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Lundby Smaland

Del perché non chiedo mai il bis

from Sarah Ackerman - CC BY - via compfight.com

Questo lunedì ci buttiamo con Laura Gramuglia nella nostalgia degli anni ’80. C’è anche altro. Molto altro.

 

Ognuno colleziona ciò che vuole. Da bambina pensavo bastassero i francobolli. Un affare semplice semplice come andare in edicola e acquistare un pacchetto di figurine. Con i francobolli era lo stesso. Solo che a quanto pare avevano un valore diverso ed è stato imbarazzante scoprirlo soltanto dopo che Piero si era portato via i miei pezzi migliori scambiandoli con marche da bollo. Povera nonna, la collezione del suo defunto figliolo saccheggiata in un attimo dal terzogenito del benzinaio. Tutti pensavano fossi segretamente innamorata di quel bullo di quartiere, ma in realtà era il padre a interessarmi davvero, anzi, la sua pompa di benzina.

Se c’è un cantautore che ha costruito buona parte della propria carriera sui temi della nostalgia e del ricordo, quello è Paul McCartney. C’è stato un tempo in cui senz’altro amava i nonsense e i viaggi psichedelici insieme ai compagni di band, ma poi dietro l’angolo facevano sempre capolino le storie d’infanzia e gli anni perduti. Dallo scioglimento dei Beatles in poi è come se da un lato avesse sempre saputo che il tempo migliore era ormai passato, anche se ha tentato in ogni modo di costruirsi un altrove.

A otto anni adoravo i lavori manuali, ogni tanto me ne tornavo a casa dopo ore e ore di corsa e schiamazzi giù in cortile annunciando a gran voce che da grande avrei fatto il muratore. Cosa c’era di meglio che alzarsi presto al mattino, indossare un cappello di carta e dirigersi al lavoro en plain air fischiettando? Lo trovavo semplicemente il lavoro più bello del mondo. Quando poi una mattina svegliandomi come sempre poco prima delle sette trovai un’intera squadra intenta ad allestire un ponteggio sotto la mia finestra non capii più nulla. I ferri per l’impalcatura erano turchese e grigio metallizzato, non ne avevo mai visti di così raffinati. Gli operai mi sembravano molto in là con gli anni, ma la loro felicità ai miei occhi era lampante. Chi non è soddisfatto di scendere dal letto ogni mattina all’alba con la schiena a pezzi pensando di rischiare l’osso del collo a diversi piedi da terra?

Nell’estate del 1988 la mia vita futura mi appariva chiara per la prima volta. È vero, c’era stata un’attrazione incredibile per l’edicolante giù all’angolo. Guadagnare soldi per starsene tutto il giorno a leggere giornaletti e a risolvere il quesito della Susy. Cara nonna, avrebbero dovuto pagare anche noi o se non altro assumerci come giornalaie provette! Anche per Duilio l’infatuazione era durata poco: aveva la frutta migliore e il sorriso più caldo che avessi mai visto, ma il suo banco al mercato era a fianco a quello del pesce e il ricordo di quelle anguille vive e viscide nei secchi mi disgusta e deprime ancora oggi.

Nell’estate del 1988, insieme alla musica, arrivò l’odore di benzina a farmi girare la testa. Non ne avevo mai abbastanza, a ogni sniffata il pensiero di indossare quelle tute macchiate era più attraente. Da grande voglio fare il benzinaio, comunicavo trionfante sull’ingresso di casa non prima di essermi gettata a terra per salvare una palla invisibile su un’immaginaria linea di campo. Erano tempi in cui Mimì, sua cugina Mila e le palle astratte mi affascinavano ancora, ma senza avere la possibilità di allenarmi con catene ai polsi l’unica cosa che potevo fare per soddisfare la mente era frantumarmi le ginocchia sul pavimento per prendere quel maledetto pallone prima che fosse troppo tardi.

Con l’entrata in scena della nuova pompa di benzina tutto cambiò in un attimo. Ogni scusa era buona per fare un salto fino alla stazione di servizio. A piedi insieme a nonno, cercando di convincerlo a camminare per un altro isolato prima di fermarsi al bar per la solita partita a biliardo. Avevo persino stretto un accordo con Marcello, il carrozziere. Ogni volta che aveva bisogno di un rifornimento per le sue auto potevo salire in macchina con lui. La mia preferita era l’Alfetta GT blu notte. Che orgoglio arrivare sul sedile del passeggero e poi starmene lì, tra i miei due uomini in tuta preferiti, Marcello e Tony, a origliare le loro chiacchiere ovattate dal cofano alzato. Chi aveva bisogno di essere accettata da dei mocciosi quando la vera ricchezza era starsene in un’officina tra olio e liquami o poter esibire denti bianchi e un portafoglio di pelle sbrindellato pieno di banconote da cinquanta e centomila lire? Credo di non essermi mai sentita così potente. Non aveva senso tornare sui banchi di scuola a settembre quando potevo tranquillamente restarmene in strada e imparare un mestiere che nel giro di poco mi avrebbe fruttato un borsellino gonfio.

Negli anni Ottanta la carriera di Paul McCartney conosce bassi, bassi come può conoscerli qualcuno che ha militato nella band più famosa di Gesù. Quando un artista arriva a sfiorare una fase di stallo allora è tempo per un greatest hits, meglio se con qualche inedito allo stesso prezzo. Once Upon A Long Ago è il quarantesimo singolo di Paul McCartney, l’ultimo a raggiungere la top ten della classifica inglese.

Che diavolo aveva Piero che non andava? Perché si era messo in testa di rubare tutti i miei francobolli, persino quello con l’aquila che a quanto pare aveva un valore enorme se i ragazzi dell’intero isolato ne andavano a caccia fiutandone l’odore a distanza. A me non importava nulla né dell’aquila né di quegli album da maneggiare con cura. Avevo completato con un certo orgoglio la raccolta delle figurine di Creamy l’anno prima, ma ora tutti collezionavano sorpresine del Mulino Bianco e adesivi luccicanti nascosti sotto il tappo dello Sprint, non era più divertente.

Potevo giocare a nascondino o a lupo con gli altri bambini, anche con la caccia al tesoro me la cavavo bene, ma poi all’ora della merenda dovevo nascondermi. A otto anni e con un peso già considerato eccessivo per una donna di cinquanta, non potevo certo nutrirmi di tegolini e latte al cioccolato come tutti gli altri bambini. Ma quelle dannate collezioni si potevano conquistare a fatica soltanto punto dopo punto, incarto dopo incarto. Un’infanzia intera spesa a raccogliere bollini e a ingurgitare merendine, barrette croccanti, al caramello, al cocco, gelati che nascondevano gomme da masticare, bastoni di liquerizia e ovetti con soprese, un mondo di sorprese che a una che aveva iniziato la dieta la settimana prima di Pasqua pareva la più colossale e crudele delle ingiustizie.

Io però avevo sempre Tony al mio fianco, non avrò avuto una linea perfetta, non collezionavo tazze con le rondini, fornetti, maglie della nazionale, gommine profumate, ma il mio uomo in tuta a chiazze sapeva esattamente come rendermi felice. Probabilmente non fu proprio una sua iniziativa, ma che importa, un bel giorno anche la mia pompa Fina iniziò la sua raccolta punti. In palio la mascotte del marchio, un delfino gonfiabile che avevo visto solo nelle mie fantasie e su cartonato al distributore di Tony. Un desiderio inespresso e un sogno accantonato in fretta appena avevo compreso che in famiglia non avevamo necessità di macinare tutti quei chilometri utili a frequenti rifornimenti. Persino Marcello non riuscì mai ad agguantare il premio. In strada girava voce che il solo a esserci riuscito era stato Armando: suo padre di mestiere faceva il camionista e questo ci aveva tagliato fuori da giochi.

Armando un bel dì si presentò con l’enorme delfino a un balcone che a malapena poteva accogliere il suo fisico mingherlino, figuriamoci il gonfiabile tondo. Armando non aveva la più pallida intenzione di condividere il suo tesoro con gli altri ragazzini. Passava i pomeriggi avvinghiato a quel coso che più che l’aspetto di un delfino aveva quello di un boiler e sudava, la plastica infuocata sotto il sole di luglio e noi di sotto senza nemmeno la curiosità di starcene con il naso all’insù per sapere che fine avesse fatto quel ragazzino scheletrico con gli occhiali spessi. Quando Armando tornò tra noi, toccò a Loris scomparire: il pallone firmato da Maradona era finalmente arrivato dopo un’intera estate consumata a pane e crema spalmabile e lui non voleva certo rischiare di bucarlo sul cancello.

Nonostante le mie scorribande e i miei digiuni quell’estate, io non riuscii a perdere nemmeno un grammo. Ma riuscii eccome a perdere premi, leccornie e anche l’amicizia di quei due o tre maschi del vicinato che avevano dimenticato l’episodio delle marche da bollo.

Negli Stati Uniti il singolo Once Upon A Long Ago non venne mai pubblicato, forse per smacco nei confronti di Rob Reiner che per la colonna sonora del suo film per ragazzi The Princess Bride, a Paul McCartney, scelse l’appena più ruvido Mark Knopfler. E allora a McCartney non rimase che promuovere da solo il suo brano sdolcinato, accompagnandolo a un video che la televisione dovrebbe rifiutarsi di programmare almeno il giorno di Natale tanto è deprimente.

Nuova strada, nuova casa, tutto da rifare. Il regalo più bello me lo fece Tony che prima di stringermi la sua mano lurida mi offrì il gonfiabile della prossima collezione. Un cuore rosso, enorme, con il solito marchio Fina in bella mostra, un regalo vero questa volta, così non avrei rischiato liti in famiglia per cercare di convincere ogni singolo parente a ingrassare il portafoglio di Tony. Ho passato diverse settimane con la faccia appiccicata al mio cuore di plastica. E per ognuna c’era sempre qualcuno pronto a sfilarmi davanti al naso con il walkman del Piccolo Mugnaio Bianco o il pedalò del Ciocorì ai piedi. Non era una bella sensazione, nonostante l’odore pungente di Tony fosse rimasto incollato al cuore.

Solo da grande ho scoperto che ognuno colleziona ciò che vuole. C’è chi da adulto colleziona bambole, orsetti, trenini. Chi pensa un po’ più in grande o semplicemente ha più spazio per accogliere moto o macchine. Io da adulta ho scelto di non collezionare nulla, perché continuo a conservare ogni frammento della mia vita passata anche quando vorrei liberarmene.

Alla fine, per impedirci di trattenere le lacrime, Paul McCartney aggiunge un sax a rafforzare la linea melodica di Once Upon A Long Ago. E ora alzi la mano quel bambino che pur detestando strumenti a fiato e nenie sentimentali, non sente salire un groppo alla gola prima di addormentarsi sul sedile posteriore della macchina, quando mamma e papà lo portano in giro per quello che sarà uno degli ultimi viaggi insieme prima della fine del loro matrimonio.

Il gonfiabile è sopravvissuto a nonno e nonna e credo sia più in forma di Tony e Marcello; dalla mia vecchia zona non ho molte notizie e le poche che ottengo non sono incoraggianti. La pompa di benzina non esiste più come la maggior parte delle attività del luogo, ma è normale che le cose cambino dopo quasi trent’anni. Io però ogni tanto ho come il bisogno di volere rimettere tutto a posto, gli oggetti, i corpi e le circostanze soprattutto. Vorrei ripercorrere quelle strade che sono certa, ancora oggi, potrei ritrovare a occhi chiusi. E poi fermarmi e non perché mi sia perduta, ma semplicemente perché sono arrivata. Vorrei avere quello sguardo di chi osserva da lontano e mantiene una prospettiva completa dell’insieme e non di chi è sempre al centro e fatica a comprenderne anche una piccola parte.

Se ognuno è libero di collezionare ciò che vuole, a me non date niente, non voglio avere tra le mani niente di valore. Non voglio oggetti e nemmeno quella sensazione di perdita mista alla paura di smarrire qualcosa di importante. Preferisco viaggiare leggera, un po’ come i protagonisti di quei film americani che un bel giorno impacchettano tutto e abbandonano la propria roba in un deposito con saracinesca. Ecco, per la mia di roba basterebbe un box piccolo piccolo, ma poi avrei il terrore di perdere le chiavi, motivo per cui non posseggo nemmeno una cassetta di sicurezza. Per metterci dentro cosa poi? Le chiavi di un’altra scatola che non ho voglia di aprire? Io posso fare a meno persino di una cucina o di un frigo perché al solo pensiero di vedere scorte di cibo mi sento male e la memoria vola subito agli stipi di quei lattanti traboccanti di snack, a case troppo arredate per camminarci, a stanze troppo affollate per dormirci.

Se ognuno è libero di collezionare ciò che vuole, non prendetemi in considerazione, io sto bene così e a tavola non chiedo mai il bis.


Laura Gramuglia è speaker, dj, autrice. È stata tra i conduttori di Weejay a Radio Deejay. Ha scritto di musica e stile su Rolling Stone, Tu Style, ha collaborato al progetto Deejay nell’Armadio e al lancio della piattaforma online radio e podcast Spreaker. Per Arcana ha pubblicato Rock In Love – 69 storie d’amore a tempo di musica e Pop Style – La musica addosso. Attualmente si alterna alla conduzione dei programmi Happy Summer Happy CapitalCapital Holiday su Radio Capital.