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Ve lo ricordate "high quality salami"? Adesso non lo dicono più

the devil's double

 

Questa voglia incredibile di zittirli tutti, di alzarsi in piedi a urlare Zitti statevi zitti!, ma forte, fortissimo, sembrare una pazza, più pazza di loro, che sono saliti a Milano Centrale pronti a spaccare i timpani e i coglioni a chi stava già in carrozza da un’ora almeno, sono saliti pronti a sbatterti in faccia chiappe e femori molli o sodissimi, a seconda, ma comunque non richiesti, non chiesti; chi è già seduto non ha speranze. Loro salgono, e portano l’aria fredda o l’aria calda di fuori, fredda o calda ma diversa, e sale una voglia enorme di stemperare quest’aria con un lenzuolo molto grande, di soffocarli col tessuto come un principio d’incendio. Loro salgono e poi cercano il loro posto a sedere con gli occhi a palla chiamando Lucia, Lucia, oppure Flavioo, così, con due O, non una e non tre, chiamando Flavioo oppure pappaaa oppure papà.

Quando trova il suo sedile, forse Carlo è contento: dà sul corridoio. Dovesse aver bisogno di andare alla toilette, non avrà che da alzarsi senza disturbare il vicino. Al lato finestrino è già seduta una ragazzona con un grosso paio di occhiali scuri. Dev’essere salita alla prima fermata.

La ragazzona sono io. E questo secondo me si chiama Carlo.

Gli occhiali scuri non sono vezzo ma protesi: quando mi tocca il frecciarossa delle 6 di mattina trovo difficile la routine della socialità – levare i grumi di mascara dagli occhi, truccarmi da capo, mettere le lenti a contatto – perciò risolvo appoggiandomi sul nasone una montatura graduata con lenti molto scure dietro le quali nascondere l’ombretto da panda della sera prima. (Urlare Morite tutti, anche.)

Faccia-da-Carlo siede accanto alla ragazzona dicendo – buongiorno – e prova quasi subito a fare conversazione: domanda da dove sia partito il treno. Non il suo momento migliore, in effetti. Quando lei si volta e risponde – eh? – , districando gli auricolari dalla selva di capelli, Faccia-da-Carlo si sente in difetto: non aveva notato le cuffie attaccate al cellulare. Si rassegna senza apparente difficoltà a un viaggio in silenzio. Si alza di nuovo e si toglie la giacca, attento a non sgualcire le maniche, mentre il treno inizia a tremare e lascia la stazione. Decide di appendere la giacca all’apposito gancio di fronte a lui, ma il meccanismo è meno agile di quanto sembri e Faccia-da-Carlo deve trafficare un po’ per impedire che la giacca cada a terra. Quando trova pace, decide di aprire la Gazzetta rosa. La ragazzona ringrazia più d’un cristo e si rituffa nei Kills. (Mori, Faccia-da-Carlo.) (Nel senso di memento, nun t’offende. Urlare.)

Dopo un po’ che sta seduto, Faccia-da-Carlo sfila la giacca dal supporto e apre il tavolino reclinabile per posare il giornale. Dalla tasca interna della giacca toglie un’agendina chiara con la Bic infilata nell’elastico. La appoggia sopra al giornale; forse è piena di numeri di telefono, forse gli servirà. Poi si mette addosso la giacca come una coperta, tirandola su fino al naso. Forse all’inizio si chiede se abbia senso mostrarsi così alla ragazzona: la posa è infantile, eccessiva, la carrozza climatizzata oggi è tutto fuorché fredda. È rotto il ricircolo, ha detto il primo controllore. (Urlare Che cazzo è il ricircolo? Come parli?, la ragazzona.) Presto però Faccia-da-Carlo si assopisce.

Quando il bambino comincia a urlare, la ragazzona vorrebbe stare china in bilico dietro allo scorrevole del WC, ché si sente i sassi nella pancia e zitti statevi zitti. Invece sta sempre con la tempia contro il finestrino. Per non svegliare Faccia-da-Carlo, porello, che sembra aver passato una settimana di vera merda. Le urla del bambino parlano di pappaaa.

Quando il bambino comincia a urlare, forse Faccia-da-Carlo sta sognando il suo liceo. Le urla del bambino parlano di perchééé.

 

Questo è lo scompartimento numero sei, quello che capita agli sculati della tariffa mini oppure a chi si fa pagare i biglietti dallo stipendio di qualcun altro. (Difficile che, coi soldi tuoi, decidi che ti va proprio di pagare di più per avere lo stesso tasso percentuale di bambini che urlano rispetto ai poveri stronzi della carrozza undici. Se sei veramente un high quality salami te ne vai in carrozza due business-silenzio, mannaggia al demonio. Allora il bambino che urla di chi è? Di uno che il biglietto l’ha trovato scontato, o di uno che scrocca? Questo si chiede Faccia-da-Carlo, forse. Ha le dita che tamburellano sull’agenda e nessuna telefonata in vista.) La ragazzona si chiede se sia possibile approfittare del bambino che urla per fare in direzione di Faccia-da-Carlo l’universale gesto del miscàppa: rotazione del busto, mano sul bracciolo tra i sedili come a puntellarsi, faccia speranzosa rivolta al posto corridoio. Anche appena sveglio, Faccia-da-Carlo non è sordo all’universalità. – Deve andare? Prego – , e si alza.

Insieme al bambino, intanto, adesso anche Antonietta urla. Si chiama Antonietta, la signora: il relativo pater patriae lo sta chiarendo a tutta la carrozza sei. Tonie’, fai calmare il bambino! Tonie’, Tonieee’. Il bambino, in controcanto: Perché non facciamo pappaaa?. Il bambino non ha nome, perché urla. Ha perso il suo status anagrafico quando ha deciso di diventare liability, probabilmente.

Nel dubbio, la ragazzona ringrazia – è grata davvero, sono grata lo giuro, ti ringrazio Carletto davvero – e fa questa cosa odiosa che consiste nel passare lungo il corridoio a velocità di crociera. Lo fa perché silenziosamente certa che sta infliggendo la sua portaerei di culo ai malcapitati seduti sul treno, e vuole che il loro supplizio duri il meno possibile. In realtà camminare veloci sul frecciarossa in corsa porta solo a rischiare l’effetto valanga, trolley di traverso vassoi lattine caviglie altrui. Ma al cesso si arriva prima, in effetti.

Il bambino sta ancora urlando Adessooo, perché non facciamo pappa adessooo?. Ma dentro al cesso – finalmente! – si sente di meno.

La bellezza. Pisciare rosso in equilibrio sul water, a gambe larghe, a contrastare il dondolio del treno. Accertare invariabilmente che, se davanti il getto è chiaro, più indietro e con altro ritmo stillano una, due – ecco la terza che dondola attaccata al ciuffo sbarazzino – tre gocce d’altro colore e consistenza. L’ultima non è nemmeno una goccia. È un rubino di gel. Non si decide a scendere. Intanto le soffia contro il vento fetido del cesso aperto del treno – soffia contro la ragazzona spalancata, che fissa i germi dell’abisso e si riflette, accovacciata e ridicola e precaria, contro lo specchio di fronte, e sente l’aria fredda e sporca sul culo, e pensa che è solo aria per fortuna, e starnutisce. Ce l’ha un assorbente d’emergenza appresso? Ce l’ha. Good girl.

Lo scompartimento è silenzioso. Quando la ragazzona esce dal bagno annusandosi le mani che puzzano di amuchina e affronta il corridoio, la borsa di plastica stretta sotto il braccio, Faccia-da-Carlo è completamente sveglio. Colpa del bambino che urlava perchééé: Faccia-da-Carlo non si riaddormenterà mai più. Per far sedere la ragazzona, si alza e si appiattisce contro il sedile davanti. Si è rimesso la giacca, è sgualcita. La ragazzona lo fissa. (Te levi?, urlare.) Sorride appena con gli occhi strizzati dietro le lenti scure, – Mi spiace, non ci passo – , lui allora ( – Ci mancherebbe – ) esce in corridoio e lascia che la ragazzona si sieda. Poi si rimette a sedere anche lui.

Quando il bambino ricomincia a urlare, la ragazzona si accorge che il ginocchio di Faccia-da-Carlo ondeggia a ritmo. Segue le impennate della voce del bambino. Perchééé – tallone in basso – non – tallone in alto – facciamo – tallone in basso – pappa – tallone in alto – oraaa! – tallone precario, in bilico, che trema.

Morite tutti sotto ai Kills, pensa la ragazzona mettendo il pollice sul tasto VOL + delle cuffie.

 

Poi però Faccia-da-Carlo si alza.

 

Prima di alzarsi in realtà fa un gesto, batte forte i palmi aperti sul sedile di fronte. Alla ragazzona scappa da ridere perché pensa che forse Faccia-da-Carlo l’assorbente di riserva non ce l’ha. Invece Faccia-da-Carlo non sta andando al cesso. Faccia-da-Carlo sta andando dall’altra parte, verso il fondo del corridoio lato carrozza ristorante. Faccia-da-Carlo sta andando verso Tonie’, il pater patriae e il bambino urlatore.

Faccia-da-Carlo si ferma davanti al bambino. Faccia-da-Carlo urla. Urla anche lui. Perchééé nooo! Perchééé nooo! Perchééé nooo! Urlare. Urlare davvero. Daje Faccia-da-Carlo. Daje prima che arrivino la sicurezza e le guardie cattive. Urla tutto, Carletto, urlale tutte! Perchééé nooo! 

 

Credo che le E e le O fossero tre, in ciascun caso, ma era complicato contarle. Avevo ancora una cuffia nell’orecchio e la sospensione dell’incredulità. Difficile concentrarsi.

 

 

 

Domitilla Pirro ha 29 anni. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e assistente alla didattica presso la Scuola Holden di Torino. Ha vinto la V edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su “Repubblica” e “Linus”. Sta lavorando al primo romanzo seguita da Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il Master in Storytelling alla Scuola Holden di Torino.  La potete trovare su Twitter.