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Staremo insieme tutta la vita

Crying Dawson

Bentornati a I fermo-immagine della nostra vita, dove voi raccontate quello che vi è successo mentre stavate guardando altro. 

 

Sono cresciuta dentro una puntata di Dawson’s Creek. Solo lui moro e io bionda. Solo non una ridente cittadina balneare del Massachussetts ma uno sfigato paesino della campagna veneta. Solo non quei dialoghi forbiti, ma giusto perché non sapevamo “forbito” cosa volesse dire.
Per il resto, tutto uguale. Vicini di casa, amici da una vita, perfino – ridicolo – la finestra della sua camera è quella del telefilm, uguale spiccicata.

Ci conosciamo da quando eravamo nel passeggino, dicono le nostre mamme. Abitavamo nella stessa via, perciò era normale che prima o poi, in una delle passeggiate pomeridiane nel quartiere – ridotte di molto, per la verità, dal post Chernobyl – i nostri tragitti si intersecassero.
Seguono anni felici, fatti di corse a perdifiato prima sul triciclo, poi sulla bici. Occhi di gatto alla tv, esperimenti da piccoli chimici con le formiche, vari – e vani – denudamenti delle mie Barbie da parte sua. Seminiamo il “pino dell’amicizia” (semi trovati in un numero delle Giovani Marmotte con tanto di piccolo innaffiatoio allegato) dietro la sinistra villa dell’Avvocato, in fondo alla via, dove c’è uno spiazzo verde, prima dei campi di mais.
Che cagata, non è mai cresciuto niente, e sì che ci andavo ogni tanto ad innaffiare quel fazzolettino di terra che avevamo contornato con sassi bianco-grigiastri, presi dalla strada.

Seguono anni felici, fatti di corse a perdifiato prima sui rollerblade (ok, più io che lui), poi sul motorino (ok, più lui, che io). Lùnapop alla radio e tanti – vani – tentativi di denudamento delle mie amiche da parte sua. Stavolta non ci facciamo fregare dal pino, anche perché io, archiviate le Giovani Marmotte, avevo iniziato a leggere Top Girl e al massimo ci rimediavo un lucidalabbra glitterato.
Ognuno ha i suoi giri, ognuno ha le sue storie, eppure non ci molliamo. E poi a me iniziano a spuntare le tette e questo è motivo di vanto di fronte ai suoi amici.
E poi lui lavora in una videoteca, come Dawson. L’amica troietta che viene dalla città c’è, i litigi adolescenziali con i genitori anche, le balle con tanto di cantata nel pub del paese pure. Tutto uguale al telefilm.
Eccetto per la storia d’amore, s’intende.
Ed eccetto per il fatto che lui è tutto meno che Dawson. La bionda-sognatrice-amante del cinema sono io (vedi sopra). Io la brava ragazza, quella dai voti alti, dal volontariato in casa di riposo. Lui quello che ha mollato la scuola, che se ne è andato di casa presto. Se nelle gare in triciclo e in bici quella che vinceva ero io, beh, lui in quelle in scooter (e poi in macchina) mi ha sempre battuto. Uno che un giorno si fa l’abbonamento in palestra per poter usare la doccia negli spogliatoi, dato che vive nel retrobottega del negozio in cui lavora, e il giorno dopo apre un locale insieme ad un amico.
Ci sono stati periodi in cui non sapevo nemmeno dove abitasse. Le nostre strade sembravano davvero essersi divise, eppure, non so come, siamo sempre rimasti uniti. Un po’ come i gemelli nel segno del destino – quelli del cartone – o qualcosa del genere . Solo che lui è un fratellastro sciagurato che ti ripiomba in casa quando meno te lo aspetti e ti scrocca pure la cena.
Torna sempre con storie incredibili da raccontare, nuovi cibi da farti provare, musica fighissima da farti sentire.
E cazzate da farti fare.
Una sera, sono le 11 passate, lui mi chiama. Mi passa a prendere con l’idea di andarci a bere qualcosa, perché è tanto che manca da quelle parti, ha voglia di farsi un giro. Ok.
Alla fine niente birra, si decide per un film al multisala.
Non faremo mai a tempo – penso – mancano 10 minuti all’inizio dell’ultimo spettacolo e siamo a 20 km di distanza, ma niente, dopo il quarto sorpasso su linea continua mi rassegno.
Arriviamo – ovviamente – che il film è già cominciato e non soltanto le biglietterie sono chiuse, ma anche gli omini dei popcorn se ne sono andati e l’entrata del multisala è deserta come il cortile di una scuola a luglio.
Lui mi guarda, alza le spalle, mi prende per il braccio, mi trascina oltre le transennine. Tempo 10 secondi mi ritrovo seduta nel buio di una sala a caso.
Ora, non so dire di preciso se The Box (che culo, eh?, tra otto sale proprio quella) fosse un film di merda perché ci fosse Cameron Diaz o perché ci fossimo persi 20 minuti buoni, però ricordo di aver passato la prima mezz’ora nel panico più totale. Tremilaseicento secondi di sudori, arrovellandomi su quale scusa avrei potuto utilizzare nel momento in cui gli addetti fossero venuti a prenderci, accompagnati dai carabinieri: era questione di attimi, il posto era tappezzato di telecamere di sorveglianza. (Per la cronaca, avrei optato per “mio fratello è mentalmente instabile, soffre di iperaggressività, ho dovuto assecondarlo.” Dalle registrazioni lo avrebbero visto prendermi per un braccio, poteva funzionare.)
Mentre ero lì, in preda ad un attacco tachicardico, mi sono girata e ho visto il suo sorriso fiero e beffardo, illuminato dalla luce dello schermo. Braccia e gambe stravaccate, nonchalance più totale.
Quella testa di cazzo.
Ricordo di aver invidiato la sua sfacciata tranquillità. Quella sua cieca costante fiducia nella fortuna, quel credere nelle proprie ambizioni, quella estrema sicurezza nell’agire. Gliele ho sempre invidiate.

Nessun addetto è passato, nessun carabiniere è mai venuto a prenderci. Appunto.

A volte penso che ci siamo proprio trovati. Non è quell’estemporanea e cuoriciosa complementarietà che c’è in una coppia di innamorati, è qualcosa di diverso. Forse è una specie di necessità che ci deriva dall’essere cresciuti insieme.
A volte serve qualcuno che ti tiri il lembo del maglione, che ti faccia perdere l’equilibrio mentre stai camminando sul ciglio del marciapiede. Che tanto giù c’è l’asfalto, mica la lava come quando avevi 7 anni.
Ricky potrebbe essere benissimo una parte della mia coscienza, tanto riappare e scompare dal nulla e con un tempismo che ha del magico – se non fosse che la coscienza non ti scrocca puntualmente due Kinder Fetta al Latte dal frigo e qualche euro per le sigarette alla macchinetta.
Quel coglione. Mi frega sempre.

Mi frega sempre. Anche oggi, anche se vive a Madrid, gestisce una rinomata cocteleria e ha smesso di fumare.

 

 

Elena Cappozzo è nata e vive a Vicenza. Principalmente per colpa di YouTube non ha – e al tempo stesso ha – una bio degna di nota. La potete trovare su Twitter (la versione che è corsa ad aprire per rimpiazzare l’alquanto imbarazzante originale) con il nome  ElenaTake2.