non sapevamo che PJ Harvey in tutto ciò sarebbe stata veramente marginale.

Dopo aver realizzato la coda più bella che abbia mai portato la mia testa, mi ricordo che il mio pseudo-datore di lavoro era fuori per delle commissioni e toccava a me aspettarlo finché non sarebbe tornato.

Merda (volevo trovare un sinonimo più elegante che rendesse l’idea ma Merda in certi casi è imbattibile).

La cosa fantastica è che io lo sapevo da quando ero arrivata la mattina in ufficio. Solo che poi, ripeto, ho letto la notizia e: shock- panico- eccitazione e poi non so che mi è successo.

Ormai ero sola. Sia in quell’ufficio che nella mia testa, dove l’immagine di PJ e me insieme sbiadiva lentamente ogni secondo che passava e lui non tornava alla base. A pensarci mi viene ancora un nervoso irreparabile. Ore intere a programmare il piano di riuscita, avvertire parenti e amici per farmi figa, terminare tutti gli impegni in fretta e furia (anche un po’ a casaccio). Ore intere a dare libero sfogo ai pensieri più assurdi e poi dimenticarsi dell’unico che contava veramente. A volte è proprio vero che ci meritiamo quello che abbiamo.

Rassegnata ormai al triste destino di un venerdì qualunque, mando un messaggio a mio padre, la primissima persona che mi ha avvicinato e fatto amare il mondo della musica, e gli dico che cancellerò il post che avevo scritto su Facebook. Che tanto quel giorno non avrei visto PJ Harvey e che ha ragione Levante quando canta Che vita di meeerdaaaa.

Passano solo pochi minuti prima che il suono del messaggio di risposta interrompa la mia preghiera silenziosa e disperata per un colpo di scena inaspettato:

Eh si mica è la fine del mondo se non vedi a questa… in radio c’è uno speciale su Johnny Cash. Sintonizzati e nun ce pensa’.

Con tanto di faccina finale che sorride. Difficile immaginare mio padre che sorride davvero, con la faccia da duro che si ritrova. Apprezzo cosi tanto il tentativo che sorvolo anche sul questa in riferimento a PJ Harvey e mi metto in cerca della frequenza radiofonica. Internet fa cose meravigliose.

Ci scambiamo qualche nota vocale con la radio in sottofondo. Quasi ci sembra di stare nella stessa stanza mentre scherziamo sul fatto che anche mio padre se la gioca a livello compositivo con la chitarra e diventiamo un po’ più seri mentre ci lasciamo cullare da quel velo di malinconia e solitudine dei suoi pezzi. Io e mio padre non ci diciamo mai ti voglio bene a parole. Però quando sentiamo il bisogno di ricordarcelo sappiamo come fare e la musica c’entra sempre.

Per la chiusura di questo speciale dedicato a Johnny Cash mandano in onda One, la cover del pezzo degli U2 e così mi ricordo e sottolineo a mio padre che uno  dei miei l’attimo prima di preferiti è quello che passa tra l’annuncio di una canzone che amo e il suo inizio. Bono si dovrebbe togliere di mezzo su ‘sto pezzo, mi risponde papà. Io gli scrivo una risata, che in realtà significa che sto sorridendo. Lui mi risponde: Brava ridi, che lo dice pure Johnny Cash:  One love, one life…capito? ONE LIFE. La faccina che sorride non l’aveva messa però sono sicura che stesse sorridendo con la faccia. E in effetti è quello che facevo anche io.

Ero stata tutto il pomeriggio a immaginare un momento di bellezza perfetto, pianificato al dettaglio. Com’è mio solito modo di fare le cose. E poi niente, succede che mi ritrovo a dover imparare sempre la stessa lezione e cioè che non tutti i momenti si possono programmare, soprattutto quelli che finiscono per diventare i più belli.

Ecco che, nel giorno in cui non ho visto PJ Harvey, ho aggiornato un’altra delle mie classifiche.

Top 5 Momenti Bella Della Vita: io e mio padre che commentiamo a distanza una puntata radiofonica dedicata a Johnny Cash.

 


Rossella Mattiello, classe 1992, è nata e cresciuta a Nocera Inferiore, ma da qualche tempo vive a Genova per lavorare e ritrovarsi a guardare il mare con la sabbia tra le dita. Ama l’arte, tutta, in particolar modo la musica e quella di fare il caffè. Quest’ultima riguarda segreti che le è severamente vietato svelare in pubblico. Per la musica invece si sente moralmente in dovere di condividere ogni suo pensiero e conoscenza su Vinylistics insieme a un amico altrettanto affamato di cosebbbelle. Su Twitter è @RossellaM4.