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Tutte le volte che non me ne sono andata

Photo Credit: hectore via Compfight cc

 

A partire dai tuoi tredici anni inizi a dire a te stessa che tu MOLTO PRESTO te ne andrai.

Forse gli altri no, ma tu si; te ne andrai, te ne andrai di casa, cambierai città, cambierai paese, cambierai tutto, e te ne andrai. E non dovrai più rivedere nessuno, e nessuno ti rivedrà. Aspetta che compio diciott’anni, dici a te stessa; e nella tua testa c’è qualcosa di indefinito, un luogo che non è un vero luogo, anche se forse è l’America, ma non la stessa della cartina geografica. Intanto scrivi nel tuo diario i nomi alternativi che darai a te stessa (che scoprirai poi, a distanza di anni, essere nomi di attrici sentiti da qualche parte, tra cui: Kelly McGillis, la bionda di Top Gun) e fai le scommesse con tuo fratello più grande sulle cose che accadranno in questo futuro remoto e mirabolante (come ad esempio: compragli un auto costosa, una Porsche forse perché l’hai vista in Beverly Hills 90210, e perché sì, sarai anche lontana, lontanissima e pressoché introvabile, ma sempre con un cuore d’oro, certo, figurati).

Un bel giorno compi diciott’anni e scopri che tutto quanto è rimasto è uguale al giorno prima. Vai ancora al liceo. Vivi sempre a casa con i tuoi. Non hai soldi. Non hai libertà d’azione. Puoi guidare però, se prendi la patente. E puoi prendere il comando a livello legale, in teoria. Va bene. Ma in una situazione come questa significa poco. La verità è che devi posticipare la tua dipartita.

Nel frattempo vieni distratta dalle piccole conquiste. La patente, dopo un tentativo, riesci a prenderla davvero, ed il primo giro che fai, da sola, in macchina, ti mette addosso una certa euforia. Inizi ad uscire la sera e spostare l’orario del rientro. Inizi a divertirti nel modo in cui una diciottenne media può divertirsi. Le amiche. Le serate. Riesci a tirare avanti.

In un batter d’occhio (per modo di dire: hai pure ripetuto un anno) sei arrivata alla classe quinta e stai prendendo il diploma, e una parte di te sa che sta arrivando un grande momento. Cerchi opportunità e strade che ti siano conformi. Strade lontane, ovviamente. Almeno qualche centinaio di chilometri. Trovi un corso di laurea breve che ti piace, un paio di regioni più a sud. L’unica favorevole al progetto sei tu, ma non importa. Insisti, cerchi di trattare, convincere, e alla fine ti iscrivi. Per circa un mese sei effettivamente iscritta all’Università di Ferrara. Fino a quando scopri che si tratta di un corso online che richiede la presenza solo per le ore di laboratorio ovvero circa due settimane a semestre.

Scoppia la tragedia, e ti ritrovi a terra. Ti esplodono i piani fra le mani e la dipartita alla quale eri così vicina scompare in un attimo. Le lezioni a quel punto sono già partite, e non ti resta che tornare a casa e seguire un corso di ripiego. Anche in questo caso ti fai intrattenere dalle piccole grandi scoperte, in questo caso della vita universitaria. Lo studio di cose prescelte a orari prescelti. Le parentesi di tempo libero negli orari in cui il resto del mondo corre. Le case: di altri, ovviamente; case di studenti, territori neutri per fare qualsiasi cosa in qualunque momento. E le persone, e il relativo variopinto corredo di esperienze da studente – quando il fatto di essere ancora abbastanza giovane e pieno di risorse è sufficiente a farti sentire tranquillo/non troppo preoccupato/fondamentalmente al sicuro (ma all’epoca non l’avresti mai detto) anche nel bel mezzo di una disfatta di medio-grandi dimensioni, anche con addosso una leggerezza erosiva, e anche dentro una qualsiasi stoltezza; come se non fossi una persona veramente stolta e nei guai, bensì un attore che interpreta una persona stolta e nei guai, ma che in realtà sa di essere un attore, con la sua vita da attore.

Prima di finire il ciclo di studi una delle persone che hai conosciuto ha fatto razzia nella dispensa dei tuoi sentimenti e buoni propositi. Sulla carta, il momento è perfetto. C’è persino un po’ di tragedia. Uno scenario. Una storia da raccontare, volendo; simile a quelle che poi si sentono nelle canzoni (“you’re the reason why I’ll move to the city / you’re why I need to leave”). Ma in realtà no, non lo è. Non è perfetto; mai; niente. Tutto quello che ti senti di fare infatti é restare in sella e – di nuovo – tirare avanti (mestiere in cui peraltro sei diventata pressoché imbattibile). Cogli anche l’occasione per riordinare quella dispensa, per quanto possibile. E intanto segui la via maestra e prendi una laurea.

 

Inverno scorso, una sera di dicembre. Quasi per certo un weekend. Abbarbicata sul divano, vedo per la prima volta questo film il cui titolo sento genericamente vicino ma, nello specifico, molto lontano. La vita è meravigliosa. Che di base è la storia di James Stewart che, finito in rovina, vuole suicidarsi ma viene fermato dal suo Angelo Custode. Ma è anche la storia di James Stewart che vuole andarsene via, in un posto diverso da quello in cui è cresciuto, ma non ci riesce mai, per una serie di situazioni che possiamo chiamare La Vita. Alla fine del film, da dentro la chiave USB collegata al lettore, sento partire una chitarra seguita dalla voce di John Lennon che dice “Look at me / who am I supposed to be?”. Ed è – come si dice – l’inizio della fine. Fondo nel divano e navigo dentro una copertina consunta dell’Ikea senza opporre resistenza. Mi immergo in un clima viscoso e liberatorio. Sarà stato un brutto periodo, penserete. Lo era. Infatti non serviva scomodare John Lennon. Bastava una romcom qualsiasi su LA5, o una replica di Grey’s Anatomy o magari facevo pure tutto da sola. Il fatto è che George Bailey in quel momento era troppo. Bailey mi capiva. Bailey sapeva. Bailey aveva i suoi problemi ed io i miei, ma in più avevamo entrambi questo.

Sto ancora pensando che forse dovrei andarmene. Ci penso a cicli variabili, con diversa intensità. E penso pure a quella tacita contropartita, cresciuta nel sottosuolo di qualche fibra di me stessa, forse legata alla mia America, e forse anche questa dovuta ad un film, ma non quello con Bailey, un altro, in cui si dice un’altra cosa:

You know, it’s funny… you come to someplace new, an’… and everything looks just the same.”

 

(Sì, ho la tendenza a richiamare di continuo personaggi/situazioni/dialoghi di fiction; credo che di base sia una cosa positiva.)

 

 

Tarin Nurchis è nata e cresciuta a Trieste. Impiegata fulltime. Blogger dal 2003. Scrive per Soft Revolution ed è fra gli autori di “Storie di amore e follia“, edito online da ISBN. La trovate anche su Twitter.