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Gerani

photo credit: sara marzullo

 

In sogno – è stato scritto – partire significa morire.

Ho aperto la sdraio in terrazza e mi sono messa al sole. Tecnicamente non è neanche una terrazza – troppo piccola – e tecnicamente tutti i vicini possono vedermi camminare in costume da bagno in mezzo alle case e alle piante di geranio, ma è Agosto e a me non interessa più di tanto. Qua non c’è mai nessuno.
Sono a casa dei miei, fuori dalla mia stanza e devono esserci più di trentacinque gradi, che con questa umidità e il cemento significa che non respiri dal caldo e passerà poco tempo prima di essere obbligata a rientrare. Posi il libro, pulisci via le gocce di sudore dalla schiena, chiudi la finestra, abbassi le persiane. Due settimane, tre settimane, un mese di resistenza.

Le giornate sono lunghissime in questo periodo dell’anno: il crepuscolo arriva troppo tardi e non assomiglia a una liberazione, solo zanzare e afa. Sempre meglio che a Bologna, dove passi il resto dell’estate e dove alle tre di notte le maglie si appiccicano alla pelle e ancora cammini in pantaloncini per casa cercando di capire se almeno stanotte dormirai. Una volta ho convinto i miei amici a salire sul tetto di un palazzo in cui non viveva più nessuno che conoscessimo ma di cui avevamo conservato le chiavi: neanche lassù riuscivamo a respirare bene, ma vedevamo la stazione e i binari e le antenne sui tetti e la strada dove battono le prostitute e io avevo deciso che quello era un posto romantico. Devo averlo scritto per messaggio a qualche amica, incapace di scattare una foto che rendesse l’idea. L’ultima volta che ci sono stata, si vedevano i fulmini in lontananza e il guardiano è salito per dirci di andare via.

Non mi ricordo se da lassù si vedessero le costellazioni.

Un mese a casa d’estate è il minimo che ti possa succedere. Giornate bianchissime, in cui non fai niente e esci per una passeggiata in mezzo a questi quartieri che qualcuno una volta ha chiamato insignificanti. Mi ha detto anche che gli ricordavano quelli in cui era cresciuto lui e non era un complimento, né l’affermazione di un’appartenenza comune: posti del genere non dicono niente, crescere in mezzo a strade identiche, piccoli centri e zone industriali è come tenere il fiato per un paio di decenni, salvo che inizi ad abituarti alla mancanza di ossigeno.

Ogni volta che torno dico: un giorno scriverò di questo. E di come questo non mi parli ancora.

Sulla parete della mia stanza ci sono attaccate le stesse cose del liceo: locandine di film, un quadro molto brutto dai colori caldi che non so neanche perché ho comprato (noia, probabilmente), cartoline di musei – non ho toccato niente, da quando me ne sono andata.
Ogni volta che torno, fotografo i palazzi davanti alla mia finestra col cellulare: sono tutte uguali, ma non mi decido a cancellarle.

Il fatto è che non ricordo niente di queste estati, si confondono l’una nell’altra. Una telefonata fatta di notte – raccontami quello che vedi – un pomeriggio sul divano, l’aria fredda accesa, le finestre sigillate, la televisione che trasmette i programmi della sera e le luci dalle finestre di fronte che lentamente si accendono, sempre gli stessi dischi.

La corrente salta ogni tanto, resto al buio per un po’.

Sono le vacanze di Natale, quando di notte mi alzo e giro per le stanze di casa: l’insonnia non è un problema qua che non ho niente da fare. Mi sdraio sul tappeto e rimango immobile per un tempo che a me pare infinito, anche se forse sono solo dieci minuti, e se la lana mi pizzica sulle cosce, faccio finta di niente. Le macchine illuminano la stanza con i fari, ma alle due di notte, di martedì, qui in provincia non ce ne sono tante: mi piace il rumore che fanno, anche quando inchiodano. Mi metto a guardare la città dalla finestra più alta, seguo le macchine, con le luci più lontane che sembrano promettere qualcosa: non ho mai capito esattamente da dove passino le strade sulle collina, ma come molte persone ossessionate dall’idea di spazio, manco totalmente di senso dell’orientamento.

Qua non succede niente – e hai nostalgia di tutto, la tentazione di ricominciare a sentire tutti.
Uno, due e tre. Conto i giorni, le ore e i minuti.

È primavera, torni per qualche giorno. Tua madre ha cambiato la disposizione dei mobili in salotto: così sembra più grande. Ti fermi il tempo necessario per entrambe. Mentre stai arrivando un amico ti chiede se esiste un nome preciso per il panico che ti prende durante gli ultimi chilometri verso casa, se esiste una sindrome di Stoccolma per i posti da cui cerchi di sfuggire e a cui, inevitabilmente, torni.

Oggi è quasi estate. Di nuovo. Penso solo alle mattonelle della terrazza che si apre dalla mia stanza, a quando tra poco ci camminerò sopra a piedi nudi e ogni giorno sfumerà nel seguente senza che io riesca a disegnarne un contorno. Ci saranno libri lasciati a metà e sigarette fumate di notte perché ti piace che abbiano ancora l’aspetto di un gesto vietato (quella piccola pioggia di braci, la chiama Ben Lerner: ricopio la frase per poterla usare ancora).
Ci saranno ancora conversazioni lente, i sedili della macchina che scottano perché lasciati al sole, il colore delle scuole che hai frequentato, la rassicurazione delle conversazioni con gli amici, anche quando le loro vite sono piene di buchi di informazioni che non riempirai mai e aneddoti che non sai se hai già raccontato.

Se dici il nome di questa città, io a volte mi dimentico che parli di me, eppure finisco sempre per riabituarmi alla sua forma. Questa non sembra una storia, ma, a suo modo, lo è.

 

 

 

Sara Marzullo vive e studia a Bologna, dove ha cambiato quattro case in cinque anni. Collabora con Il Mucchio, scrive di musica su Indieforbunnies, di città e romanzo su Nuovi Argomenti e passa il resto del tempo a decidere la disposizione dei libri sulle mensole. La potete trovare anche su Twitter