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Mi chiedesti di essere la tua ragazza anche se ero femminista

Beauty and the beast

 

 

La sera in cui ti conobbi era novembre e fuori tutto cominciava a gelare. Io ero stipata tra la gente che c’era lì in quel posto sempre troppo piccolo o sempre troppo affollato. Ci presentarono, il come non lo ricordo. Ricordo però che prendesti in giro le mie scarpe, ti facevano ridere e ti ricordavano un brutto cartone della Disney dove la protagonista belloccia si innamora del biondo di turno e rinnega le sue origini. Ci perdemmo, poi, io con le mie scarpette frivole e tu con i tuoi jeans stretti. Ti vidi andare via con gli occhi tristi in mezzo alle teste ondeggianti. Un attimo dopo mi sentii prendere per il braccio e salutare. Riuscii solo a dirti che mi sembravano tutti pazzi.

La seconda volta che ci vedemmo mi mettesti la mano sulla nuca. Io che non riesco ad essere toccata da mani estranee e tu che non riesci a toccare persone estranee. Fu così naturale che ci sconvolse. Tu quella volta piangesti per qualcosa che ti feriva, ed io ti chiesi cosa avresti voluto dalla vita. Parlasti di mare e di barche, di spazi senza confini, di luce accecante. Io ti dissi che ancora il mio modo di esprimermi non l’avevo trovato.

Quando mi operarono mi invitasti a cena e io non riuscivo nemmeno a guardarti. Ci sedemmo sul pavimento di legno della tua vecchia casa, tirasti fuori una scatola di cartone e mi facesti vedere le tue fotografie da giovane quando pensavi che l’esistenza fosse travaglio, come a dire che anche tu le tue cicatrici le avevi. Le vidi sulla pellicola, quelle del corpo. Le altre le vidi nei libri della tua camera dal soffitto basso e gli infissi malconci. Quella sera mi toccasti la gamba così distrattamente che non capii se te ne rendesti conto, ma prima che andassi via mi dicesti che il freddo in quei giorni ti faceva meno paura.

La sera dopo ti portai a cena in quella pizzeria indubbiamente squallida ma che a te piaceva tanto e misi gli orecchini rossi a forma di fiore comprati a Belgrado, che tu dicesti sembrare due croci della Croce Rossa come se io avessi già saputo che avere a che fare con te sarebbe stato un campo di battaglia. Raggiungemmo poi quel tuo amico che sarebbe partito per Londra qualche giorno dopo, che ci accolse sulla soglia con due bicchieri di rhum. Lo stesso sapore che sentii poco dopo quando baciasti le mie labbra.

La stessa sera le vidi dal vero, le tue cicatrici, quando ti spogliasti. La prima volta in cui ci toccammo ricordo che tremasti, di paura o di stupore o di entrambe le cose. Io mi spaventai e mi stupii altrettanto. Ricordo anche il cd che mettesti, che sarebbe stato compagno di tutte le prime notti di amore per coprire i rumori e che ancora oggi non posso ascoltare senza pensare a quella stanza in cui leggevamo e sognavamo di caminetti e sentivamo la pioggia sul tetto.

Del resto, pochi dettagli. Ricordo le passeggiate nella foschia con le mani in tasca, le giornate al museo di scienze naturali a vedere gli animali, le sere a casa al sabato perché il mondo fuori ci sembrava matto, il giorno in cui al tuo rientro da Parigi mi lasciasti una tazza di tè caldo sul davanzale dove lavoravo, la sera in cui ti inginocchiasti e mi chiedesti di essere la tua ragazza anche se ero femminista e non sapevi se una cosa del genere si potesse chiedere a una femminista, la notte in cui mi raggiungesti al mare e facemmo quel giro in barca tra stelle vento e pescatori, le lettere scritte sulle buste del pane, il sale sulla pelle.

 

 

Clara Rizzitelli nasce a Torino nel 1986, dove cresce, vive e si convince che la semiologia salverà il mondo. Attualmente sogna di vincere una borsa di dottorato per proseguire le sue ricerche e prova ad affrontare la crisi economica scrivendo delle proprie vicissitudini. Collabora con Aspirina.