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Festa mobile

Photo credit: Vintage Lulu (flickr.com/photos/harcourt/)

 

 

Non piango mai per queste cose

Dell’undici settembre ho un vago ricordo: ho dieci anni e sono arrabbiata perché hanno interrotto sul più bello i cartoni animati della Melevisione. Gli attentati a Londra del 2007 mi colpiscono ancora meno e neanche la strage al Charlie Hebdo riesce a coinvolgermi emotivamente: mi è chiara la gravità degli eventi e le loro implicazioni politiche e sociali, tuttavia questa percezione resta fredda, impersonale. A Parigi ci ho anche vissuto per qualche mese nel 2013, in Erasmus. Ma nemmeno questo legame mi fornisce una chiave per l’immedesimazione: Parigi, come Londra e New York, mi sembra una città troppo lontana da qui.

Dopo gli attentati del 13 novembre, invece, mi succede qualcosa di anomalo: piango tanto, e spesso. Di paura, quella sera stessa, mentre un’amica mi riversa addosso la sua angoscia per un cugino che è lì in vacanza. O forse perché proprio quella sera, per un’inquietante coincidenza, sto leggendo Londra chiama,​ un saggio che parla degli attentati del 2007 in Gran Bretagna. Nell’introduzione viene citato Jason Burke, giornalista esperto di terrorismo, che in un’approfondita indagine arriva a tracciare la fisionomia dell’estremista islamico:

In quanto a passioni sportive, abbigliamento e linguaggio, gli arrestati non si distinguevano dalla media dei musulmani britannici della working class. Le cellule avevano persino le stesse caratteristiche strutturali delle gang giovanili”

Una specie di Trainspotting ma senza la colonna sonora di Blondie e Iggy Pop, mi viene da pensare mentre rileggo questa descrizione. Poi penso anche ai miei bambini dell’ASAI, l’associazione dove faccio volontariato: il sabato mattina io e altri amici intratteniamo con un laboratorio creativo i bambini del quartiere, tutti stranieri di cui parecchi musulmani, come si deduce dalle mamme velate e sorridenti che ce li lasciano per qualche ora a settimana. Quel sabato mattina piango di nuovo quando Nafisa, otto anni, ci dice che un amico dei suoi genitori è morto nell’attentato. Piango in bagno, così i bambini non mi vedono. E piango anche il giorno dopo mentre mi imbottisco di notizie, analisi, opinioni illustri dei media internazionali e ancora al telefono con mia madre, che non capisce proprio cos’abbia tanto da disperarmi: proprio io, che non piango mai per queste cose.

Nafisa è uno dei motivi per cui, nei giorni successivi alla strage, mi viene un malessere che chiameremo la Smania. La Smania è alimentata in maniera costante dal gusto dell’orrido che caratterizza l’informazione italiana (ma non solo italiana) e che mi porta in breve tempo a prospettare scenari post-apocalittici. Nafisa e i suoi compagni Ouisal, Dounia, Souhail: quanto tempo passerà prima che qualcuno li chiami “bastardi islamici” ? Ripenso a Sottomissione, il romanzo di Houellebecq che ho letto quest’estate: autostrade deserte punteggiate di cadaveri massacrati, colpi di Stato, violazioni dei più basilari diritti umani, banlieu in fiamme. Uno scenario che adesso inizia a non sembrarmi più soltanto il frutto di una fantasia malata. Stai a vedere che ora succede per davvero, mi dico. Ed è anche per questo che mi sale la Smania, la necessità di andare a vedere Parigi prima che scompaia, inghiottita dalla guerra civile. Nel frattempo il mio amico Maffo mi annuncia che lui ci va e questo porta la mia Smania a livelli non più tollerabili: devo farlo anch’io. Scrivo a Mirco, un ragazzo sardo conosciuto in Erasmus che ancora vive a Parigi. Gli dico che ho bisogno di tornare e lui mi dice che va bene. Il giovedì parto.

 

Un funerale a Santo Domingo

Quando ero piccola, una bambina dominicana mi aveva raccontato che i loro funerali sono delle feste in cui si balla la musica preferita del defunto e si mangiano i cibi che aveva amato di più. Ricordo che mi era sembrato un comportamento assurdo. Così come mi sembra assurdo arrivare a Parigi giovedì sera e trovare tutto semplicemente a posto.

Supero la frontiera in autobus e c’è solo un controllo dei documenti, niente di eclatante: nessuna pistola, nessuna perquisizione né altre manifestazioni di virilità istituzionale. Nei giorni successivi la sensazione di calma piatta non viene smentita in alcun modo, anzi. Poliziotti in giro non ne vedo. Provo ad allontanarmi dal centro, vago per i mercati, mi infilo nelle stradine di Belleville, per “tastare il polso del quartiere”, come mi ha suggerito una giornalista con cui ho parlato prima di partire.

Vado persino a Saint-Ouen, il comune della periferia parigina immediatamente confinante con Saint-Denis. Saint-Ouen è il capolinea della metro 4 e non ci sarebbero motivi per andarci se non fosse per la presenza del più vasto marché aux puces di tutta Parigi e forse della Francia intera.

Sarà perché ho la fortuna di arrivare lì proprio nel bel mezzo di un acquazzone, ma neanche a Saint-Ouen mi sembra di trovare una situazione più tesa rispetto all’ultima volta che ci sono stata: conto quattro poliziotti a fronte di quaranta spacciatori.

Nei tre giorni che giro per Parigi seguito a conteggiare le forze dell’ordine, ma il totale non aumenta di molto: all’ingresso di alcune scuole trovo due o tre militari armati. Immagino si tratti di scuole religiose ma non ne sono sicura. L’unica occasione in cui la polizia abbonda è la domenica pomeriggio a Bastille, quando dovrebbe esserci una manifestazione non autorizzata contro il razzismo e lo stato d’emergenza. Un corteo che dovrebbe arrivare fino a République, ma che in realtà non riesce neanche a partire perché gli agenti sono quasi più numerosi dei manifestanti. Davanti al Bataclan e al Carillon nemmeno ci passo, mi sentirei una di quelle persone che va a passare le ferie a Cogne o ad Avetrana. Vado solo a République e ci trovo persone che fotografano candele spente dalla pioggia. E insieme alle candele anche piantine, fiori appassiti, disegni di bambini, cartelli di commiato o di speranza, vignette di Charlie Hebdo contro l’Islam, che mi sembrano quanto mai fuori luogo se ripenso alla storia di Nafisa, ma evidentemente qualcuno ci crede sul serio, che il problema sia l’Islam.

Qualche traccia scritta di quello che è successo la trovo sul portone di una scuola a Nation, dove hanno affisso un cartello plastificato con la dicitura “allerta attentati” e la richiesta di identificarsi in portineria. A Bastille un altro cartello si scusa per l’assenza di mercato la domenica successiva alla strage, mentre su un muro nei pressi di Pompidou qualcuno ha scritto: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. 13/11”. Ma per il resto, del trauma collettivo non riesco a trovare traccia.

L’unico indizio che qualcosa non va come al solito è la gente che mi sorride. All’inizio penso di essere io, penso sia una mia impressione, tipo come quando vai al mercato e tutti ti danno una gran confidenza perché devono venderti i broccoli. Ma stavolta non sono al banco della frutta, sono in giro per Parigi, nei sottopassaggi della metro, sul marciapiede di Porte Maillot o a Bastille. E la gente mi sorride. Ragazze giovani, soprattutto. Sorrisi sinceri, quasi complici. Penso che forse ho la Nutella all’angolo della bocca o il prezzemolo del falafel tra i denti, magari mi cola il naso. Mi controllo come posso, ma sembra tutto in regola. E poi comunque non basta un aspetto ridicolo per conquistare la benevolenza dei parigini: se non sbaglio, l’ultima volta che ero stata a Parigi, sorridere nei luoghi pubblici era praticamente illegale.

Ma poi, la domenica pomeriggio, su una panchina davanti alla chiesa di Saint Paul, Maffo mi conferma la sensazione: gli sconosciuti ti sorridono. Dev’essere un modo per farsi coraggio a vicenda, ci diciamo. Un modo per dire “guardate quanto ci fidiamo gli uni degli altri, sorridiamo a caso, altro che clima di terrore”. Strano modo di metabolizzare il dolore, penso. Però forse funziona, fingere che Parigi sia Santo Domingo.

 

Où est la guerre?

Ci rimango quasi male: ma come? Chi ve l’ha dato il permesso di passeggiare nel Marais, di mangiare le ostriche al mercato, di rilassarvi seduti in questa dannata terrasse?​E io adesso cosa racconto quando torno a casa? Che Parigi vale ancora una messa e che il lutto è confinato a Place de la République? E pensare che in questa città immaginavo di trovarci la guerra civile.

“La guerra? Ah no, quella è in Siria” mi fa notare Karine, quando le accenno alla percezione che abbiamo in Italia riguardo ai fatti di Parigi. Karine, ammesso che si scriva così, è un’abitante del ventesimo arrondissement di Parigi. Maglione vintage, occhiali tondi e il caschetto arruffato di chi ha cose più importanti da fare che pettinarsi. Fa parte di un comitato di quartiere contro l’islamofobia e il razzismo, costituitosi dopo la strage di Charlie Hebdo. Sono pochi, in questo comitato, ma sono l’unica traccia di mobilitazione che trovo in una città che sembra aver fatto della rimozione e del “festa festa festa” il proprio imperativo.

Li raggiungo il sabato mattina in rue des Hayes, una stradina con le case imbiancate di fresco e tanto (ma discreto) fascino parisien.​Non lontana dalla metro Rambuteau, è una zona abbastanza isolata e io mi spingo fin là solo perché a Belleville ho trovato dei volantini che invitavano al loro brunch contro il razzismo.

Sul marciapiede davanti all’entrata del loro quartier generale c’è un barbuto sulla quarantina in doppiopetto blu scuro. Sembra il capitano di una nave, sembra accogliente: chiama a raccolta i passanti anche se in realtà siamo in pochi a passare. Io vado nel panico perché non mi va di sembrare un’aspirante giornalista in cerca di interviste. Sto per andarmene, poi mi sento stupida ad aver percorso due arrondissement a piedi solo per fissare la barba di uno sconosciuto e scappare via. No, non si scappa. Allora trovo una via di mezzo: fingo di non saperne niente e mi avvicino con aria di chi passeggiava di lì e si è perso. il barbuto si chiama Bernard e mi spiega cose che già so ma fingo di non sapere. Chiacchieriamo un po’ e il panico mi passa del tutto quando lui mi rassicura sulla perfetta comprensibilità del mio francese.

Seguo Bernard all’interno della stanzetta: ci saranno una trentina di persone, di cui una buona metà sono donne velate con passeggino e bambini al seguito. Il folto sottobosco di bambini che corrono, si intrufolano sotto i tavoli o disegnano mi fa ripensare ai miei, di bimbi, quelli del laboratorio creativo che i miei amici stanno tenendo proprio in quelle ore del sabato mattina.

Gli sconosciuti mi sorridono anche qui, ma questa volta il motivo lo capisco benissimo: forse non avremo in comune origini, istruzione, passioni, ma la certezza di condividere la stessa idea ce l’abbiamo, visto che siamo tutti nella stessa stanza a discutere di razzismo e a firmare un appello contro alcune dichiarazioni del sindaco della mairie.​

 

Muslims Love You

Durante il brunch non mangio niente ma, colpo di scena, parlo abbastanza. Prima con Bernard e Karine, che hanno l’aria di essere gli organizzatori, poi avvicino una delle donne velate. Dire che tutti questi hijab non mi mettano in soggezione sarebbe mentire. E tuttavia il mio vantaggio è che mi lascio intimorire anche dalle barbe hipster e dai maglioni vintage, quindi tanto vale buttarsi.

La mia interlocutrice velata fa la guardia a un tavolino su cui ha esposto delle borse di stoffa fatte da lei: su ogni borsa c’è una frase stampata in rosso o in nero a tema fratellanza tra i popoli e rispetto per il diverso. Ce n’è anche una con la scritta “Muslims love you” e poiché ne apprezzo la (involontaria?) provocazione ne compro due, una per me e una per un’amica. Quando mi vede leggere le frasi, mi chiede se sono credente. Io le rispondo che purtroppo non ho questa fortuna e lei sembra apprezzare la mia diplomazia. Si chiama Fadouma ed è proprio diversa da me: sento la distanza abissale tra il suo velo e i miei capelli imbizzarriti. La sento ma poi la azzero mentre parliamo di quello che è successo e di come sia sempre peggio, per un islamico, vivere in Francia. Anche perché siamo d’accordo su tutto, io e Fadouma, e sebbene di solito questa cosa mi metta un certo disagio, stavolta mi piace fare fronte comune contro “quel fascista di Houellebecq”, come lo chiama lei, oppure indignarmi nei confronti di chi chiede ai musulmani di dissociarsi. Ma dissociarsi da cosa, sbotta la mia nuova amica, se lei non si è mai associata a niente di tutto questo?

Le racconto anche di Nafisa, e ho l’impressione che Fadouma mi capisca. Ho l’impressione, addirittura, che nessuno meglio di lei possa capire cosa significa star male sia per le vittime degli attentati sia per quelle donne velate coi loro bambini: i musulmani muoiono come tutti gli altri, anche più degli altri, ma questo non basta a salvarli dalle accuse generalizzate di terrorismo.

Il colloquio con Fadouma e gli altri mi serve anche per capire un’altra cosa: tutti i miei buoni propositi sul fare giornalismo, in questo breve viaggio, sono svaniti nel nulla. Perché la verità è che a me questa cosa del giornalismo proprio non piace, o comunque non mi piace il giornalismo virile, quello che va in giro a pretendere risposte dagli sconosciuti. Non è una cosa che riesco a fare, non penso di averne il diritto.

Non che all’inizio io non faccia dei maldestri tentativi giornalistici, sia chiaro. Per esempio, prima di partire, contatto diverse conoscenze risalenti all’Erasmus per capire se possono aiutarmi nel mio progetto. Ospitarmi, certo, ma anche raccontarmi quello che è successo e come loro l’hanno vissuto. Tuttavia, tra i prescelti, una non ha voglia di pensarci (né io ho voglia di insistere), mentre gli altri fanno di tutto per minimizzare la portata dell’accaduto.

Annamaria, una ragazza veneta che studiava a Nanterre, addirittura si prende apertamente gioco di me quando la contatto in chat: “E cosa vieni a fare, a Parigi, la reporter di guerra?”

 

Una festa mobile

Sabato sera piove a dirotto e sono costretta a tornare in metro fino a casa di Mirco, il ragazzo che mi ospita a Parigi. Esco dal sottopassaggio di George V e mi ritrovo in pieni Champs Elysées. Non capisco se sia la pioggia sottilissima o la commozione ad appannarmi la vista di quel viale alberato, geometricamente perfetto, illuminato per il Natale. Riesco soltanto a pensare che sia tutto eccessivamente bello: la guerra è in Siria, ha ragione Karine, e la Siria in questo momento mi sembra difficile persino da immaginare.

Mirco mi accoglie con una bottiglia di rosé e uno spaghettino al sugo. Chiacchieriamo di guai sentimentali e di programmi televisivi, come se il nostro Erasmus non fosse mai finito. Poi ci mettiamo a parlare di libri e lui tira fuori dallo scaffale AMoveable Feast d​i Hemingway. Me ne parla come se si trattasse di una lettura a caso. Io però, durante le mie dodici ore di autobus da Torino a Parigi, ho scoperto che si tratta del libro più venduto in Francia dopo il 13 novembre. Il perché, ora che sono qui da tre giorni, non mi è difficile da immaginare:

If you are lucky enough to have lived in Paris as a young man, then wherever you go for the rest of your life, it stays with you, for Paris is a moveable feast.”

Hemingway scrive questa frase mezzo secolo fa, eppure in tutto questo tempo Parigi non ha mai smesso di essere un vortice di festa e di bellezza, un vino che dà alla testa in pochi sorsi. Scriverne adesso, però, mi sembra molto più difficile. Dopo quello che è successo so bene che potrei risultare superficiale e persino offensiva. Ma è un rischio che devo correre, perché quello che ho deciso di raccontare è quello che ho visto io, che ho vissuto io. E che ha messo a disagio me per prima. Posso giurare di aver osservato con i miei occhi i mercati brulicare, i passanti sorridere, i musicisti di strada riarrangiare Edith Piaf. E mentre me ne sto lì ad ascoltarli, diventa quasi imbarazzante ammettere che sto bene. In quel luogo, in quel momento, nonostante tutto.

All’inizio ci provo anche, a restare distaccata, a osservare dall’esterno quest’entusiasmo collettivo per capire se è reale o simulato. Ben presto, però, la vie en rose contagia anche me. Persino i miei capelli brillano vaporosi, incuranti della pioggia continua e dello stato di abbandono in cui li lascio per giorni. Mi sento la protagonista di una commedia Disney e invece è tutto vero, anche se non capisco bene come sia possibile. Forse dipende anche dal fatto che mi trovo a guardare Parigi come fosse la prima volta, e questo perché decido di girare per la città quasi esclusivamente a piedi: durante i mesi dell’Erasmus coprivo tutte le distanze in metro, per non sprecare neanche un euro del costosissimo abbonamento ai mezzi pubblici. Parigi l’avevo vista a macchie, come tante pagine separate di una guida turistica. In questi tre giorni, invece, decido di muovermi il più possibile a piedi per provare a ricucire i tempi e i luoghi, e così scopro quanto sono vicine, quasi accatastate, tutte le cose belle di questa città: chiese nascoste, poesie sui muri, angoli preziosissimi. Percorro giardini immersi nel sole e viali alberati sotto una pioggia fitta. Cammino da stare male e invece sto bene.

I miei passi uniscono i puntini tra Belleville e Ménilmontant, tra Place d’Italie e Montparnasse, da Nation a Bastille. Ogni stradina nascosta, ogni disegno sul muro, ogni aiuola fiorita mi rapisce lo sguardo. Mi riempio gli occhi di bellezza senza mai averne abbastanza.

È anche di questo che parlo con Annamaria, la mattina in cui facciamo colazione insieme alla Boulangerie Aux Délices,​in Boulevard Diderot, nei pressi di Nation. Sedute a un tavolino di plastica rosa shocking, armate di café au lait e pain au chocolat,​ discutiamo di terroristi ma anche di università, progetti, e naturalmente di quanto è bella Parigi.

“Non me la ricordavo così” mi dice Annamaria. “In questi giorni è veramente troppo bella.” Niente di ciò che ci circonda sembra darle torto: il sole risplende sull’oro delle colonne di Nation, gli anziani giocano a bocce in un parchetto poco distante e la pasticceria emana un effluvio di burro a cui io non so resistere. Stato d’emergenza? Ma non scherziamo, ché giusto in questi giorni stiamo dando un’altra mano di vernice rosa a tutta la baracca.

L’ultimo giorno avviene la mia resa definitiva: per salutarci, io e Mirco facciamo una passeggiata frenetica ed estasiata per i mercatini di Natale sugli Champs. C’è di tutto ed è tutto troppo bello e buono e incredibilmente natalizio. Io lancio grida stridule al cielo quando avvisto Babbo Natale, un vero Babbo Natale sulla sua slitta! È a trenta metri sulle nostre teste e ci fa ciao dall’alto con la mano. Io e Mirco mangiamo la raclette,​poi passiamo a studiare i dolci: crêpe o campana di cioccolato? Una cosa su cui non siamo affatto indecisi, invece, è la ruota panoramica. In cinque mesi di Erasmus a Parigi non l’avevo mai degnata di considerazione, la ruota panoramica. Ma stavolta l’incertezza davanti ai 12 euro di biglietto svanisce quando Mirco mi dice “guarda che la prossima volta non la trovi più”. Lui intende dire che dopo Natale la smontano, ma qualcosa dentro di me capisce tutt’altro e così dieci minuti dopo ci ritroviamo a urlare in piedi nella cabina, anche noi in alto come Babbo Natale e come gli elicotteri che Mirco dice di non aver sentito passare la notte degli attentati. Ci ritroviamo in piedi a fare i nostri tre giri di ruota: a fotografare, salutare, tremare di freddo e di vertigini, a urlare “Vaffanculo ISIS” con tutto il fiato che abbiamo nei polmoni.

 

 

 

Flora Ciccarelli, 24 anni, laureata in Lettere Moderne, studia nonfiction alla Scuola Holden.