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Fuori dal film

the darjeeling limited

 

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.

Stavolta è stato al tavolo della cucina, quindi stavamo bevendo il caffè, quando mi ha detto di aver conservato in un qualche cassetto non meglio identificato il quaderno dove annotava l’orario delle medicine di nonna, morta ufficialmente il diciannove maggio scorso, una settimana precisa dopo aver compiuto novantasei anni. La questione qui non è tanto mia nonna e la sua morte, giacché destino delle nonne di novantasei anni è morire, come mi ha insegnato Anna Paquin in un dialogo con Philip Seymour Hoffman ne La 25a ora: la questione è questo quaderno su cui sono annotate cose come

Toradol  mezza fiala – 10:30
Dilatrend  20 gocce  12:00
Levodopa carbidopa  1 compressa  18:30
Peptazol – 1 compressa – 19:00

per pagine e pagine a coprire una lunga sette giorni di agonia. Questo quaderno, oggi e a mesi di distanza, non può esistere perché queste due donne si sono odiate con impegno e ostinazione nell’ultimo decennio, senza mai un ripensamento, senza mai riposare la voce dall’urlarsi insulti da un capo all’altro del corridoio, Cartagine e Roma sotto forma di femmine che hanno partorito e sono state partorite. Mia madre avrebbe già dovuto buttarlo nel secchio della carta insieme a tutte quelle cose che, nella somma, facevano la persona – le gonne e le camicette, i libricini di preghiere vecchi di settant’anni e macchiati di giallo e marrone, lenzuola consumate e calendari delle missioni dei Frati Comboniani, le ricevute delle bollette del gas pagate nel 1981 – e che abbiamo già smistato e smaltito dalle nostre vite secondo le regole condominiali, dipende dai giorni ma comunque sempre dopo le 20:00. C’è stato molto rispetto in quella settimana, sì, ma io lo so che non era amore, era soltanto una donna che stava morendo e una che continuava a vivere: maniacali precisione e cura nella somministrazione delle medicine erano esattamente quello che mi aspettavo. Che il quaderno sopravvivesse a mia nonna, quale simbolo o ricordo o monito, no.

La seduta è finita e io non ho detto niente: lei mi ha parlato del quaderno in maniera del tutto incidentale, confessando in primo piano qualche altra malinconia che non ho ascoltato, impegnata a dissimulare. Ognuna è andata a fare le sue cose, la posa del caffè si è indurita sul fondo delle tazzine, la domenica pomeriggio è diventata domenica sera: io pensavo al quaderno ormai da 6 ore e ho continuato per le successive 6. Si è fatta notte pensando a un oggetto di cancelleria.

 

Il primo momento utile per parlare con mia sorella è stato alle quattro del mattino, quando è ritornata a casa, ero rimasta sveglia apposta per poterla incrociare. Le ho chiesto se si era divertita e mentre mi rispondeva l’ho interrotta per dirle che non l’ascoltavo a causa del quaderno, con una strana voce che mi saliva estranea da un punto nascosto non so dove dentro, e da lì arrivava fino al primo piano del letto a castello dove sta lei. Le ho chiesto Cosa dovremmo fare secondo te? e Dovremmo dire qualcosa a mamma? e poi Ho provato a cercarlo mentre lavava i piatti ma non ho fatto in tempo, è il guanto di gomma più veloce del west, fino a che sono arrivata alla questione che più mi pressava, cioè che la permanenza stessa del quaderno nelle nostre vite era sbagliata dopo il culmine emozionale del funerale e sostanzialmente ostativa alla rinascita dei personaggi. Lei non aveva detto una parola durante tutto il mio racconto: temevo si fosse addormentata lasciandomi a parlare da sola e forse quasi lo speravo. Ma in quel momento è stata zitta come solo una persona sveglia e in ascolto può decidere di stare.

Personaggi? Ma che siamo, un film? – e dopo il punto interrogativo si è zittita come una che vuol dormire, così ho dovuto dormire anch’io. Questo è successo domenica.

 

Ho lavorato molto male tutta la settimana. Faccio perlopiù fotocopie ma si può sbagliare a farle – il test di ingresso è la fotocopia del fronte retro della carta di identità sulla stessa facciata del foglio: ormai sono brava, ma sovrappensiero sono fottuta – e si può essere ripresi dal proprio capo per questo. Mi sarei anche imbarazzata se non fossi stata impegnata a pensare al quaderno, alla sua forma, alla sua posizione nel cassetto, al cassetto stesso, agli altri oggetti che ci avrei trovato dentro, a quello che avrei letto nella grafia di mia madre – agitazione, apprensione, calma, fretta, scrivi ma fai presto che forse ha smesso di respirare, se ha smesso di respirare è inutile far presto e tanto vale curare la calligrafia. Il fine settimana stava arrivando e io ero contenta perché avrei avuto tutto il tempo del mondo per cercare il quaderno e provavo una strana vergogna perché ero eccitata come da tanto tempo non ero e mi sembrava macabro eccitarsi per la combo quaderno/morte/medicine.
– Perché, dico io.
– Perché cosa?
– È solo un quaderno. Perché lo cerchi.
– E me lo chiedi?
– Lo sto facendo.
– Perché non dovrebbe esistere.
– Ma che cazzata!
– …
– …
– Cosa speri di ottenere trovandolo?
– …
– …
– COSA. SPERI. DI. OTTENERE.
– Un film di Wes Anderson.
– …
– …
– …
– …
– Cosa cazzo significa Dio mio!
– UN. FILM. DI. WES. ANDERSON.

 

Anche se ho alzato la voce, mia sorella si è messa comunque a dormire, così ho dovuto dormire anche io. Ci incontriamo solo la notte, tutti i giorni di tutte le settimane da due anni. Fa gli strani orari della lavoratrice autonoma, poi va in giro, poi va a dormire sul divano del suo ragazzo finché non suona la sveglia del cellulare precedentemente impostata intorno alle tre e mezza e finalmente torna a casa da me e mamma, perché qui si torna sempre alla navicella madre indipendentemente da quante candeline spegni. Credo che se ci incontrassimo a orari civili, evitando di parlarci al buio dai livelli sfalsati di un letto a castello Mydal, capirci ci verrebbe assai meglio.

 

Oggi è sabato e fuori c’è un bel sole, così ho ricominciato a cercare il quaderno perché non lavoro e mia madre è andata alla posta. Una volta mi ha detto che il problema non è tanto quello che prova, ma quello che non prova. Non è tanto che non le piaccia avere a che fare con l’odio – il suo verso gli altri o viceversa – quanto il non sapere che fare con il non-amore, la non-pietà, il non-affetto, che sono cose ben diverse e spaventose perché presuppongono impegno. A non-provare niente ci si deve applicare con attenzione e abnegazione: un affettucolo superficiale e un odio tragico se lo meritano tutti. Ma uno che si impegna a essere indifferente è spaventoso, e se lo è lui lo sei pure tu. Facciamo sempre bassa manovalanza casalinga quando ci psicanalizziamo, quella volta sbucciavamo le mele per una torta. Lei si riferiva a tutte le persone che verso di noi non-sentono nulla, ma anche a se stessa che non-sentiva nulla verso sua madre. Un sentimento abbastanza cagacazzo da maneggiare, le dissi. Parve soddisfatta: continuammo a sbucciare.

 

Ho cercato nel cassetto delle mutande, tra i vestiti estivi e quelli invernali, dove nasconde i soldi, dove conserva i biglietti di auguri, nel cassetto delle lenzuola, in quello delle tovaglie, nei pensili della cucina, tra i dvd perché ho pensato che un quaderno messo di dorso può confondersi con un dorso di dvd. Soltanto che a casa abbiamo dodici mobiletti contenitori dvd Benno e ci ho messo un’ora intera a scandagliarli tutti e lo stesso è successo quando ho cercato tra i libri, perché abbiamo sette librerie Billy. Ma il quaderno non è uscito fuori, mia madre non è ancora tornata, e io mi sono ritrovata sul divano a piangere e a pensare al quaderno come la cosa più assurda del mondo. Ecco cosa risponderei adesso a mia sorella, se fossero le quattro di notte e mi chiedesse cosa cazzo io stia facendo con quella sua aria saputella, le direi che cerco un quaderno assurdo, che non ha ragione di esistere perché quelle due si odiavano a morte, e forse addirittura non-sentivano-niente a morte, il che è anche peggio se avesse una cazzo di vaga idea di cosa sia una seduta psicanalitica con nostra madre. Ma non c’è mai quando ho la risposta giusta, l’esprit de l’escalier dicono. Hanno ragione, ci vediamo stanotte, stronzetta.

 

Caro Wes Anderson,

Scusa se non sono esattamente parallela alla telecamera, ma tanto anche il divano non è esattamente centrato sulla parete. Capisci, mi affannerei per un risultato comunque scadente.

Tua,

M.

 

Piangere è un’azione estremamente sgradevole da un punto di vista estetico, a meno che non si indossi una pelliccia, si tenga in mano una sigaretta e si abbiano le fattezze di Gwyneth Paltrow. Sto riguardando The Royal Tenenbaums per la tredicesima volta, lunga distesa sul divano, ma disordinata, superficialmente buttata sui cuscini come un cappotto durante una festa, con tutta l’agitazione che passa da fuori attraverso i pori, il naso rosso e bagnato di muco, gli organi interni che pesano uno sull’altro, un groviglio orribile di tessuti molli, le gambe senza alcun legame logico-geometrico con le braccia con la testa con la parete con il pavimento. Mi sembra di mancare di rispetto a Wes con la mia goffa presenza e il mio non saper dove cercare questo quaderno che avrà sicuramente una brutta copertina, e forse addirittura le orecchie sulle pagine e a volerci trovare un senso non ce lo trovo, mi dispiace, la sceneggiatura fa acqua, i personaggi cazzeggiano tutto il tempo, e piangono, e sono brutti, non come in The Grand Budapest Hotel con tutti quei vestiti viola e la copertina del libro lillarosa, in pendant con il vivere.

 

Caro Wes, 

non sono le palette cromatiche studiate con l’aiuto degli astrofisici di Pantone, nemmeno sono le musichette indie, i vestiti hipster, gli amori puri, le vite avventurose. È la simmetria, l’angolo perfetto davanti alla telecamera. È il mondo geometrico dove tutti vanno da qualche parte, trovano le cose e queste cose hanno un senso, oppure non trovano le cose e non trovarle ha un senso, e si vaga confusi ma sempre dritti e così dopo un po’ la confusione sparisce grazie, appunto, alla simmetria.

È l’ordine, Wes, e la sua mancanza mi costringe a mettere in pausa il dvd, perché fuori dal film quando si piange è un gran casino, e nessuno ti viene a baciare sulla bocca o sulla fronte, e nessuno ha mai il coraggio di rasarsi a zero barba e capelli sottolineando chiaramente il cambiamento in atto, o di lasciarsi dietro sulla banchina un set di valigie Louis Vuitton. Fuori dal film sottintendiamo un sacco di cose, e non bruciamo mai le foto o i diari o i quaderni così da andare avanti una volta e per sempre.

Tua,

M.

 

Quando lo vedo, bellissimo e solo, dentro al cassetto dove non avevo guardato, inizia il commento di Bill Murray alla colonna sonora. Bill sta dicendo che il moderato utilizzo delle percussioni richiama discretamente a un’idea di palpitazione. L’inserimento degli ottoni crea un’atmosfera non banale. Frances McDormand lo interrompe dicendo che è una stronzata: ci sarebbero stati meglio i piatti, casinisti e fragorosi, per sottolineare che il ventricolo destro quasi mi scoppia. Si mandano a fanculo, poi mi sveglio con la tachicardia.

Mia sorella si sta arrampicando sulla scaletta di faggio, ma rimango immobile sotto le coperte, immobile come solo una che è sveglia può stare, ma lei non fa caso a queste cose e crede che stia dormendo davvero.

Che avessi un problema con la vita nel film e la vita fuori dal film l’ho pensato quella volta che ho comprato dei guanti neri al gomito per imitare Eva Green che imitava la Venere di Milo in The dreamers di Bertolucci. Per la verità entrai soltanto in un negozio di giocattoli nel periodo di Carnevale, ma i commessi iniziarono a fare troppe domande – che tipo di vestito, quanti anni ha la bambina, come mai i guanti non erano già compresi nella confezione del costume – e via, a mani vuote, con addosso chissà che colpa. Avevo anche a disposizione una porta da aprire su fondo nero, ma l’ho superata, perché si trattava solo di un gioco da fare a letto. Invece non potrò superare questo: approfittando che ero in ufficio, mia madre ha buttato gli ultimi sacchi dell’immondizia superstiti – ci sono ancora sacchi dopo mesi dalla morte di mia nonna, eppure era alta al massimo 1,40 e viveva in una sola stanza in cui faceva quasi tutto, mi sembra incredibile.

Forse in questi sacchi c’era anche il quaderno ma il fatto che non abbia avuto la possibilità di vederlo, di effettivamente appurare che era sopravvissuto al suo scopo, mi impedisce di mettere la parola fine, di chiosare come ogni voce fuori campo dovrebbe.

Trovo mia madre uguale a come l’ho lasciata stamattina: non riesco a capire se abbia vissuto un’esperienza in qualche modo catartica o se abbia bisogno di un confronto liberatorio, ancorché oscuro, sullo stile di quello tra Anjelica Huston e Brody/Schwartzman/Wilson. Non so come comportarmi: sono molto arrabbiata ma lei è così tranquilla, mi dice che a portar giù i sacchi le è venuto un po’ di mal di schiena ma poi le è passato, così ha cucinato le melanzane come piacciono a me, e non so se ho la forza di rifiutare le melanzane o imporle alcunché di catartico.

 

 

 

Marianna Crasto nasce a Napoli nel 1984, già munita di occhiali. Si distingue nella lotta contro i portatori di lenti a contatto. Un giorno ha urlato al cielo “Se non posso fare la scrittrice allora non mi importa più di niente, farò un lavoro qualunque!” e infatti adesso fa un lavoro qualunque. Scrive cose belle come questa bio sul blog Cose che non esistono e fa parte della redazione di Inutile.