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Fanno 80 euro

Mad Men

 

Un giorno, che poi si dice genericamente un giorno ma era sera alle sei, ho rivisto questa mia ex fidanzata che ho sempre pensato fosse l’amore della mia vita. Sarà anche una cosa che si pensa tutte le volte che ci si fidanza e ci si lascia, quella dell’amore della vita, e si pensa in particolar modo dell’ultima persona con cui si è stati.

Ecco, con lei questa cosa dell’amore della vita l’avevo pensata proprio seria e più di tutte le volte prima.

– Mi vieni a prendere in stazione? – , mi chiede. Sì, rispondo io. Lei era andata a Milano per una cosa di scrittura ed ero felice, ero felice come non sono mai riuscita a esserlo quando stavamo insieme. Per un anno almeno non sono stata felice, né per quello che facevo io, né per quello che faceva lei. Devo dire che è stato un anno di merda.

Qualche giorno prima di vedersi ci siamo scritte delle cose carine, tipo che nonostante tutto l’anno prima volevamo passare del tempo insieme e passarlo bene: andare in libreria, passeggiare con i cani e il suo cappotto aperto anche se era inverno e io a dirle “chiuditi”, mangiare il gelato vegan quando viene caldo e ridere sempre.

Avevamo cominciato a vederci ogni tanto e la prima volta dopo mesi è stato così emozionante che ho pianto le due ore successive, pregando tutte le religioni del mondo perché non ci fosse nessuno a casa o per come facevo fatica a respirare sotto tutte quelle lacrime e quel rosso mi avrebbero portata al Pronto Soccorso.

Non ho mai trovato una persona come te, le ho scritto dopo che ci siamo salutate. Nemmeno io, ha risposto lei. Come mai io continui a dormire con il cane e lei con la fidanzata nuova, non l’ho ancora capito.

Avevamo cominciato a scriverci, a dirci che libri leggevamo, a mandarci le foto della vita che ognuna faceva per conto suo. E c’era il suo cane e piangevo come se fosse morto e non potessi rivederlo più, e vedevo il mare e le montagne e pensavo che meraviglia e poi piangevo anche lì perché sapevo che ci era andata con questa nuova fidanzata. E le mandavo le foto del mio di cane con l’asciugamano dopo che prendiamo la pioggia fuori, del nuovo ufficio in questo palazzo tutto pieno di corridoi ed estintori, del vassoio della mensa che, per una che non ha mai avuto un Ticket Restaurant se non regalato da un ex collega, era un miracolo.

Una volta prima di quelle sei di sera mi ha chiesto, – vuoi leggere una cosa che ho scritto? – .  E come per la stazione ho risposto sì. Mi ha mandato un racconto via mail, cominciava parlando della sua fidanzata. Mi sono incazzata come una bestia. Sono rimasta infuriata per ore, poi ho pensato a tutti i discorsi sul dare valore al tempo insieme, che il problema in fondo non è che sto con un’altra persona ma che non riesco a stare con te, e ho letto il racconto e le ho scritto due righe tipo bello questo, quest’altro lo cambierei. – Grazie, non dovevi – , mi ha risposto.

Sulla strada per la stazione ho cominciato ad avere dei pensieri bruttissimi e mi sono immaginata che per farle una sorpresa ci fosse questa sua fidanzata e mi sono sentita sola come un cane lasciato in tangenziale senza nemmeno una parola, un post it del figlio del proprietario minorenne che ancora non lo capisce bene cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e si fida di suo padre e al cane gli sussurra – mi dispiace.

Il treno era in ritardo. Arrivo alle sei, mi aveva detto. Mi era sembrato un orario inedito da Milano, ma tra le due è sempre stata lei a capirci di cose pratiche e di numeri, per cui non ho controllato. Il treno arrivava alle 18.15 e io per nervosa com’ero venti minuti prima ero già sotto il tabellone ARRIVI. Fatto un giro con il cane, mi sono infilata da Feltrinelli e ho comprato l’ultimo libro di Lydia Davis, anche se quando uno scrive straniero ed esce in un altro paese non è mai l’ultimo libro.

 

Arrivo al binario e lei mi sembra bellissima come non mi è mai sembrata prima e mi tremano le gambe e in borsa ho Lydia Davis e un pacchettino che le ho fatto come fossi ancora la sua fidanzata e potessi ancora dirle sei la mia famiglia, la vedi quella casa lassù con la terrazza e le piante? Io e te vivremo in un posto così. Tra quattro giorni cambia città.

 

Dentro una scatolina di cartone avevo messo un libro bellissimo che parla di un salmone che discute con la protagonista del libro bellissimo e parlano di vita, di sassi e di Michael Jackson, poi tanti post it di quelli piccoli, appiccicati su un A4 perché non si perdessero come i cani senza medaglietta con sopra raccontata la nostra storia, e ancora una cosa che avevo scritto a settembre dell’anno prima su un sacchettino del pane con un pennarello viola.

Sarebbe stato meglio infilarci dentro una busta con i soldi come fanno i miei genitori a Natale, da vent’anni: – Non sappiamo chi sei, comprati qualcosa che ti piace.

E lei è tornata stanca da Milano e quella giornata da passare insieme non l’abbiamo passata, abbiamo cercato di fare cose dopo ma io avevo quel pensiero nella testa che mi esplodeva come l’emicrania quando eravamo ancora fidanzate e lei mi metteva le mani sul viso come a contenerla, come se accarezzandomi potesse portarla via. Pensavo che per me nella sua vita non c’era più posto, che tra due ore sarebbe stata da un’altra parte, con un’altra persona e mi veniva da vomitare, ma da vomitare fisico non metaforico come quando uno litiga e magari si è tradito e si urla dietro – Mi fai vomitare! – . Le avevo anche preparato una torta, ma per come è andata quella giornata sono finita a mangiarmela da sola, per la disperazione, in un giorno e mezzo. Lì sì che stavo per vomitare vero.

Quei pensieri di merda, di abbandono, di crateri lunari e di posti così bui che anche se hai una torcia – di quelle che lanci nel cielo dopo un naufragio perché ti trovino – non riesci a vederti nemmeno i piedi, li ho avuti nelle due ore successive. A un certo punto ho sentito così male che le ho detto cambia strada, tu vai da una parte e io dall’altra. E ho preso il cane e al primo angolo che non fosse troppo vicino a lei perché non sentisse il rumore della rabbia che mi scoppiava tra le costole, mi sono fermata e ho spaccato tutto quello che avevo contro il muro, una due tre quattro volte, fino a che il sacchettino di Feltrinelli è esploso e la copertina di Lydia Davis si è piegata come una ferita e io per la prima volta dopo anni ho sentito fortissimo che volevo farmi male addosso per non sentire più quella merda, tornare a smontare i rasoi per tagliarmi, aprirmi piano la carne come si fa con il prosciutto incartato di fresco quando hai fame, passare la lima da unghie sul gas e piantarmela incandescente sui polsi.

E piangevo così forte guardando la strada che si è spaventato anche il cane, e l’unica cosa che sono riuscita a fare è stato rimetterle il guinzaglio e dirle stai tranquilla, andiamo a casa.

 

Il giorno dopo ho chiamato quella che sarebbe diventata la mia terapeuta.
Fisso un appuntamento quattro giorni dopo l’aver frantumato il sacchetto in carta riciclata di Feltrinelli con Lydia Davis dentro. Ci ho messo tre settimane a farla, quella telefonata. Il numero me lo aveva lasciato una mia amica vedendomi piangere continuamente, più lacrimare che piangere, più che come un rubinetto lasciato aperto, uno che perde di continuo, che per quanto tu lo stringa con tutti gli attrezzi Ikea che hai per montare il futon, lui continua a perdere. Avevo pianto tantissimo quando con la mia ex fidanzata ci siamo lasciate, mi dovevano accompagnare fin sotto al portone di casa per essere sicura che arrivassi perché dove mi mettevi stavo, e piangevo. Mi trascinavo, come i vecchi quando sono così vecchi anche per essere stanchi.

Al primo incontro la dottoressa prende una cartellina di cartoncino azzurro e ci scrive le prime due lettere del mio nome e cognome sopra. Tutte le volte che torno tira fuori la cartellina con le mie iniziali e da lì un foglio dove prende appunti con una penna blu. Anche io prendo gli appunti, ma con la penna nera.

Tra di noi c’è un tavolo grande come un pianoforte, la dottoressa sta al di là e io me ne sto seduta al di qua su una poltroncina tipo Ikea senza essere Ikea, poso la giacca e la borsa su quella accanto, identica. Mi guardo intorno, guardo i libri come quando entro per la prima volta nelle case degli altri, leggo velocemente qualche titolo e penso di averli tutti quei disturbi lì, scritti sulle costole strette. Sorrido e guardo davanti a me, sopra il tavolo c’è una ciotola di metallo con due pacchetti di fazzolettini, per piangere immagino. Comincio a parlare, facendo come sempre qualche battutina perché la dottoressa pensi che non sono così disperata come sembro, che in fondo sono una persona intelligente e spiritosa. – Mi aiuti perché io altri 35 anni così non li faccio – , finisco per dirle tra una cazzata e l’altra.

Non so spiegare la sensazione che ho durante il colloquio, è la prima volta nella mia vita in cui mi sento capita, in cui qualcuno chiama le cose con il loro nome come quando impari a leggere a scuola e ci sono le parole con le immagini accanto. È come quando all’aeroporto ti controllano i bagagli ai raggi X e vedono ogni singolo oggetto che hai in valigia, mi sentivo trasparente. Ho la tentazione di girarmi per vedere se stia leggendo qualcosa alle mie spalle, se dietro di me ci sia qualcuno a raccontarle cose che io accenno e lei finisce di dire.

– Un’ultima cosa, dottoressa, ecco, vede – , balbetto timidamente manco dovessi dirle ti amo, – io fino a qualche anno fa mi facevo male, fisicamente dico – . Lei mi guarda indietro, – non c’è bisogno che me lo dica, l’ho già scritto – , mi dice sorridendo. Fanno 80 euro.

Mi fa fare un questionario, ci sono una serie di affermazioni (- Cose che ognuno ha provato nella sua vita, non si preoccupi – ) e due colonne, una si riferisce a oggi e una a quando si è piccoli. Devo segnare quanto sento mie quelle cose con un numero da 1 – poco – a 6 – tantissimo. Metto un sacco di sei e poi le passo il foglio e lei comincia a cerchiare tutti i numeri alti con un evidenziatore fucsia e io penso: sono rovinata. Non mi ricordo a cosa servisse bene il questionario, ma per una volta che ho fatto un punteggio alto non serve a niente.

 

Nonostante tutto sono uscita dallo studio esaltata, come quando hai appena conosciuto una persona che ti piace e anche tu piaci a lei e ti sembra tutto possibile. Nonostante mi avesse detto dell’ansia abbandonica, della dipendenza affettiva, dell’età emotiva da quindicenne, dei genitori anaffettivi, dell’insicurezza, dell’impulsività, dell’umoralità, dello standard severo e della sottomissione, io ero tutta contenta tanto da obliterare a testa alta il biglietto di ritorno sul 16, ripetendomi sottovoce, è un genio, un genio.

 

– I suoi genitori non l’hanno mai amata, sono manipolatori e patologici. Suo padre è un passivo e sua madre un’istrionica, anaffettivi entrambi. Accetti il fatto di aver avuto dei genitori così, la sua vita è diversa, e decide lei cosa farne – . Sono con la testa tra le mani, i gomiti sul tavolo e la bocca aperta quando la dottoressa al secondo incontro dopo l’iter stringiamoci la mano buongiorno buongiorno e cartellina azzurra comincia a parlarmi. E io sono lì che scrivo per non piangere, e le dico dottoressa, servisse a qualcosa, risolvesse qualcosa, io i miei genitori li picchierei, li butterei giù dalle scale come i vecchi all’ospedale in fila per i prelievi che mi passano davanti, come quella volta con la mia ex fidanzata in vacanza in Francia quando dovevo andare in bagno all’Autogrill e mi sono passate davanti le vecchie che andavano a Lourdes senza dirmi scusa guarda non ce la faccio più, che io dottoressa le avrei anche fatte passare. La dottoressa mi guarda e annuisce. Fanno 80 euro.

– Lei non accetta la realtà, la interpreta – , mi dice la dottoressa. – Una relazione sana è 50% relazione, 50% sessualità. Una relazione sana innanzitutto deve esistere – , continua.

 

Il fatto di aver ricominciato a vedere la mia ex fidanzata da una parte mi faceva sentire felicissima e fiduciosa che le cose potessero cambiare nonostante tutto, il problema è che poi quando ci salutavamo e io tornavo a casa con il cane e lei andava da un’altra parte, piangevo una settimana intera, ma non tanto per dire, piangevo di continuo. Piangevo a fare colazione, quando andavo a dormire, quando mi svegliavo, sotto la doccia, fuori con il cane, sul cane mentre lo abbracciavo sussurrando ti voglio bene, in autobus. Piangevo sempre.

 

Racconto questa cosa alla dottoressa, – se continua così rischia di vivere la vita di un altro, non la sua – , mi gela. E penso che davanti a un medico non ho mai pianto, nemmeno quando a Firenze quella stronza di ginecologa con la sensibilità di un piccione morto per strada, dopo l’ecografia transvaginale mi disse che dovevo fare degli accertamenti e chissà.

Le dico, sa dottoressa noi leggiamo gli stessi libri, ci piacciono le stesse cose, pensiamo le stesse cose, abbiamo questa sensibilità comune. – Benissimo, siete amiche – , mi dice lapidaria lei. E ci provo a non piangere, ma penso ai genitori anaffettivi, a mia madre che quando l’anno scorso le dissi che mi ero lasciata con la mia ex fidanzata mi disse solo – passerà – , all’insonnia che mi mangia, al cane che ha dieci anni e altri dieci anni non vive, al lavoro che ce l’hai sei mesi e poi basta, alle persone che cambiano paesi, alle cose che avrei voluto che andassero e non sono andate e a me sembra di non mollarle mai e comincio a piangere. Cosa devo fare, dottoressa, le chiedo mentre mi tampono gli occhi con un fazzolettino che chissà quant’è che era nella tasca della giacca e sicuro mi viene la congiuntivite mentre lo spingo agli angoli degli occhi come si fa sulle guance quando ti tagli a fare la barba.

– Dimenticarla.

Dottoressa, non ho mai pianto con un terapeuta, le dico continuando a lacrimare e tamponarmi con il fazzolettino, adesso mi viene molto da piangere.

Lei mi sorride. – Pianga, pianga – . Fanno 80 euro.

 

Allora io sono tornata a casa e le ho scritto una mail, “Per favore dimenticami tu, che io non ce la faccio”.

 

 

 

Costanza Masi è nata a Firenze nel 1978. Vive e lavora a Torino come Copy, Web Editor e Social Media Manager. La potete trovare su tumblr.