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Una notte di fine estate

Photo Credit: GregPC via Compfight cc

 

Stanotte dormo nell’albergo più brutto e scalcagnato che io abbia mai visto. Nemmeno nei film ho visto un albergo così, io non guardo film con alberghi così brutti. E per quanto ne so, domattina, l’uomo grasso in canotta e bermuda, con codino bianco e baffi macchiati dalle marlboro rosse che sta guardando di sotto una trasmissione di calcio, fumando, potrebbe chiedermi qualsiasi cifra. E io gliela darei. Non gli ho neanche chiesto quanto vuole.

 

Ho fatto la doccia in un bagno-doccia. Nel senso che è un minuscolo bagno con la doccia in mezzo. Gli asciugamani e tutto il resto devono stare fuori, mentre fai la doccia, sennò fai la doccia anche a loro. Per evitare che l’acqua allaghi, oltre che il bagno, anche la camera c’è uno straccio avvoltolato che è lì non so da quanto.

Fa caldo. Ho provato a tirare su l’avvolgibile con grande fatica. Quando ho provato a richiuderlo per dormire, si è incastrato. Adesso è a metà, come una ghigliottina storta e non va su né giù. Allora ho provato a scegliere tra il caldo e la sicurezza, preferendo la sicurezza ed evitando di dormire con la finestra aperta. Ma lo stipite si è incastrato in un rimasuglio di tenda sbrindellata lassù in alto. Lo stipite non si chiude; se lo forzo, anche accettando di strappare quel poco di tenda che rimane, fa un rumore agghiacciante che si sente, credo, fino in passeggiata. E comunque, con la tenda in quel modo, non riuscirei a chiuderlo. Dormirò dunque con la portafinestra aperta. Il che è curioso, visto che sono venuta qui in fuga, a cercare un posto sicuro, scappando dalla casa dove sono entrati i ladri. Sì, di nuovo.

 

Sono di nuovo tornata a casa – non è la mia, stavolta, è vero, ma abito qui da sola al momento e dunque fa poca differenza – e di nuovo l’ho trovata violata. Inizialmente, vedendo la luce accesa, ho creduto di averla lasciata io così, stamani. Sono entrata tranquilla. Quando ho visto che tutte le luci erano accese mi è sibilato dentro un dubbio. Che è svanito quando mi sono affacciata in camera mia e l’ho trovata sottosopra. Sono scappata via, afferrando solo la borsa che avevo appoggiato sul letto e da fuori, per strada, con le gambe che mi tremavano e il cuore a trecento all’ora, ho chiamato i carabinieri. Ed ero di nuovo sola, in mezzo a una strada, di fronte a una casa che avrebbe dovuto essere mia e in cui invece avevo paura di entrare. E di nuovo immaginavo la scena di gente estranea, cattiva e spregevole che frugava con delle sporche mani tra la mia roba. Gli è andata male. Non hanno trovato nulla o forse sono arrivata troppo presto, chissà.

 

Ho aspettato i carabinieri per un po’, li ho guidati al telefono fino a qui – sì, si erano persi – sono arrivata in fondo alla strada, ho suonato a un paio di alberghi che a quest’ora della notte non mi hanno degnato di una risposta, alla fine ho trovato l’uomo con codino bianco e baffi sporchi di fumo e gli ho detto soltanto mi aspetti, voglio una stanza, adesso ritorno.

Ho fatto un sopralluogo coi carabinieri, poi ho infilato un po’ di roba a caso in una valigia, ho chiuso la bici in giardino con il lucchetto – il che, lo so, è paradossale, ma ci sono certe piccole certezze a cui devi aggrapparti quando di altre certezze non ne hai – e sono scappata qui. Ancora tremante. In questo albergo che dentro è perfino peggio di come sembra da fuori.

L’uomo mi ha dato una stanza al secondo piano, incurante della valigia e la borsa del computer che avevo con me. Quando gli ho spiegato cosa fosse successo, perché mi fossi precipitata lì, così, nella notte, nel vano tentativo di non passare per pazza, ha scrollato le spalle e mi ha risposto, d’altronde cosa devono fare anche loro, c’è tanta gente che non sa come campare un modo devono trovarlo. E così sia. Ho fatto due viaggi su e giù per le scale poi mi sono buttata sotto la doccia fredda nel bagno-doccia per lavarmi con una saponetta minuscola, tutto ciò che passa il convento, il bagnoschiuma l’ho lasciato nella casa violata.

 

La lampadina dietro la mia testa è incandescente, vecchia maniera. Il bagno continua a borbottare e dalla strada arrivano i rumori attraverso la finestra aperta. Non riesco a dormire. Non riesco a respirare. Continuo a pensare alla gente che entra nei miei posti e fruga, continuo a pensare a come sarebbe andata se ce li avessi trovati dentro, a dopo quanto mi avrebbero trovata, dopo quanto si sarebbero accorti gli altri che non sapevano più dove fossi. Ho un peso che mi opprime il respiro e credo sia quanto di più vicino a una crisi di panico io possa immaginare. Continuo a girarmi con gli occhi sbarrati in attesa che arrivi il giorno. Ho con me una valigia piena di roba che non so cosa sia, la maggior parte delle mie cose è rimasta in casa. Domattina ci torna con calma, mi ha detto il carabiniere. Come se fosse facile. Tornerò a prendere il resto e sarò senza un posto dove dormire. Devo cercare casa. O un altro albergo. Perché quando ho chiesto all’uomo con il codino bianco e i baffi macchiati di fumo se potevo restare eventualmente un’altra notte, mentre cercavo una sistemazione, lui ha alzato le spalle e ha risposto: non lo so, domani ho degli arrivi, vediamo.

 

 

 

Giulia Maestrini vive e lavora a Siena, ma è nata a Firenze. Scrive per vivere, come giornalista e come copywriter, ma meno di quanto vorrebbe. La potete trovare sul blog La matta del ponte, oltre che su Twitter