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I fucked a republican once

independent.co.uk

A tutti capita di sbagliare. La storia vera di oggi parla dell’errore di Marzia.

Una sera mi sono scopata un Repubblicano. Non me lo sono mai perdonato, e oggi – nell’era di Trump – porto il peso di questo coito come forse la mia unica onta sessuale. Non lo sapevo al tempo, anche se avrei potuto sospettarlo: voglio pensare che se fosse stato italiano avrei inquadrato subito il tipo, questa però non è una giustificazione.

 

Vorrei dire soltanto che in gran parte è stata colpa dell’alcol: avevamo vagato parecchio quella sera perché il pub crawling è una pratica seria, però quelle due bottiglie di rosso portate via con noi erano di troppo. Vorrei aggiungere anche che proprio quella sera, dopo mesi, il mio ex – quello che tutti, anche i suoi amici, chiamano il perfido ex – aveva provato a parlarmi di nuovo, facendo una scenata da ubriaco nel locale dove eravamo entrambi. Ero vulnerabile, tipsy e annoiata, lui attraente a quella maniera americana da teen-comedy piena di sportivi. Diceva cose ovvie a voce troppo alta e si alzava spesso il colletto della camicia inamidata, cercava disperatamente approvazione sul nulla cosmico eppure traspirava arroganza. Certo, era divertente flirtare discretamente davanti agli occhi di tutti ma non mi ero prefissa alcun fine sessuale o, a dire il vero, la possibilità di passare alcun tempo da soli. Però abbiamo continuato a bere, e come succede a ogni degno pub crawl spesso si perdono elementi del gruppo in questo o quel locale, per questa o quella ragione. Ci ritrovammo a mezzanotte, quando suona la campana, solo in tre e con due bottiglie di rosso aperte e da finirsi. Neanche al fondo della prima ed eravamo solo noi due, seduti chissà come fianco a fianco sul divanetto di un bar deserto con addirittura le serrande tirate giù. La sua mano sul mio ginocchio; io avevo su solo un paio di calze nere velate nonostante il freddo. Avevo voglia di fumare ma per qualche ragione me la tenevo, e restavo sul divano invece di infilare la giacca e sfilare per le scale oltre la porta.

 

‘La sua mano sul mio ginocchio’ è come questa storia è sempre cominciata per gli amici che l’hanno sentita. Una prima mossa ovvia ma sempre d’effetto, che non spiegava ancora perché tra le cose più esilaranti accadutemi in terra albionica figurasse un tizio americano che chiamavamo – con la mia amica Irene – Magic Mike, ma che lasciava già abbastanza indizi per cominciare a sorridere. Per dovere di cronaca, l’americano non si chiama davvero Mike e non c’era niente di magico. Però aveva delle mosse non da poco. Dopo due umidi baci appassionati mi ritrassi, e commentai che non mi pareva il caso di andare avanti per ragioni imprecisate. Ma non c’è nessuno, non ci sono telecamere. Non mi pareva comunque il caso, non mi andava, e già mi preparavo a dovermi difendere da insistenze fisiche che sono la frequente risultante di quei no che a certi suonano come sì. Mi spostai dal divano alla sedia lì accanto.

 

In maniera sfrontatamente atletica saltò in piedi anche lui dal divano. Prese a fissarmi tenacemente, senza avvicinarsi però al mio corpo che – gambe accavallate – chiariva un’indisposizione. Senza dire una parola si sfilò il maglione e lo lanciò sul tavolino; al mio sguardo interrogativo prese a sbottonarsi, lentamente, uno a uno, i bottoni della camicia viola che aveva indosso. Muoveva i fianchi verso destra e poi verso sinistra, oscillando appena e in maniera regolare e tutti i suoi muscoli sembravano rispondere a quel movimento. Praticamente uno di quegli aggeggi che si trovano sulle scrivanie dei medici, ma con gli addominali. Addominali scolpiti perfettamente, svelati dagli ultimi bottoni e dal rapido movimento con il quale aveva sfilato la camicia dai jeans, lasciandosela appoggiata addosso, aperta, a mostrare un torso marmoreo. Un passo alla volta, al tempo di una musica che non c’era, cominciò a sfilare anche la cintura e me la passò dietro la schiena per avvicinarmi al suo corpo. Mentre respiravo confusamente l’odore di colonia che – non vedo altra spiegazione – emanava naturalmente, ho avuto un calo delle difese e delle inibizioni. Nel frattempo lui si era sfilato definitivamente la camicia, lanciandola senza pensarci due volte dall’altra parte della stanza e voltandosi di scatto. La sua schiena muscolosa e tatuata calava lentamente a coprire la mia intera visuale, le mani le aveva incrociate dietro la testa mettendo in risalto i bicipiti gonfi. Mentre si piegava sulle ginocchia fino quasi a toccare terra, io afferrai la bottiglia aperta di rosso per il collo. Con l’altra mano ancorai due dita a un passante dei suoi jeans e lo tirai verso di me. Non era stato intellettualmente stimolante come una lettura di Montale, però la carne è debole; e nessun ragazzo prima mi aveva mai fatto uno strip-tease.

 

Lui però era americano e Repubblicano, e anche l’unica persona nella mia cerchia di conoscenti – reali e virtuali – che abbia votato Donald Trump. Gli elettori di Trump nella mia testa non avevano corpo materiale, come gli angeli; gli elettori di Trump esistevano prima dell’elezione di Trump ma non davvero, erano ombre proiettate malamente su una democrazia zoppa. Poi hanno reso tangibile la loro esistenza attraverso il voto e le conseguenze dello stesso ma ho avuto difficoltà a metterli a fuoco fino a quando non ho letto quell’unico e solo status entusiasta apparire tra gli aggiornamenti post-elettorali della mia bacheca di Facebook. Non solo avevo conosciuto un vero Trumpiano – Trumpista? – ma l’avevo anche accolto (seppur svogliatamente) dentro di me.

 

A conti fatti, non ne valeva la pena.

Irene però, che se la ride, la pensa diversamente.

 


Marzia D’Amico è nata nel 1989 a “sì, Roma Roma”. Femminista. Queer. Studia la poesia epica femminile italiana a Oxford come passatempo nell’attesa di fondare una riot band. La trovate circa ovunque nel web come @atamarzia (su Twitter, Snapchat, Instagram e pure su Medium). Per lei le tartarughe sono più magiche degli unicorni.