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Era una sveltina

Photo Credit: Calidenism via Compfight cc

 

Alla fine della quarta ginnasio, mio padre decise che ormai ero grande. Cioè in grado non solo di badare a me stessa, ma anche di prendermi cura di lui. A sancire questo passaggio cruciale, mi propose di andare in vacanza noi due soli, a giugno. (Mamma, ti dispiace non venire con noi? Figurati, la vostra assenza è la mia vacanza. L’esperienza “home alone” dovette piacerle molto perché ci esortò a ripeterla gli anni successivi).

Destinazione del viaggio era B, il paese della costa Ionica dove i miei genitori comprarono un appartamento nel lontano 1982. Caso abbastanza singolare, quello di una coppia torinese – nelle cui vene non scorre nemmeno una goccia di sangue calabrese – che decide di acquistare una seconda casa in provincia di Catanzaro. (Papà, come mai vi è venuto in mente di andare fin lì? C’è un bel mare.)

A B non arrivano autostrade, ma solo la statale 106; ma mio padre, tra le altre stranezze, non ha mai preso la laurea né la patente. B non è vicina a nessun aeroporto, e comunque a quel tempo non esistevano le compagnie low cost. Per fortuna, a B giungeva un treno. Uno di quei convogli ferroviari lunghissimi che fino a qualche anno fa percorrevano l’Italia da Nord a Sud, carichi di studenti, lavoratori fuori sede, emigrati di prima, seconda e terza generazione diretti al paesello natio. Dove con paesello natio intendo qualsiasi comune della costa tirrenica da Napoli in giù, perché il treno in questione fermava IN TUTTE LE STAZIONI.

Partiva da Torino Porta Nuova intorno alle 18 e giungeva a B all’ora di pranzo del giorno dopo. Il ritardo accumulato, che io ricordi, non è mai stato inferiore a 2 ore.

Mio padre prenotò due posti a sedere lato finestrino in seconda classe, coi cestini della spazzatura già traboccanti prima della partenza e i sedili in ecopelle color mattone, ognuno dei quali sovrastato da un quadretto con didascalia rappresentante a) una bellezza architettonica b) un golfo c) un paesaggio montano.

Prima di Asti, sapevo di questi viaggiatori più di quanto mai avessi appreso su molti miei parenti: origine, nome, età, scopo del viaggio, data di ritorno presunta, professione, nome di figli e nipotini.

Un vedovo che andava a stare dalla sorella a Falerna, una coppia di anziani di Paola (ma io sono di Amantea, che è cchiù bbello, mi rivelo a bassa voce la moglie).

Poi chiesero a noi dove andavamo; ci guardarono con sospetto quando appresero che sì, eravamo di Torino ma no, non avevamo origini calabresi.

Il sospetto si sciolse in tenero compatimento quando videro le vettovaglie preparate da mia madre. La nonnina, impietosita dai nostri toast, mi offrì uno sfilatino lungo come il polpaccio di un uomo adulto, dal quale strabordavano sanguigne fette di soppressata.

Anche alla signora straniera salita a Genova toccò il medesimo giro di presentazione. Andava a lavorare come aiuto cuoca, suo figlio di 16 anni era rimasto in Romania con i nonni, e a settembre l’avrebbe rivisto. Così giovane, già un figlio di 16 anni. Eh sì, guardi, le faccio vedere la foto.

Questa fu la parte migliore del viaggio. Quella brutta iniziò intorno alle 22, quando, appurato all’unanimità che era ora di dormire, mio padre mi spedì a lavarmi i denti con un monito: Mi raccomando, falla tutta, che poi da qui non si esce più.

Poco dopo, infatti, reclinammo i sedili per formare un unico, ecumenico lettone per 6 persone. Io e mio padre sedevamo l’uno di fronte all’altra, e poiché lui era molto più alto e corpulento di me, mi coricai con il cranio schiacciato tra il bracciolo della poltrona e i suoi piedi. Non so come, cullata dal treno, caddi in un tormentatissimo, immobile e formicolante dormiveglia nel quale sognavo che mi avrebbero bocciata per un’insufficienza in greco.

 

Due ore dopo, mi svegliò un rumore. Non era metallico, plastico, vetroso. Era umano. Avevo 15 anni, ma riconobbi subito quell’ansimare, sussurrare, deglutire. In quello scompartimento c’erano due persone che stavano facendo sesso. Andando per esclusione, nello scompartimento si stava consumando un amore internazionale.

Se gli anziani con gli sfilatini alla soppressata se ne fossero accorti, cosa sarebbe accaduto? Lei si sarebbe fatta il segno della croce, come quando il treno era partito? Lui avrebbe chiamato la PolFer? Il capotreno avrebbe fatto commenti razzisti sulla signora straniera? Il vedovo l’avrebbe difesa? Sarebbero scesi dignitosamente alla prima fermata, orgogliosi della loro temerarietà?

Una carezza podalica sull’occipite mi ricordò della presenza di mio padre. Se si fosse svegliato cos’avrebbe fatto? Adesso che ero grande, mi avrebbe coperto gli occhi con la mano, come si fa con i bambini affinché non vedano le scene di violenza in TV? Oppure era sveglio anche lui, sentiva quello che sentivo io, ed era troppo imbarazzato per intervenire?

Dovevo segnalare agli amanti che ero sveglia. Diedi qualche colpo di tosse secco. Abbassarono un po’ il volume, ma non smisero.

Mi rassegnai ad ascoltarli fino alla fine e poi, esausta più di loro, mi addormentai. Alle 7 mi svegliò una pedatina paterna. Rimettiamo su i sedili, forza, facciamo colazione.

Il vedovo guardava per terra, la signora straniera pure. A Battipaglia, quando lei scese, lui non la aiutò nemmeno con la valigia.

 

Quella notte avevo rivissuto una Urszenen, avevo sopportato in silenzio la veglia, i rumori, i crampi. Li avevo coperti e aiutati. Credevo fosse amore, e invece era una sveltina.

 

 

Valeria Fioretta è nata e risiede a Torino. A dispetto del suo stile di vita, si occupa di marketing del benessere. Vorrebbe stare su Twitter, ma con la scusa di non avere abbastanza tempo alla fine si rintana sempre sul suo blog.