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il mio amico David Bowie

Absolute Beginners

 

La notte in cui se n’è andato David Bowie io ho smesso di respirare per qualche secondo. La parte razionale di me sa bene che i due episodi non possono assolutamente essere collegati, ma che brutto lunedì mattina che ho passato.

 

Tra le cose strane che mi succedono nella vita – e sono parecchie – ci sono i divertentissimi episodi di me che finisco in ospedale per quelle che per il resto del genere umano sono delle semplici punture di zanzara. Ogni volta che una di quelle stronze decide di nutrirsi del mio evidentemente buonissimo sangue, quello che resta sulla mia pelle è lo stesso segno di un succhiotto di venti minuti. Ma magari fosse un succhiotto di venti minuti. La notte del 10 gennaio non riuscivo ad addormentarmi. Era da parecchio tempo ormai che ero riuscita a scacciare il fantasma dell’insonnia, avevo guardato una puntata di Gotham che, per nessun particolare motivo, mi aveva un po’ scombussolata ma non poteva essere quello il motivo, avevo ancora il mal di testa da sbronza della baldoria che avevo fatto la sera prima ma avevo preso un Moment Act. Era come se sentissi che qualcosa sarebbe andato storto, di lì a poco, e io a queste stronzate da sensitiva ci credo tantissimo. Avrei voluto guardare i Golden Globes ma le due di notte sono un orario che non puoi permetterti di domenica sera se il lunedì mattina devi andare in ufficio così, alla fine, mi sono addormentata, in una delle mie solite assurde posizioni. Alle tre ho sentito un ronzio nel mio orecchio e poi un pizzico sulla mia faccia, ho pensato ma accidenti, mica è agosto, almeno in inverno lasciatemi stare. Mi sono data uno schiaffo pensando di aver così allontanato il maledetto insetto, ho cambiato posizione, ho tirato su la coperta in modo che mi coprisse ogni lembo di pelle ancor scoperto e buonanotte. Alle quattro mi sono svegliata di botto perché non riuscivo a respirare. Non so se avete mai vissuto quella sensazione, non ve lo auguro, è come se qualcuno tenesse una busta di plastica intorno alla vostra testa, come se un fantasma di Hogwarts che non riuscite a vedere vi stesse strangolando, provate a mandare giù un po’ d’aria ma vi resta incollata sulla lingua, vi sembra come se i polmoni si stiano accartocciando e fanno lo stesso rumore che fa la busta marrone in cui il fornaio mette il pane. Ci ho messo qualche secondo a realizzare che l’ossigeno che entrava nei miei polmoni non era abbastanza e mi sono spaventata, senza però riuscire a capire. Sentivo la bocca indolenzita ma le mani le tenevo entrambe sulla gabbia toracica, quasi a darle un aiuto a funzionare meglio. Le mani premevano e tenevano un ritmo che però era troppo lento. Poi, di scatto, mi sono messa una mano sul viso e ho sentito la mia bocca gonfia come una palla da tennis. Istintivamente ho preso la pochette delle medicine che ho sul comodino e sono corsa al bagno. Corsa, poi, mi sono trascinata, perché avevo ancora quel sacchetto legato intorno alla testa. Respiri profondi che non andavano a buon fine, che restavano sospesi. Sono dieci anni che aspetto di avere abbastanza soldi per rifarmi la bocca, ma non intendevo di certo questo. Non intendevo di certo un labbro superiore che mi copre le narici, io volevo solo la bocca di Lana del Rey. Mentre scacciavo per sempre l’idea di spendere diecimila euro per una bocca nuova che mi starebbe effettivamente malissimo – quella mattina l’ho finalmente capito – il respiro continuava a essere faticoso, il mio naso non ha mai funzionato quindi, se mi tappate la bocca, non so come fare, non sono nata con le branchie. Ho preso una pasticca di antistaminico, ho dato una botta di inalatore, ho messo la crema al cortisone sulla bocca, sono stata dieci minuti seduta sulla tazza del cesso a fissare la mia immagine distorta nello specchio e quando stavo per addormentarmi con la testa appoggiata al termosifone sono tornata a letto. Facevo respiri profondissimi ma alla fine non mi sono più riaddormentata, avevo paura che potesse succedermi ancora qualcosa, che qualcuno venisse di nuovo a mettermi quel maledetto sacchetto intorno alla testa. La bocca bruciava e la crema mi andava nella bocca regalandomi quel sapore di veleno per topi che avrei preferito non assaggiare mai. Poi ha iniziato a sgonfiarsi, il respiro è tornato quasi normale, mi sono fatta un tè e l’ho bevuto con la cannuccia, e mi sono chiesta come faccia Loredana Lecciso a bere da un bicchiere normale. Ho trovato quella schifosa zanzara che mi aveva temporaneamente sfigurata ma eternamente spaventata sulla testiera del letto, tranquilla, pronta a colpire di nuovo, così ho fatto una cosa che non faccio mai: l’ho schiacciata. Con la copia dello speciale di Rolling Stone su Madonna che tengo nel comodino. Scusa Madonna, ma ho dovuto. Sono rimasta stesa sul letto a fissare il soffitto, poi ho preso il telefono e ho letto i vincitori dei Golden Globes. Se quella stronza mi avesse svegliata prima almeno me li sarei guardati. Ho detto wow, ha vinto Leonardo Di Caprio, e ho pensato a quanto mi sarei incazzata con quei deficienti che avrebbero ricominciato a tirare fuori i meme sugli Oscar, ché ‘na certa pure basta. Poi ho visto che ha vinto Lady Gaga ma ero troppo stanca per incazzarmi. Ho posato il telefono sul comodino e ho pensato che, per una volta, ero felice di aver dormito da sola. Di solito penso a quanto vorrei svegliarmi e trovare qualcuno lì di fianco invece del mio computer e fissarlo dormire, fargli una foto così da poterla guardare ogni volta che dormirà nel suo letto e non nel mio, portargli la colazione, preparargli la schiscia per il pranzo in ufficio, ma quella notte riuscivo solo a pensare a quanto lo avrei spaventato a morte. Si sarebbe svegliato con me al suo fianco tanto bianca da essere quasi trasparente, con la faccia deformata, che fissavo il vuoto mentre sembrava che mi avessero ripescata al fondo dell’oceano. “Comunque sto ancora qua, che tengo botta, è stata solo una zanzara, solo uno spavento, solo una notte insonne. Dai, sarà solo l’ennesimo brutto lunedì”. Ma io, alle quattro del mattino, quando ho smesso per qualche secondo di respirare, l’ho capito subito che sarebbe stata una giornata di merda.

Alle otto ero ancora nel letto che fissavo il soffitto e il mio telefono ha squillato. Nel messaggio c’era scritto solo “è morto David Bowie”. Ci ho messo un po’ a realizzare la notizia, come se di nuovo l’ossigeno stesse facendo i capricci. Stavolta arrivava bene ai polmoni, ma forse non arrivava molto bene al cervello. Così ho aperto Google ed era tutto vero, e un’ondata macabra mi ha assalita: mentre qualche ora prima mi stava mancando il respiro, stava mancando anche a David Bowie. A QUEL David Bowie. Ed è stato un collegamento immediato, che non avrei voluto fare, ma era una coincidenza così spaventosa. Se prima l’unica cosa che riuscivo a pensare era “ma quanto sarei stata stronza a trapassare per colpa di una zanzara e di una serie di sfortunati eventi ad essa collegati perché io, insomma, sono pur sempre la legge di Murphy fatta persona”, adesso riuscivo solo a pensare al fatto che una delle mie persone preferite al mondo se n’era andata, senza avvisare, mentre io ero troppo concentrata a cercare di capire come tornare a respirare. Ho passato la giornata a leggere tutto quello che le persone che conosco avevano scritto su di lui, piano piano ho ricominciato a respirare normalmente, la bocca è tornata quella di sempre, il sapore del cortisone sulla lingua è sparito.

Ma non c’era niente da fare, è stato il lunedì peggiore della mia vita. E io lo avevo capito che sarebbe stata una giornata di merda, lo avevo capito alle quattro del mattino. E le mie doti da sensitiva non sbagliano mai.

 

 

 

Denise D’Angelilli  ha 26 anni, è nata a Roma ma vive a Milano, scrive in giro, fa la social media manager, passa le giornate su snapchat e forse vi è capitato di vederla in tv. Ma resta sempre una tipa from the block. Potete leggere il suo blog, dueditanelcuore, oppure potete seguirla su Twitter.