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Ho litigato sulla torre Eiffel

Photo Credit: Matthieu Luna via Compfight cc

 

Per dieci anni non siamo andati a Parigi. Tu perché sei pigro, o diversamente viaggiatore, perché ti piacciono i borghi umbri con dodici abitanti e un affresco medievale di un minore che conosci solo tu; io perché da bambina mi hanno insegnato che andarci in coppia prima del matrimonio porta sfiga e non ti sposi più.

Finché un giorno di primavera, sprezzante del pericolo, ho deciso: Parigi.

Cosa poteva capitarci di peggio? Eravamo usciti indenni (vabbè, indenni) dalla crisi del settimo, dell’ottavo e del nono anno. Era stato un inverno tremendo, come quello prima e quello prima ancora. Era ora di lasciarsi alle spalle le superstizioni delle femmine di famiglia, tanto prodighe di consigli sulla riuscita di una coppia quanto portatrici di biografie che non le rendevano esattamente titolate a darne. Ero una donna matura. Non mi avresti sposato? Sai che novità. Ogni tanto qualche amica si accorgeva del brillocco all’anulare sinistro: – Ma è fantastico, mi devi dire qualcosa? – . – Guarda che ce l’ho da una vita – . Espressione sgomenta.  – Gliel’ho estorto, in cambio non devo più chiedergli quando ci sposiamo – . Espressione sgomenta bis. Ci amiamo di un amore maturo.

Del resto non ti sei arrabbiato quando ti ho fatto fare due volte il giro dell’isolato perché non trovavo l’albergo e non mi sono arrabbiata perché passi che io sono rimbambita ma come hai fatto a non vederlo neanche tu. Certo, la mattina dopo un po’ mi sono preoccupata quando abbiamo litigato nella camera con l’affaccio su Notre Dame. Forse era la camera che portava sfiga, fortunatamente l’avevamo presa solo per la prima notte: visto che ci amiamo di un amore maturo, per le notti successive potevamo risparmiarci quel sovrapprezzo inutile e dormire in un’altra stanza tale e quale ma con l’affaccio sul cortile interno.  – E poi è anche più romantica – ,  ho detto posando la valigia sul letto minuscolo (una piazza e un quarto, diciamo). Hai annuito fortissimo prima di ricominciare a litigare. Vedevo le femmine della mia famiglia sogghignare. Almeno io un marito ce l’ho, dicevano alcune; io addirittura due, aggiungevano le più cattive. Tanto piacere, e comunque non conoscete l’amore maturo, rispondevo facendo la linguaccia mentre rimanevo indietro arrancandoti dietro sulla collinetta di Montmartre, in cima alla quale abbiamo consumato il litigio migliore della vacanza mentre le guardie del corpo di un miliardario che se la spassava con una bionda ci osservavano divertite. – Così pochi giorni, così tante cose! – ,  ci ammiravano al ritorno: elencandoli, contavo tutti i luoghi in cui avevamo litigato: il museo medievale, almeno tre ali del Louvre, i giardini del museo Rodin, l’ingresso dell’Orangerie, Notre Dame sotterranea, l’ultimo piano della Madame, il Pompidou, l’ascensore dell’Istituto del mondo arabo, il Lungosenna di notte, il Lungosenna di giorno, l’orto botanico, la sala da tè della moschea, il cantiere dei lavori della metro nel quartiere del Louvre, Fauch… No, da Fauchon non abbiamo litigato, però abbiamo fatto il bis di croissant. Il prezzo di una tregua è una cerniera che non sale. Ma noi ci amiamo di un amore maturo e il giorno dopo abbiamo ricominciato a digiunare ( – La colazione è così abbondante! – ), camminare, vedere arte e litigare.

Ogni tanto, litigando, ti davo la macchina fotografica. Sibilavo qualche parolaccia e dicevi una delle tue cattiverie che però mi fanno scappare da ridere. Poi scattavi. Al ritorno, facendo l’album su Facebook, le ho riguardate una per una, sono sempre tranquilla e sorridente. Coltelli, grugniti e spargimenti di sangue scomparsi; i tuoi clic sono dotati di un Photoshop naturale e paraculo. Furiosa che la mia infelicità non fosse comprovata, ne ho approfittato per rifarmi tutte le foto profilo.  – Posso? Posso? Ti prego, posso una, una volta sola, postarne una insieme? – . Hai sorriso serenamente. Ancora una volta mi avevi fregato, praticamente non comparivi in nessuna. Mi hai indicato quella dei nostri quattro piedi, il tuo solito modo per perculare i social network e proteggere la tua amata, neutra, placida, inviolabile invisibilità che lasci che gli scemi chiamino privacy.

Ce n’è una che ti piace più delle altre, una volta ti ho visto sbirciare il mio Facebook e cliccarci su, ho gli occhiali da sole e sullo sfondo c’è la Madame. Chissà se ci pensi ancora pure tu, che perfino là sopra abbiamo litigato.

 

 

 

Nadia Terranova  è nata a Messina e vive a Roma. Ha scritto quattro libri per ragazzi di cui uno, “Bruno il bambino che imparò a volare” (Orecchio Acerbo, 2012, illustrazioni di Ofra Amit), ha vinto il Premio Napoli ed è stato tradotto in Spagna. Ha tradotto dall’inglese gli adattamenti a fumetti dei romanzi di Jane Austen per la Marvel – Panini Comics.  Fa parte del gruppo Libri in testa e della scuola di lettura Piccoli Maestri, un gruppo di scrittori che gira per le scuole a raccontare agli studenti i libri più amati. Ha scritto racconti per riviste, webzine e antologie e il suo primo romanzo uscirà nel 2014.

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