Crea sito

La forchetta nella tempia

broken flowers

 

Raffaella non era una bambina felice e io lo sapevo. La osservavo in continuazione, mentre colorava il suo disegno, la testa china sul banco, a destra della cattedra, il silenzio delle sue labbra era più chiassoso di qualsiasi aberrante risata.

Aveva lo sguardo spento di chi il mondo non lo vede mai a colori, aveva gli occhiali grossi, appiccicati alla testa con un elastico, i capelli dritti che non arrivavano mai alle spalle. Ondeggiava le spalle a destra e a sinistra, poi avanti, poi un po’ indietro, incrociava le gambe ovunque fosse, indirizzando le punte dei piedi verso l’esterno.

Durante l’intervallo ci guardava giocare a elastico da dietro la porta dell’aula, seduta sotto i giubbotti appesi. Tutti noi sapevamo fosse lì ma nessuno ormai la vedeva più.

Al suono della campanella i giochi si fermavano, i piedi veloci si dirigevano verso l’aula. Io mi sono avvicinata per ultima, l’ho vista.

La guardavo come si guarda qualcuno da cui aspetti un cenno. Le dissi Dai vieni. Poi ancora Dai sbrigati. Poi il tono aumentò di grado e Dai alzati non servì a nulla. Quando i miei occhi incrociarono i suoi avevo già allungato la mano, Dai Raffi che dobbiamo entrare. Avrei potuto demordere, lasciarla lì ed entrare, lasciare che se ne stesse sola ancora per un po’, lasciarle il suo mondo addosso come se la campanella non fosse uguale per tutti.

Invece le presi il braccio sperando che i suoi piedi si appoggiassero dritti al pavimento e che facessero forza da soli per vederla in piedi. Le tirai il braccio con tutta la forza in mio possesso, le tirai il braccio convinta che la mia mano potesse confortarla e convincerla che dopotutto stare in piedi non fosse poi così male. Le tirai non solo la mano e il braccio e la maglia e la pelle, le tirai la sua immobilità e nonostante questo non si mosse di un solo centimetro.

La sua mano era ruvida, la mollai come fosse un peso morto, giù lungo il corpo, fino a picchiare sul pavimento. La ripresi improvvisamente e la strattonai di nuovo, fino a quando ritrasse tutto il braccio su per la maglia, fino a perdersi tra i vestiti. Fu così che la mollai improvvisamente, quando nella mia mano ormai non era rimasto nulla. La lasciai senza preavviso, con i piedi puntati, per fare forza e vincere la sua assenza, la sua staticità, quello che rimaneva di lei, di noi, di me sola.

Ti lascio. Perdo. Mi arrendo. Non vuoi. Non ho più voglia. A te non interessa il mio mondo. A me in fondo non interessa il tuo. Ho nove anni e li hai anche tu. A qualcosa possiamo già rinunciare. Tu rimani dietro la porta e sotto i giubbotti, io entro in classe. La maestra non mi sgrida. Forse sgrida te. Ma chissenefrega. Il mondo non gira attorno alle mani di due bambine. È così che ti mollo e vado. Alla fine non punto nemmeno i piedi, alla fine, forse, sei diversa da me, ma a te non frega e a me nemmeno.

Quando le mie dita persero l’ultimo contatto balzammo indietro entrambe. Io non persi a fatica l’equilibrio e lei picchiò la testa. Non contro i giubbotti. Contro il muro. Un colpo solo, secco, forte.

Bam.

Sgranai gli occhi. La guardai. Non feci in tempo ad abbassarmi per toccarle la testa, lei iniziò a piangere come piangono le bambole mute. Un fiume di lacrime che uscivano dagli argini e sporcavano gli occhiali, le guance, il collo, la pelle. Nessun suono, nessun singhiozzo. Gli occhi che guardavano me e oltre me, come fossi trasparente, come fossi un vetro, crepato nel punto esatto, per diffondere una ragnatela, dal basso verso l’alto e oltre i margini.

Dove vado adesso. Scusami, ti prego scusami. Non avrei dovuto permettermi. Scusami, non avrei voluto farti del male. Perché la tua mano è così ruvida? Perché la tua mamma non ti mette la crema? Perché te ne stai sempre dietro la porta e non ti sforzi di giocare come noi? Oddio cosa ho fatto. E tutte queste lacrime dove vanno? Togliti gli occhiali che te li pulisco e magari poi vedi meglio.

La maestra arrivò di fretta. Le dissi che avrei voluto portarla in classe, che aveva picchiato la testa, che un po’ era stata colpa mia, ma non l’avevo fatto volontariamente.

Avevo lo sconforto addosso, la voglia di non guardare più le sue lacrime.

Lei stringeva la mano della maestra, camminava strisciando i piedi, le spalle in avanti, si sedette nel suo banco e di nuovo chinò la testa, fino alla campanella del pranzo.

Tutti in fila per arrivare ai tavoli grandi, tutti seduti, le bambine da una parte i maschi dall’altra, i piatti di ceramica fumanti, le forchette di metallo sulla destra, un po’ di pasta, un po’ di carne, tutto quello che occorre.

Raffaella mangiava, la testa in giù, in avanti, lo sguardo basso, non perdeva di vista nessun pezzo di cibo nel piatto. In quella grande stanza in cui le voci impazzivano e gli odori erano stagnanti, lei non aveva mai paura e mai fretta. Stava china sul piatto e masticava velocemente qualsiasi boccone le si infilasse in bocca. Diceva sempre Buono Buono per qualsiasi cosa le si presentasse davanti e non faceva mai cadere nulla che non fosse il tovagliolo di carta. Pensavo che in fondo qualcosa, della scuola, le piacesse, ed era lì, in una mensa, in pentoloni giganti e mestoli in metallo per il bis.

Il momento della frutta.

Mela lavata con la buccia o banana sbucciata come per le scimmie. La seconda scelta riservava più gioia. La masticavo guardando la bambina davanti a me. Raffaella era alla mia sinistra. Per un attimo ho sentito caldo alla tempia sinistra, poi qualcosa mi ha bagnato il viso, il collo. Immagini a pezzetti, come il cibo, come il silenzio in una stanza con tanti bambini, la maestra che si avvicinò velocemente, disse oddio che cosa è successo, mi trascinò ai lavelli. Io mi toccai la tempia, la mano tutta rossa, mi sgorgava del sangue dalla testa. Raffaella mi aveva appena conficcato la forchetta in metallo sopra l’occhio, esattamente alla sinistra della mia fronte, la prima parte scoperta della testa, la parte più vicina a lei.

Io non avevo sentito male. Non avevo sentito nulla. Mentre mi allontanavo per essere medicata mi girai a guardarla e mi accorsi che aveva ancora la forchetta in mano, impugnata come un mestolo per girare la minestra. Era di nuovo sola, gli occhi che fissavano la tovaglia, in un attimo aveva fatto in modo che il mondo per lei si fermasse di nuovo e la gente attorno sparisse come sempre, lontano.

È una punizione, lo so. Ti ho dato fastidio. È un modo per dirmi di lasciarti stare. È un modo per dirlo a tutti. Esisti, sei vera e mi hai odiata. Hai odiato la mia indifferenza e la mia ostinazione. Hai odiato i miei piedi puntati, la mia mano che non ti mollava più. Non importa se non hai le mani morbide, non importa se non parli mai, se piangi senza far rumore, se non giochi a elastico, non importa se i tuoi piedi hanno sempre le punte che vanno per proprio conto e la tua testa guarda sempre in giù. Ad un tratto mi sembri così bella che sentirmi solo stupida non basta più.

 

– Scusa Raffi. Scusami. Non volevo che picchiassi la testa.
– Sei brutta.
– Lo so.
– Con il cerotto. Sei brutta.
– Lo so. Siamo ancora amiche?
– No.

[però facevi sì con la testa e sorridevi]

 

 

 

Laura Bernardelli è nata a Lodi. Era fermamente convinta che avrebbe girato il mondo e non si è mossa di un chilometro. Ha un blog, Laura per caso.