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La fiducia è, in parte, tutto

dirty dancing

 

L’ho raccontato a molti ma scritto mai, per una sorta di rispetto verso una vita passata a passare. Nel senso che avevo un’idea di me e del mondo improntata sulla procrastinazione, deleghe e passaggi, mai temuto l’autostop e nemmeno le partenze.

Io ero in quinta e lui già all’università, Economia. Stava con una ragazza bionda gentile, sul modello stilnovista, lei faceva Pediatria, si erano conosciuti al liceo e non si erano mai lasciati. Finché arrivai io con la mia freschezza liceale e decisi che volevo quel ragazzo. E ho trascorso un anno, dico un anno, a studiare “casuali” e strategici appostamenti. La sua macchina era di un colore improponibile per cui, in un paese di diecimila persone come quello in cui vivevamo, non era difficile sapere in che bar fosse e nella mia ingenuità speravo fosse già abbastanza ubriaco da propormi un giro in macchina dove io pendevo dalla sue labbra di universitario-Economia e lui delle mie labbra se ne fregava proprio. Finché mi invitò a Venezia, a Mestre precisamente, abitava a casa della nonna morta. Dormimmo insieme e non accadde nulla, sebbene io indossassi un pigiamino con ciliegine composto da qualche centimetro di stoffa lisa. Nessun effetto. Così decisi di partire, come sempre faccio quando mi è indigesto un periodo, una scelta, quella scelta, un anno! E andai in montagna per un mese e mezzo di stagione in un luogo incantevole, lavoravo in un albergo spettrale gestito da baciapile il cui unico vantaggio era l’ottima busta paga. Non so cosa successe mentre diradavo i contatti con lo studente di Economia di cinque anni più grande di me, fatto sta che venne a trovarmi tutte e sei le settimane con macchine prese in prestito dagli amici perché la sua dal colore improponibile aveva sempre una magagna.

Tornai a casa e cominciai a prendere la pillola. Poi mi iscrissi all’università, lui si laureò l’estate successiva e dovetti subire l’ex stilnovista che fu invitata alla discussione e io piansi, anche un po’ per la grappa liscia offerta da qualcuno che stava dalla mia parte. Andai in Erasmus, prima di partire lasciai un biglietto al nuovo farmacista assunto in città: si diceva che avesse tutte e due le braccia tatuate dentro quel camice. Suonava in un gruppo violence, io andavo in farmacia due volte al giorno cercando di accumulare ricette da tutto il vicinato. Sei mesi in Francia e ci scrivemmo sempre, io e il farmacista, mi pareva aprisse il cuore solo con me . Il ragazzo di Economia, col quale stavo ormai da tre anni, scoprì l’innocente liaison e mi perdonò qualche ora dopo. Partimmo per l’Andalusia in una vacanza in cui facemmo la fame e i chilometri su una macchina a nolo. Dopo la seconda tesi partì per Milano e forse io studenta, lui lavoratore, mi separai mentalmente da lui, nonostante fosse sempre presente, spesso con fiori.

Partii di nuovo, sarà la mia passione per il francese, il mio snobismo letterario, andai a Bruxelles ma stavolta solo per tre mesi. Il ragazzo allora quasi imprenditore del nord produttivo non mi trattenne, e il secondo giorno in Belgio, quando ero ancora in ostello con le mie masserizie, conobbi un ragazzo di quattro anni più giovane che aveva un solo paio di scarpe e – questo lo scoprii poco dopo – abitava in un seminterrato per metà occupato da una camera oscura. Questo ragazzo di quattro anni più giovane occupò la mia vita belga ogni giorno per tre mesi, e quando incontrai a Parigi quello che era ancora il mio ragazzo ufficiale, litigammo perché lui non se la sentiva, come proponevo ingenuamente, di vivere ogni due anni in un posto diverso. Nemmeno io, forse, lo volevo, ma il mio amante era un artista e io ero assorbita appieno dalla sua visione raminga della vita. Dai bigliettini che mi lasciava nel tragitto da casa alla fermata del bus, alla lista di cose da fare con me a dieci giorni dalla partenza. Una delle voci in lista diceva: stare con lei più tempo possibile.

Ryan Air non è solo la compagnia più scrausa, le cabine mal pressurizzate e le hostess imbronciate è come segnassero un tragitto senza spazio che ti riporta a segnali di realtà che fino ad allora non avevi considerato.

Quando il giovane francese voleva trasferirsi a Venezia dove io stavo finendo l’università, non avevo ancora lasciato il ragazzo di Economia con cui stavo ormai da sei anni, che aveva scoperto – in parte, negare, negare sempre – la mia vita parallela in Belgio e mi aveva perdonato, di nuovo, rinunciando quasi alla dignità. Passava il tempo, passavo io, vedevo, sentivo e frequentavo entrambi. Mi svegliavo di notte e andavo a correre per le calli, pensavo quasi sempre a quello che disse mio padre quando gli raccontai l’accaduto, sbatteva i pugni sul tavolo e ripeteva “la fiducia è tutto”. I miei amici dicevano che non c’era niente di male se ero innamorata in un altro. Io non avevo il coraggio di lasciare il ragazzo tradito forse perché non avevo il coraggio di stare con il francese errante. O forse mi sembrava che ogni giorno dovessi dimostrare il mio pentimento, ma ero pentita solo che il ragazzo di Economia divenuto imprenditore mi amasse così tanto. Le storie sono fatte di frasi e sguardi, di luoghi e tempo, ogni immagine è casuale, universale, ma particolare per quel momento, per quelli che le vivono così, per un lampo sincronizzati, non dico nei pensieri, ma sincronizzati nell’intensità.

Poi alla fine ti viene restituito tutto, in altre forme e altri misure e l’ex ragazzo di Economia ora imprenditore si è rimesso con la stilnovista e il francese vagabondo è diventato uno stronzo qualsiasi.

Io senza deterrenti cambio domicilio ogni due anni.

 

 

Valentina Avoledo ha studiato lettere a Padova e Venezia. Ha vissuto in Francia, Belgio e Australia e ora è quasi stabilmente a Torino. Cerca sempre altrove l’avverarsi di svariati sogni di gloria, ma torna sempre in Friuli a tirare le somme. La potete trovare anche su Twitter