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Il Guido dee megòeete

Questa settimana non raccontiamo una storia. Questa settimana raccontiamo tante voci, e tutte raccontano voci di altri.

Questa settimana raccontiamo i racconti dei nonni.

Buon 25 Aprile.

Mio nonno Guido aveva una bicicletta con la canna.

Soldi per farsi la patente non ce n’erano e anche li avesse avuti, sarebbe stato impossibile trovarne altri per comprarsi una macchina. Era uno dei Ragazzi del ’99, mio nonno, ma al fronte non ci finì mai grazie ad un’infanzia in Alsazia e Lorena che gli permise di fare le traduzioni delle comunicazioni francesi e tedesche per l’esercito italiano. Per rafforzare la sua copertura di finto contadino, girava con le tasche della giacca piene di semi di girasole: le megòeete.

Sulla canna della bici ci aveva fatto salire tre mogli.

Con la prima era stato sposato otto anni, prima che una leucemia fulminante se la portasse via mentre contava, sulle dita di una mano, i figli che avrebbe voluto dargli.

Alla seconda, mia nonna Maria, proibì di contare con le dita e mentre lei cuciva riuscì a farci quattro figli maschi. Con il primo emigrarono in Libia, dove vissero per cinque anni e partorirono il secondo, mio padre. Scapparono quando gli inglesi iniziarono a bombardargli il tetto di casa. Tornarono in Italia giusto in tempo per concepire altri due figli, finire nuovamente sotto le bombe degli inglesi e mangiare patate per i venticinque mesi consecutivi: mattina, mezzogiorno e sera. Mentre mio padre e i miei zii indossavano scarpe di cartone tenute insieme da lacci di spago e i tedeschi gli occupavano i campi intorno a casa, il nonno, staffetta partigiana, traduceva ancora una volta per i combattenti, sempre con le tasche piene di megòeete.

La nonna Maria tradì il nonno con un tumore al cervello. Gli ultimi sei mesi li passò a casa nostra, stesa su un letto, spossata dai tentativi di contenere, dentro le bende che le fasciavano la testa, i ricordi che svanivano. Lui veniva a trovarla tutti i giorni, finito il lavoro; saltava giù dalla bici, me la consegnava che i pedali ancora giravano. “Appoggiala al muro”, mi diceva, e intanto depositava nelle mie mani una manciata di megòeete.

Il nonno si sposò per la terza volta a settantacinque anni. Lui e Rosina rimasero insieme cinque anni, vivendo di dolori e ricordi in una casa troppo grande e vuota per riuscire a sopportare i primi e scaldarsi con i secondi.

Mio nonno Guido morì a ottant’anni, la bici rovesciata sulla terra battuta dell’ingresso di casa. Attaccata alla canna, una bottiglia di grappa.

Me lo ricordo mentre allunga il braccio e mi apre la mano mentre i pedali girano a vuoto. Me lo ricordo con il sorriso beato di chi è sopravvissuto a due guerre mondiali, tre mogli e quattro figli grazie a una manciata di semi. Me lo ricordo ogni volta che vedo un girasole e mi viene da pensare che mia nonna deve avergli cucito male una tasca.


Barbara Bedin è nata nei Colli Euganei in un giorno d’inverno del 1969. Per molti anni è ha girovagato per l’Italia in cerca di mare e un clima migliore, ma negli ultimi dieci anni si è arresa al richiamo della nebbia. È arrivata seconda alla IV edizione del concorso “Il Porco Delle Nebbie”, ha pubblicato su Grafemi e un suo racconto è stato selezionato dalla rivista La Luna di Traverso.