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il lavoro dei miei sogni

birdman

 

In quel periodo avevo un contratto di sostituzione maternità presso un’agenzia di viaggi che si occupava prevalentemente di pellegrinaggi e di mete religiose. I viaggi religiosi vanno fortissimo, a dispetto della crisi. Questo era un bene per le nostre tasche, ma le mie colleghe non hanno mai avuto tempo e modo, in nove mesi, di insegnarmi il mestiere. Il mio lavoro quindi consisteva nel preparare i documenti di viaggio per i pellegrini, sistemare i pdf, fare le fotocopie e rispondere al telefono. Durante i primi mesi il capo ci teneva a rassicurarmi: sapeva che ero laureata e che potevo contribuire ben di più all’ufficio. Con l’andare del tempo e l’aumentare del lavoro il capo si dimenticò persino quanti anni avessi.

Sospettavo che quella sostituzione maternità, nonostante l’intenzione iniziale, non si sarebbe trasformata in un contratto a tempo indeterminato, così mandai per la decima volta il mio curriculum a tutte le case editrici di città e provincia.

Potete immaginare l’euforia quando il Piccolo Editore di Paese Sperduto rispose positivamente alla mia candidatura spontanea. Avevo già lavorato in una casa editrice in passato: abitavo in zona Barca a Bologna, ed ogni mattina prendevo la bici fino alla stazione, poi legavo la bici raccomandandola al suo patrono, salivo su un regionale di 2 ore e rotti e scendevo a Cesena, dove una seconda bici più serenamente legata da svariati catenacci mi aspettava per un’altra pedalata di 20 minuti verso la zona industriale. La strada era in pendenza sia all’andata che al ritorno.

Ho lavorato presso il Grande Editore di Cesena per 6 mesi, come stagista con rimborso spese di 600 Euro, e adoravo quel lavoro. Me la cavavo anche piuttosto bene, e i miei colleghi “senior” fecero richiesta di farmi assumere. La proposta – un tempo determinato di 6 mesi, per fare “qualche lavoretto” – arrivò l’ultimo giorno di lavoro, quando avevo ormai fatto il biglietto per Londra e preparato la valigia.

Tornando a noi, il Piccolo Editore di Paese Sperduto era rimasto orfano dei suoi soci e collaboratori, e aveva bisogno di qualcuno che conoscesse e curasse tutto il processo editoriale: dalla lettura dei manoscritti alla correzione delle bozze, dall’impaginazione alla realizzazione delle copertine, dalla creazione degli eBook alla gestione dei contratti e delle presentazioni. Potevo farlo. Era la mia occasione, non dovevo sprecarla, era il lavoro dei miei sogni. Poco importava se il Paese Sperduto era a un’ora e mezzo da casa, cambiando due treni e camminando per un pezzo a piedi; non me ne fregava niente del fatto che l’ufficetto non aveva il riscaldamento ed era pieno inverno; cosa diavolo me ne importava se il Piccolo Editore non aveva una lira per pagarmi e mi diceva, – quello che posso darti, con il cuore, te lo do. Potrà capitare che un mese avrò 100 Euro e ti darò quelli, ma magari il mese dopo ne avrò 500 e te li darò volentieri. Per il momento accordiamoci sul rimborso spese del treno e per il pranzo. Con tutto il cuore! – .

Niente contratti, solo un accordo tra poveracci. I soldi sarebbero arrivati dopo, io e il mio fidanzato potevamo farcela a mandare avanti la casa con il suo stipendio, anche se erano 600 Euro al mese che gli venivano bonificati ogni 3 mesi. Questa era la mia occasione.

Che posso dire. Era fantastico prendere parte al processo della creazione di un libro. Era meraviglioso poter impiegare le mie energie e il mio impegno in un progetto così coinvolgente come quello di sfornare un bel libro. Nel freddo del piccolo ufficio intriso delle mie troppe sigarette, mi impegnavo persino nella traduzione di un romanzo sulla nautica ottocentesca, dall’inglese all’italiano.

E ok, tutto il lavoro che c’era da fare lo sapevo fare, ma magari non a livello esperto, e di certo non avevo una velocità tale per cui potessi tornare a casa, alle nove di sera, ed essere soddisfatta di aver davvero concluso qualcosa in quelle otto ore: tra la traduzione, l’eBook, l’impaginazione, le email, la copertina, la bozza, la newsletter, i manoscritti… Non ero velocissima, ma ero sola, quindi sapevo di dover dare il meglio.

Il Piccolo Editore cercava di fare il simpatico con me. Portò persino la sua figlioletta di tre anni in ufficio, quando lei aveva la febbre – quell’ufficio piccolo e intriso di fumo, e la bambina che tossiva.

Il Piccolo Editore faceva spesso e volentieri domande personali, e a queste allegava consigli e lezioni di vita ancora più personali e non richiesti: dovresti andare a pranzo da tua madre tutte le domeniche, tu e il tuo fidanzato dovreste passare dei bei momenti romantici insieme, dovresti prendere quel romanzo sulla nautica ottocentesca e schiaffarlo su Google Translate, che io per gli altri ho fatto così.

Un bel giorno, quando non era passato nemmeno un mese dalla mia “assunzione”, il Piccolo Editore mi chiese quale genere di libri mi piacesse leggere. Domanda difficile, non seppi – e non volli – rispondere con dovizia di particolari. Allora mi chiese cosa ne pensassi dei libri che pubblicava lui, politicamente impegnati. Risposi che mi piacevano molto, e poterlo aiutare a creare libri di una certa importanza mi rendeva molto orgogliosa, ma che non li avrei mai letti in maniera ricreativa. Gli spiegai che la mia empatia sovrasviluppata mi impediva di vivere serenamente anche solo dopo aver guardato il telegiornale, e che avevo pianto persino sul finale di Pirati dei Caraibi, figuriamoci cosa sarebbe successo se avessi letto un libro sull’Olocausto.

Il Piccolo Editore disse che se questo era il mio carattere allora era sbagliato, che io dovevo cambiare il mio carattere perché così non andava bene, e che dovevo essere diversa per vivere in questo mondo. Io mi risentii, e gli dissi che – con tutto il rispetto – ero fatta così e non avrei accettato volentieri lezioni di vita da chi mi conosceva così poco. Soprattutto, gli dissi, il discorso esulava dal rapporto professionale, per cui non gradivo questo genere di intromissioni.

Forse non calibrai bene la mia reazione, ma vi assicuro che mi sentii mancare di rispetto in quel momento, violata nella privacy: mi aspetto che tu mi dica cosa devo fare, sei il mio capo, ma non posso accettare che mi si dica come devo sentirmi, cosa devo provare, che sono sbagliata. Ma poi chi ti conosce, scusa, fatti una sforchettata di cazzi tuoi. Però fui abbastanza sveglia da non dire nulla del genere, e mi limitai a sottolineare il mio confine con tono fermo e risoluto.

Il giorno dopo non andai in ufficio: sciopero dei treni, o mega ritardo dei treni, o qualcosa di simile, e avvertii. Tutto sembrava a posto.

Quando tornai in ufficio, il Piccolo Editore mi aspettava per una chiacchierata. Mi disse che ci era rimasto molto male, perché lui mi stava dando un’opportunità che nessuna altro mai mi avrebbe dato fuori da quella porta, e io invece, diceva, – lo trattavo da schifo – . Lui mi dava solo consigli con il cuore, – come un padre – , e io invece non apprezzavo nulla. Che la moglie gli aveva persino detto, – tu a questa la devi cacciare – , ma che lui aveva deciso di darmi una seconda possibilità.

Non diedi grandi risposte, anzi mi ammutolii abbastanza.

Più tardi, nel pomeriggio, il Piccolo Editore scese di nuovo nel mio freddo ufficetto: mi consegnò una busta contenente 100 Euro, tutti in pezzi da 20, appena prelevati dal bancomat. Quello era lo stipendio del mese. Una volta consegnatami la busta, il Piccolo Editore si sedette accanto a me e mi spiegò che non ero veloce abbastanza, e che se non avessi almeno raddoppiato la mia velocità entro il mese successivo, non gli sarebbe convenuto tenermi. Se avessi raddoppiato la mia velocità, il mese seguente mi avrebbe dato 150 Euro, e se fossi migliorata ancora, al terzo mese il mio stipendio sarebbe stato di 200 Euro.

Questo non era più l’accordo tra poveracci che avevamo stabilito: questa era una carota attaccata ad un bastone.

Per il Piccolo Editore non era conveniente pagare 100 Euro per far svolgere a una sola persona il lavoro di tutta una redazione.

Ero allibita, e anche un bel po’ confusa: avevo davvero sbagliato io? Dovevo davvero lasciare che mi dicesse tutto quello che voleva e nel modo che preferiva perché era il capo? Essere in grado di lavorare significava davvero accettare tutto in silenzio e fare solo “sì” con la testolina?

A casa, prima di spalmarmi sotto al piumone, ne parlai con il mio fidanzato. Concordammo che avrei provato a resistere ancora un po’, per vedere se le cose avrebbero potuto aggiustarsi con il tempo.

Quindi tornai in ufficio al Paese Sperduto, il mattino seguente, più silenziosa del solito. Il Piccolo Editore scese nei miei freddi inferi, mi offrì il consueto caffè (che puntualmente rifiutavo, perché io il caffé non lo bevo) e mi chiese: – Ti sono finite le mestruazioni?

Pausa.

Gelo.

Sbiascicai qualcosa e ritornai con gli occhi sbarrati al computer.

Un’ora dopo gli comunicai che rimanere non mi conveniva più, perché l’abbonamento del treno e il pranzo insieme mi costavano più di 100 Euro al mese e quindi non potevo più permettermelo.

Presi le mie cose e me ne andai.

 

 

 

Sara D’Agostino è Vice-Caporedattore di Finzioni News, scrive su TechPost e Switch Magazine e non usa mai Twitter.