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Dama Rovenza

Gone Girl

 

Spesso mi capita di fare il gioco delle eredità.‭ ‬Risalgo l‭’‬albero genealogico della mia famiglia,‭ ‬mi muovo sui rami‭ ‬come uno scoiattolo,‭ ‬spizzicando da questo o da quello.‭ ‬Mi concentro sulle inclinazioni dei miei‭ ‬antenati,‭ ‬medito sulle loro‭ ‬attitudini.‭ ‬Osservo‭ ‬cosa ne hanno‭ ‬fatto e‭ ‬cosa ne avrebbero potuto fare.‭ ‬Il mio poi è un albero niente male:‭ ‬fronde cariche di separazioni,‭ ‬frasche intere di figli‭ ‬di secondo letto,‭ ‬tronchi di storie rocambolesche.‭ ‬Ecco allora che il mio‭ ‬amore per il disegno‭ ‬discendere‭ ‬da nonno Marcello,‭ ‬con quei suoi quadri pastosi‭ ‬e pieni di colore.‭ ‬La‭ ‬fissa per la biancheria da nonna Lucia,‭ ‬i suoi‭ ‬cassetti‭ ‬sempre‭ ‬pieni di‭ ‬asciugamani di lino‭ ‬ricamati a mano.‭ ‬E la passione per i fumetti‭? ‬Di certo zio Rodolfo,‭ ‬con il suo negozio di‭ ‬usato,‭ ‬pomeriggi interi seduta a terra,‭ ‬china su un‭ ‬Diabolik o‭ ‬un‭ ‬Tiramolla.‭ ‬Nel gioco dell‭’‬eredità,‭ ‬sono il felice risultato cromosomico di tutti i miei avi,‭ ‬l‭’‬imbuto naturale di aspirazioni parzialmente espresse,‭ ‬che trovano finalmente in me il modo di liberarsi.

La famiglia di mio padre non ha mai un ruolo di primo piano.‭ ‬Del resto,‭ ‬rami e rami di famiglie monogame,‭ ‬con lavori definiti e vite in ordine.‭ ‬Nessuna aspirazione artistica,‭ ‬nessuna ribellione.‭ ‬Cosa mai avrebbero potuto trasmettermi‭? ‬Nonno Francesco‭ ‬faceva il ferroviere.‭ ‬La moglie non ha mai lavorato,‭ ‬occupandosi per tutta la vita della famiglia,‭ ‬e basta.‭ ‬Si chiamava Damarovenza,‭ ‬ma tutti la chiamavano Rovenza.‭ ‬Un nome complicato da assimilare,‭ ‬specie per una bambina.‭ ‬Dama Rovenza.‭ ‬Una dama,‭ ‬pensavo.‭ ‬Una nobile,‭ ‬mi vantavo con i miei compagni di classe.

Con nonna Rovenza ho passato molto tempo,‭ ‬più che con tutti gli altri nonni,‭ ‬specie durante gli anni del Liceo.‭ ‬Vedova in una casa troppo grande,‭ ‬con ancora le stanze occupate dai letti dei figli e il cellophane a ricoprire le sedute verdi del salotto,‭ ‬mi ospitava per lunghi pomeriggi.‭ ‬Funzionava così:‭ ‬tornavo a casa da scuola,‭ ‬mi sedevo a tavola,‭ ‬litigavo con mio padre,‭ ‬mi alzavo e uscivamo sbattendo la porta.‭ ‬Attraversavamo la Città Vecchia a piedi,‭ ‬passavamo i Ponti deserti fino ai giardinetti della Piazza,‭ ‬dove ci fermavamo ad aspettare che Rovenza si alzasse dal suo riposino pomeridiano.

Stavamo seduti vicini,‭ ‬io sul muretto e Max impettito accanto a me,‭ ‬quasi fosse il cane di un nobilotto di campagna,‭ ‬pronto per il ritratto con padrone.‭ ‬A attorno a noi motorini stanchi,‭ ‬carichi di tossici lenti nella loro danza ipnotica,‭ ‬gambe di lato e occhio vigile.‭ ‬Passata la controra andavamo a suonare al suo campanello:‭ ‬Rovenza ci apriva la porta,‭ ‬senza mai chiederci niente.‭ ‬Passavamo il pomeriggio insieme,‭ ‬seduti nella stanza dove passava tutto il suo tempo,‭ ‬in silenzio,‭ ‬circondati da alte pile di gomitoli di lana e pannoloni per la notte.‭ ‬Mentre Rovenza lavorava ai ferri,‭ ‬creando maglioni dai colori improbabili e maniche‭ ‬troppo lunghe,‭ ‬Max si accucciava a terra in un‭’‬altra delle sue pose per pittore,‭ ‬e io mi immergevo nelle storie di amore tragico di Confidenze.

Verso le sette e mezza,‭ ‬Rovenza metteva da parte il suo lavoro e ci preparava la cena,‭ ‬in genere una enorme porzione di pasta con la salsa,‭ ‬che‭ ‬mangiavamo con lentezza,‭ ‬tristi che il pomeriggio fosse finito.‭ ‬Poi‭ ‬salutavamo e andavamo via,‭ ‬in silenzio come eravamo arrivati,‭ ‬io con la testa colma di ragazze ingannate e tradite,‭ ‬Max oramai scoraggiato sulle sorti del dipinto.‭ ‬Rovenza sapeva cucinare molto bene tante cose,‭ ‬non solo la pasta con la salsa.‭ ‬Il suo piatto migliore erano di certo‭ ‬i pipi chini.‭ ‬Peperoni ripieni di mollica di pane,‭ ‬capperi e prezzemolo.‭ ‬No:‭ ‬erano di‭ ‬riso,‭ ‬uovo,‭ ‬parmigiano e pepe.‭ ‬O forse olive nere,‭ ‬carne macinata e pomodori secchi tritati fini.‭ ‬Infine fritti.‭ ‬No,‭ ‬al forno.‭ ‬Non si sa.‭ ‬Qualche anno dopo la sua morte,‭ ‬mio padre cominciò a lavare svuotare riempire cuocere peperoni.‭ ‬Rimase ai fornelli per un paio di giorni,‭ ‬provando diverse combinazioni,‭ ‬fino a quando arrivò a un risultato per lui soddisfacente:‭ ‬solo allora si fermò.‭ ‬A me questa sua cosa della sua ricerca di un sapore perduto come forma di elaborazione del lutto mi ha fatto molta tenerezza,‭ ‬ma non gli ho detto nulla.‭ ‬In fondo era pur sempre quello delle litigate a pranzo,‭ ‬e poi il suo risultato era lontanissimo dai‭ ‬pipi chini di Rovenza.‭ ‬Buoni,‭ ‬ho detto,‭ ‬e la cosa è finita lì.

Ma i‭ ‬pipi chini non erano il talento per cui era più famosa Rovenza.‭ ‬La sua specialità erano‭ ‬i mutura,‭ ‬e questa cosa è un po‭’‬ più difficile da spiegare.‭ ‬Più complicata di una ricetta mai tramandata,‭ ‬più misteriosa di un ingrediente mancante.‭ ‬I mutura di solito arrivavano di notte.‭ ‬Il telefono squillava,‭ ‬mio padre si alzava e andava a rispondere.‭ ‬Dopo qualche monosillabo,‭ ‬si vestiva‭ ‬in fretta e usciva di casa.‭ ‬Correva da Rovenza,‭ ‬le faceva compagnia‭ ‬fino all‭’‬alba,‭ ‬poi tornava a casa,‭ ‬si lavava e usciva di nuovo,‭ ‬per andare a lavorare.‭ ‬Anche se di notte non era mai Rovenza a telefonare,‭ ‬ma la Signora del piano di sotto.‭ ‬Non so cosa si‭ ‬dicessero in quelle ore notturne,‭ ‬mio padre sua madre,‭ ‬anche se suppongo fossero conversazioni simili alle nostre.‭ ‬A volte infatti era Rovenza a telefonare‭; ‬spesso,‭ ‬di pomeriggio,‭ ‬ero io a rispondere.‭ ‬Potevano essere telefonate speciali oppure no,‭ ‬ma se era una telefonata speciale lo capivi subito.‭ ‬Nelle telefonate speciali non bisognava contraddirla,‭ ‬dire che non era vero,‭ ‬che erano solo pensieri suoi.‭ ‬Che era ora di finirla,‭ ‬doveva smetterla di tormentare la Signora del piano di sotto alle tre del mattino,‭ ‬urlando e battendo sul pavimento con il manico della scopa.‭ ‬Che no,‭ ‬i mutura non esistevano,‭ ‬e basta,‭ ‬che quella prima o poi si sarebbe scocciata una volta per tutte,‭ ‬e se chiamava i Carabinieri erano guai.‭ ‬Che doveva prendere le pillole che le aveva prescritto il dottore,‭ ‬tutte e tutti i giorni,‭ ‬senza mai saltare neanche una volta.‭ ‬Che solo così le scariche sulle gambe sarebbero finite,‭ ‬altro che i mutura.

No,‭ ‬tutto questo a mia nonna non glielo potevo dire,‭ ‬raccontavo l‭’‬altro giorno alla dottoressa,‭ ‬ma‭ ‬neanche cambiare discorso,‭ ‬perché diventava furiosa.‭ ‬Bisognava essere abili a distrarla,‭ ‬chiacchierando di altro ma anche ancora un po‭’‬ dei‭ ‬mutura,‭ ‬fino a quando la crisi si affievoliva e lei un po‭’‬ si calmava.‭ ‬E mentre parlavo mi sono sentita gelare,‭ ‬e ho avuto solo voglia di alzarmi dalla sedia,‭ ‬di uscire dal suo studio senza salutare,‭ ‬di tornarmene a casa di corsa,‭ ‬attenta solo a non sbattere contro gli angoli dei palazzi.‭ ‬Ho visto passarmi davanti tutte le ore passate‭ ‬a rimuginare.‭ ‬Le mie catene di parole.‭ ‬Catene con le quali in tutti questi anni ho cercato di convincere chi mi era a tiro‭ ‬che la laurea me l‭’‬hanno regalata,‭ ‬argomentando minuziosamente tutto,‭ ‬esame dopo esame:‭ ‬il professore era depresso,‭ ‬per questo mi ha messo trenta‭; ‬studiavo con quelli giusti,‭ ‬solo per loro mi sono laureata in tempo‭; ‬sono sempre stata brava a parlare in pubblico,‭ ‬non c’è altra spiegazione per la lode.

Poi sono arrivati gli anni‭ ‬in cui i‭ ‬cattivi pensieri si sono manifestati appieno.‭ ‬Hanno cominciato a sbattermi dentro la scatola cranica,‭ ‬da una parete all‭’‬altra,‭ ‬a qualunque ora,‭ ‬senza preavviso,‭ ‬come palle da biliardo che non trovano la buca.‭ ‬Mi bloccano il respiro di giorno,‭ ‬mi sollevano dal letto la notte,‭ ‬senza un ordine,‭ ‬senza una regola,‭ ‬a loro piacimento.‭ ‬La mia vita è‭ ‬cosa‭ ‬loro.‭ ‬Anni in cui le involuzioni della mia mente si sono fatte sempre più strette,‭ ‬una spirale che come un laccio mi avvolge,‭ ‬fino a soffocarmi,‭ ‬mentre io cerco un motivo,‭ ‬una ragione.‭ ‬Mi basterebbe anche solo una legge fisica,‭ ‬un‭’‬equazione matematica di quelle che mi hanno fatto compagnia per anni,‭ ‬e ora invece mi tradiscono.

Mi sveglio,‭ ‬mi viene in mente Fibonacci,‭ ‬il mio preferito.‭ ‬Una volta a Parigi ho visto il coccodrillo di Fibonacci.‭ ‬Dalla sua lunga coda verde uscivano i numeri,‭ ‬luminosi,‭ ‬incatenati.‭ ‬1,‭ ‬1,‭ ‬2,‭ ‬3,‭ ‬5,‭ ‬8,‭ ‬13,‭ ‬21,‭ ‬34.‭ ‬Ma eravamo al Centre Pompidou,‭ ‬all‭’‬arte moderna tutto è permesso.‭ ‬Una progressione geometrica mi salverà‭? ‬Fibonacci la ideò‭ ‬per descrivere la crescita di una popolazione di conigli.‭ ‬Sono forse conigli quelli che sbattono dentro la mia testa‭? ‬Ma no,‭ ‬la sua spirale è presente in diverse forme naturali.‭ ‬Mi alzo,‭ ‬cerco‭ ‬qualche immagine‭ ‬in rete.‭ ‬Conchiglie,‭ ‬edifici avveniristici,‭ ‬cavolfiori,‭ ‬cerchi nel grano.‭ ‬Nessun coniglio,‭ ‬niente che riporti a me,‭ ‬mentre la palla ancora sbatte.‭ ‬Non c’è nessuna proporzione aurea adesso,‭ ‬né legge universale dell‭’‬armonia.

Rovenza era convinta che la Signora del piano di sotto avesse congegnato un complicato sistema di riscaldamento,‭ ‬i mutura perlappunto,‭ ‬i cui sfiati,‭ ‬puntando sul soffitto,‭ ‬e quindi sul pavimento dell‭’‬appartamento di sopra,‭ ‬del suo pavimento,‭ ‬erano la causa di quelle terribili scosse che Rovenza sentiva alle gambe,‭ ‬insieme ai tremori e ai sudori freddi.‭ ‬Una modifica artigianale dell‭’‬impianto termico che non era una cosa casuale,‭ ‬o solamente fuori legge,‭ ‬ma un congegno ideato apposta,‭ ‬perché esisteva una non meglio precisata legge dello Stato secondo la quale se mia nonna fosse morta per cause naturali,‭ ‬avvelenata da invisibili miasmi,‭ ‬allora la Signora del piano di sotto sarebbe entrata in possesso del suo appartamento come legittima proprietaria.‭ ‬Semplice, no‭.

So che è strano,‭ ‬ma io penso che Rovenza sia stata fortunata.‭ ‬Aveva individuato il suo nemico,‭ ‬la Signora del piano di sotto,‭ ‬e si era potuta concentrare per bene.‭ ‬Anche se forse è stato solo un caso,‭ ‬o magari ha fatto di necessità virtù.‭ ‬Rovenza infatti non usciva‭ ‬quasi‭ ‬mai di casa,‭ ‬e il nemico per essere minaccioso deve essere vicino,‭ ‬a portata di mano.‭ ‬Io invece esco,‭ ‬ho una vita sociale,‭ ‬un lavoro.‭ ‬Nel mio lavoro tutto è lineare,‭ ‬logico,‭ ‬calcolabile e ben determinato.‭ ‬O almeno,‭ ‬questo è quello che ci si racconta,‭ ‬perché che sia veramente così è tutto da dimostrare.‭ ‬Per questo il mio nemico è multiforme,‭ ‬spesso inanimato.‭ ‬Si incarna in tante cose e muta,‭ ‬passa da un getto di calcestruzzo già maturato,‭ ‬che diventa di colpo poco resistente,‭ ‬a un argine inghiaiato,‭ ‬speriamo che il nucleo sia stato compattato bene,‭ ‬a un parere richiesto in ritardo,‭ ‬e andrà a finire malissimo,‭ ‬è sicuro.‭ ‬Il coniglio salta senza tregua,‭ ‬non si accontenta.‭ ‬Ama le cose già terminate,‭ ‬quelle sulle quali non si può più intervenire,‭ ‬passa da una relazione firmata e consegnata,‭ ‬che nella notte si spoglia di argomenti per mostrarsi insufficiente,‭ ‬scarna,‭ ‬sbagliata,‭ ‬a un computo in cui ho calcolato male le tonnellate di massi,‭ ‬e adesso succederà un casino.‭ ‬Il coniglio procede,‭ ‬non si ferma.‭ ‬Non distingue il giorno dalla notte,‭ ‬non conosce sabati né domeniche.‭ ‬Se ne frega dell‭’‬orario di lavoro,‭ ‬delle ferie,‭ ‬delle vacanze al mare.

Come quella volta che mi ha svegliata alla tre.‭ ‬Mi sono alzata e sono andata nello studio.‭ ‬Ho acceso il computer,‭ ‬per controllare le notizie.‭ ‬Il coniglio salta quando meno te l‭’‬aspetti,‭ ‬bisogna sempre essere pronti.‭ ‬La tragedia è imminente,‭ ‬sempre.‭ ‬Lo schermo si riavvia,‭ ‬dal nero appare l‭’‬immagine di una gigantesca nave inclinata su un fianco,‭ ‬schiacciata sulla punta di molo sul quale spicca un faro rosso.‭ ‬Conosco quel molo,‭ ‬è uno degli ultimi lavori.‭ ‬È colpa delle scogliere che abbiamo fatto‭! ‬Sì è vero,‭ ‬sono ingombri modesti,‭ ‬i traghetti entrano ed escono dal piccolo porto regolarmente,‭ ‬da mesi,‭ ‬ma non importa,‭ ‬non importa,‭ ‬smettetela di cercare di farmi ragionare:‭ ‬la nave,‭ ‬la grossa nave si è incagliata per colpa mia.‭ ‬Torno in camera da letto,‭ ‬mentre il coniglio nella testa sbatte sempre più forte,‭ ‬sveglio mio marito,‭ ‬vieni,‭ ‬vieni a vedere è successa una tragedia.‭ ‬Lui si alza,‭ ‬conosce i miei conigli,‭ ‬per questo non dice niente e mi segue davanti allo schermo.‭ ‬La nave è sempre là,‭ ‬incagliata al molo,‭ ‬mentre il tempo passa lento,‭ ‬e‭ ‬noi stiamo seduti vicini,‭ ‬nello studio,‭ ‬ad aspettare‭ ‬l‭’‬alba.‭ ‬Guarda,‭ ‬mi dice infine dopo qualche ora,‭ ‬indicando lo schermo del pc.‭ ‬Le immagini sono stata aggiornate,‭ ‬si vede il piccolo porto da un‭’‬altra prospettiva.‭ ‬La grossa nave,‭ ‬oramai accasciata su un‭ ‬fianco,‭ ‬è molto più indietro,‭ ‬distante dal molo qualche centinaia di metri.‭ ‬Mi viene da piangere,‭ ‬mentre lui mi riaccompagna a letto,‭ ‬sono sfinita,‭ ‬macerata nella vergogna,‭ ‬ma in fondo tranquilla.‭ ‬So che per le poche ore che ci separano dal momento di andare a lavorare il coniglio mi lascerà in pace,‭ ‬posso dormire.

 

L‭’‬altra notte mi ha svegliata Rovenza.‭ ‬In piedi nel corridoio di casa sua,‭ ‬in vestaglia e ciabatte,‭ ‬compone il numero sul suo telefono di bachelite nera.‭ ‬Con in mano la cornetta,‭ ‬infila l‭’‬indice nei fori del disco,‭ ‬fa ruotare la pesante ghiera per dieci volte,‭ ‬fino a sentire il segnale di libero.‭ ‬Poi si siede,‭ ‬affannata parla con noi,‭ ‬che non le crediamo e cerchiamo di distrarla.‭ ‬Vedo il suo sforzo di controllarsi,‭ ‬il sudore che le cola fino alle gambe.‭ ‬Sento il vuoto nella sua testa,‭ ‬mentre articola le frasi con voce meccanica,‭ ‬e poi il calore che risale su,‭ ‬fino a scoppiare,‭ ‬quando si infuria.

 

Non so se ci siano componenti ereditarie.‭ ‬Del resto la stessa cosa,‭ ‬mi spiace ammetterlo,‭ ‬vale per la pittura di Marcello,‭ ‬la biancheria di Lucia e i fumetti di Rodolfo.‭ ‬Quando ci si ricostruisce la mappa della propria vita,‭ ‬nel fare il gioco dell‭’‬eredità,‭ ‬si include solo gli aspetti positivi,‭ ‬e io invece oggi vorrei ficcarcele tutte,‭ ‬le foglie del mio albero,‭ ‬e abbracciare anche‭ ‬i mutura‭ ‬di Rovenza.‭ ‬Perché ai demoni bisogna fare posto.‭ ‬Non solo accettarli,‭ ‬proprio accoglierli in casa,‭ ‬far loro spazio sul divano in salotto,‭ ‬lasciar loro un buco nel bicchiere degli spazzolini.‭ ‬Perché non sono i demoni il tuo nemico più grande,‭ ‬ma la vergogna:‭ ‬è per colpa sua che ti ritrovi a cercare di costringere‭ ‬il tuo‭ ‬essere multiforme e debordante dentro una scatola da scarpe marrone e rigida,‭ ‬con il risultato che una mattina ti ritrovi un blob vischioso e appiccicoso in cucina,‭ ‬che fa colazione al posto tuo.‭ ‬Perché nessuno alla fine è quello che sembra,‭ ‬e anche i rami più cheti degli alberi genealogici,‭ ‬a volte,‭ ‬nascondono segreti.

Rovenza,‭ ‬per esempio,‭ ‬a trent‭’‬anni non era ancora sposata.‭ ‬Non so perché,‭ ‬forse non era capitato,‭ ‬magari non era particolarmente carina,‭ ‬o era innamorata di quello sbagliato,‭ ‬chissà.‭ ‬Dopo la sua morte ho scoperto che era una bravissima ricamatrice,‭ ‬la più brava del suo paese.‭ ‬Suo padre a un certo punto decise‭ ‬che era arrivato il momento,‭ ‬e le combinò il matrimonio.‭ ‬Lei cercò di opporsi,‭ ‬ma non servì a niente.‭ ‬Si sposò,‭ ‬e appena arrivata nella nuova casa il marito le ruppe il telaio.‭ ‬Non ricamò più:‭ ‬solo maglioni con le maniche lunghe come camicie di forza,‭ ‬e una vita nell‭’‬ombra.‭ ‬Del resto anche il suo nome,‭ ‬Damarovenza,‭ ‬era inesistente,‭ ‬la storpiatura di Dama Rovenza.‭ ‬In fondo le mie vanterie da bambina avevano un fondamento.‭ ‬Dama saracena della letteratura cavalleresca,‭ ‬armata di martello e scimitarra,‭ ‬resa invulnerabile dal mago Tuttofuoco,‭ ‬morì per mano di Rinaldo.‭ ‬Anche il vero significato del suo nome l‭’‬ho saputo per caso,‭ ‬dopo la sua morte,‭ ‬osservando la collezione di marionette dell‭’‬Opera dei Pupi in un famoso bar del centro.‭ ‬Fra tutti,‭ ‬lei,‭ ‬Dama Rovenza.

E allora,‭ ‬non so se‭ ‬i mutura siano ereditari oppure no,‭ ‬ma in fondo va bene anche così,‭ ‬è un lascito,‭ ‬lo prendo come tale.‭ ‬Certo,‭ ‬avrei preferito la ricetta dei‭ ‬pipi chini,‭ ‬ma forse se riesco a ricostruire il telaio spezzato,‭ ‬se riesco a rintracciare il mago Tuttofuoco,‭ ‬magari anche i miei‭ ‬mutura diventeranno più gestibili.‭ ‬In fondo non voglio altro,‭ ‬nonna‭ ‬Rovenza,‭ ‬va bene così.‭ ‬Solo,‭ ‬per cortesia,‭ ‬se tu potessi apparire in sogno a mio padre almeno una volta,‭ ‬una volta sola.‭ ‬Fatti trovare in cucina,‭ ‬palesati mentre mescoli il ripieno,‭ ‬svelagli il segreto dei tuoi‭ ‬pipi chini.‭ ‬Così finalmente ricostruisce un pezzetto,‭ ‬e almeno una cosa la chiudiamo.

 

 

Veronica Galletta è nata a Siracusa e vive a Livorno. Ha un dottorato in ingegneria idraulica e lavora per un Ente pubblico. Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e riviste on line (Colla, L’inquieto, Il Pickwick). Con il monologo “Sutta al giardino” ha vinto il concorso per autori di monologhi teatrali “Per voce sola” nel 2013. Sempre nel 2013 ha partecipato a Roland. Scritture emergenti.