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Ho avuto una sorella

Photo Credit: Nelson Lourenço via Compfight cc

 

Ho avuto una sorella. Non so come dirlo meglio, quando mi chiedono se sono figlia unica. Alcuni si fermano lì, perché per certe cose è meglio attendere un invito a entrare. Ma questa, per me, è una porta quasi sempre chiusa.

 

Ti ho visto per la prima volta che avevi due anni e una testa di ricci, la pelle scura ma più chiara di quella di tua madre, io avevo appena finito le elementari e questa cosa la capivo ma mi sembrava strana, che tu fossi più chiara di lei, dico. L’assistente sociale parlava mentre quella donna rideva forte, tornata dal bagno tenendoti in braccio, e gridava La bambina mi ha morso!. Ho avuto subito paura di te, hai preteso tutto con una voracità che non conoscevo. C’erano vuoti che mi portavo dentro, vuoti racchiusi da confini, la tua venuta li ha esplosi tutti insieme e ha cambiato il mio modo di stare al mondo. Dovevo difendermi. Hai preso tutto il tempo che pensavo di meritare, l’interesse, la dedizione in cambio della necessità di sentirsi utili. A me è rimasto il ruolo di ragazzina matura, me lo sono fatto andare bene per un po’, poi tutto è cambiato come doveva, e gli argini hanno ceduto. La mia ritirata è stata seguita a vista, mai ostacolata.

Sei arrivata un giorno di maggio a casa nostra, dovevi stare qualche mese, ci sei rimasta per quattordici anni. Entrando hai trovato le caramelle sul tavolino del salotto, hai aperto le mani e preso quelle che ci stavano, poi sei andata a nasconderti in cucina. Non le hai mangiate, nemmeno una, ma le tenevi strette e papà è riuscito ad aprirti le dita solo prima di andare a dormire. Ancora non parlavi ma in un’estate sei diventata una bambina grande, con mia madre che ti tirava su da terra ogni due minuti. Io trovavo nascondigli per le cose che scovavi lo stesso, e dopo il tuo passaggio trovavo bambole senza una gamba, il diario pitturato con i pennarelli. Un giorno avevo chiuso la porta della camera a chiave, anche se sapevo di non poterlo fare, e avevo spalancato l’armadio. Nel ripiano – il più alto a cui arrivavo – c’era una chitarra di plastica rosa che serviva come base per la discoteca di Barbie, insieme ai tavolini pieghevoli, le bottigliette gialle e i finti panini, il bancone e quattro anelli bianchi con una leva: se incastravi i piedi delle Barbie negli anelli e tiravi la leva, ballavano. C’era anche una radio nella confezione, un pezzo di plastica con l’adesivo delle casse attaccato al contrario e io l’avevo piazzato proprio al centro della pista, mentre me ne stavo appoggiata con la schiena alla porta chiusa a chiave. Mamma a un certo punto aveva detto Apri, ma c’era papà accanto a lei e le diceva Lasciala stare, vuole stare un po’ da sola. Io avevo continuato a giocare.

Tutti mi confermavano che ero brava e generosa a dividere la mia camera, la mia vita e i miei genitori con te. Io a volte pensavo fosse vero, allora ti portavo in giro in bici con il seggiolino dietro, la bici di mia madre con cui toccavo appena a terra e facevo il giro da tutte le amiche per far vedere la mia nuova sorella. Dicevo proprio così, Ecco la mia nuova sorella. Un pomeriggio mi ero fermata davanti al giardino di Giulia, ero scesa provando a mettere il cavalletto ma la bicicletta mi era caduta addosso, con te sul seggiolino. Sbattendo a terra mi ero fatta male al ginocchio e anche tu, ti avevo detto Non dirlo alla mamma così avevi smesso di piangere, piantandomi in faccia i tuoi occhi neri.

Alle elementari, il fine settimana andavi a casa di tua madre che ti riempiva di cose, anche firmate, che non so dove prendesse. Una volta eri tornata con in mano una borsetta dell’Adidas, rossa e nera, come quelle per tenere le scarpe da bowling. Io di anni ne avevo poco più di quindici e mi era parsa qualcosa di bello. Ti era bastata un’occhiata per dire Te la presto, non ti sembrava vero che io desiderassi una cosa tua. Per il resto prendevi tutto ciò che ti stava intorno a mani piene e dita strette, come a due anni, e ti buttavi a terra piena di disperazioni e di entusiasmi, mentre mamma ti diceva Abbassa la voce. Stavi in bagno per ore, già da bambina. Ti guardavi allo specchio, facevi le facce, tiravi in una coda stretta quei capelli così ricci che erano la tua bellezza. Appena sei stata più grande hai iniziato a dire a tutti di venire da un altro posto, di essere un’altra persona. Io non ti capivo. In quegli anni ero più grande e più lontana, ti avevo lasciato in ostaggio la mia infanzia finita in fretta e forse, per altri motivi, mai cominciata. Tu non facevi altro che cambiarti d’abito: ti travestivi, ballavi a occhi chiusi e c’era qualcosa dentro di te, qualcosa di vivo, che invidiavo.

C’è stato il tempo vissuto nella stessa stanza senza incrociarci mai. Mi sentivo grande e ti accarezzavo la testa mentre facevi i compiti seduta accanto a mamma, fingendo una pace che non ho mai avuto. I miei vent’anni, mentre tu andavi alle medie io volevo solo uscire, abbandonare quella casa con le finestre chiuse e i miei vestiti grigi. Eri solo tu la bambina da portare in montagna, in una casa che vedevo di rado. Mamma diceva Perché non vieni. Io rispondevo Ho da preparare l’esame. Papà diceva Vuole stare da sola, lasciala stare. Il giorno della mia laurea sei scappata per una scusa sciocca, Non mi hai abbracciato per prima dicevi, e nelle foto di quel giorno non ci sei. Qualcuno ti è venuto a cercare e quella è stata una delle mille volte in cui prendevi e andavi, meglio se ne nelle ricorrenze, solo perché una cosa non ti stava bene. Dovevamo inseguirti, chiedevi occhi puntati e la tua energia infrangeva tutto, ti colava tra le dita, strabordava. Io ho vissuto piuttosto di barricate e di ritiri.

L’essere adulte ha significato perdersi, ritrovarsi e poi perdersi ancora. Abbiamo fatto insieme compleanni, feste dell’ultimo e una gita a Gardaland in cui ci hanno rubato lo zainetto rosso che tu hai recuperato, volevi picchiare quelle ragazze ma ti ho detto Lascia stare. Ricordo che ti piacevano i cavalli e penso sia ancora così perché il tuo profilo facebook ne è pieno. Una volta, mille anni fa, eravamo tutti insieme in un maneggio in Piemonte, tu eri piccola ma in sella non avevi paura: Mai visto una cosa così, diceva il proprietario. Se devo pensare a un ricordo bello penso a quei pochi giorni assolati, di tregua. Nella camera dalle pareti rivestite di legno c’erano un milione di ragni e io ero ancora abbastanza bambina da averne timore e tu abbastanza grande per fingere di non averne, così ridevi di me.

Questa è la prima volta che scrivo di te.

 

 

 

Sara Loffredi è nata a Milano alla fine degli anni ’70. Lavora come editor in una storica casa editrice giuridica e, per stemperare l’entusiasmo provocato dalla frequentazione quotidiana del diritto, scrive. Ha esordito con Rizzoli nel 2014 con il romanzo “La felicità sta in un altro posto”. Alcuni dei suoi racconti e fiabe sono stati pubblicati su riviste e antologie.