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Dalla bocca delle ragazze

Hairspray

Benvenuti a La vostra infanzia è un film a episodi, l’unica settimana a tema che promettiamo di fare nel 2015. 

 

 

Uno, a 9 anni, ha già la personalità completamente formata. Io avevo le mie idee ben chiare sul mondo. E mi vestivo già come avrei voluto continuare a vestirmi, se fossi rimasta di un metro e sessanta per 40 chili.

Il mio ragazzo di allora, delle elementari intendo, anni dopo che la nostra storia finì, mi confidò di come si fosse pentito di avermi lasciata andare, ché ero la più bella della scuola (esagerava, era un buono). Ma io non me ne rendevo conto: di lì a poco, varcata la soglia delle medie, a 11 anni, avrei titubato per qualche tempo fra metal e hip hop, per poi prendere definitivamente la strada del punk. Chi si identifica nei personaggi (maschi, c’è bisogno di specificare?) di Bastogne, a quell’età, non può che sacrificare la bellezza sull’altare dell’incazzatura. Quindi sì, ero forse la più bella della scuola, ma di sicuro ero la più brava della quarta B.

Quell’anno, per dire, la mia maestra aveva scelto come libro di lettura Marcovaldo di Italo Calvino. In classe nostra, per dire, c’era un certo Matteo F. che ancora si cacava addosso, c’era uno zingaro del clan Spinelli a cui se giravano le palle ti poteva dar fuoco allo zaino, e una certa Fabiana S. con un cervello da subumana e una quarta di tette spropositata, oggi madre di non so quanti figli e probabile moglie di uno che scoreggia nel letto e va a trans. Era facile primeggiare.

Avevo già allora una precisa idea di giustizia sociale, e di lotta. Ero già femminista a modo mio. Istintivo. Di pancia. Di utero. La mia classe, la quarta B, si trovava sullo stesso pianerottolo con l’altra quarta e le due quinte. Poi c’era un corridoio sul quale si affacciavano i bagni. A metà di questo corridoio, lungo e stretto, lontano dagli occhi di insegnanti e bidelli, si trovava il cesso delle femmine; in fondo, quello dei maschi. All’epoca in quarta A spadroneggiava un mezzo decerebrato minorato nano e scimmiesco, di cui non ricordo il nome. Si divertiva a terrorizzare noi femmine, era una specie di satiro di 10 anni dall’appetito sessuale di un maniaco di 40. Ora, la situazione si era fatta pesante. Non gli bastava più alzare grembiuli e gonne, toccare culi, voleva di più. Era diventato insaziabile, insistente, incapace di contenersi. Aveva preso a entrare nel nostro cesso e aprire le porte mentre pisciavamo. E all’epoca, non so ora, “chiudersi a chiave” era una cosa che nessuno faceva: circolavano voci di gente ritrovata cadavere, nei cessi, secoli dopo. Ancora con le mani aggrappate disperatamente alla maniglia della porta. Mia nonna una volta aveva fatto arrivare i muratori perché era rimasta chiusa nel cesso, e da allora non smetteva di ammonirmi: non chiuderti mai a chiave, e non prendere mai l’ascensore, ché poi rimani dentro.

Il mostro quindi prese gusto a spalancare le porte e compromettere la nostra virtù. Una, due, dieci, venti volte. Il malcontento serpeggiava sempre più forte, ma nessuna osava ribellarsi. I maschi della classe nostra erano una manica di frocetti sensibili —a parte lo zingaro Spinelli, che però se ne fotteva altamente dell’onore delle sue compagne. Serviva uno Spartacus. Decisi di essere io.

Il duello fu western, e spietato. Non so da dove presi il coraggio, ma credo che la mia idea di giustizia sociale, a un certo punto, mi sia come arrivata in gola, all’ennesimo sopruso. Visto che bidelli e maestre erano intenzionati a lasciar correre, l’unica era farsi giustizia da soli, rischiando anche di incorrere nell’ira dello sceriffo e, perché no, essere banditi per sempre dalla città.

Lo affrontai, sola. Ricordo che dietro di me, all’imbocco del corridoio, c’era una piccola folla. Lui spavaldo, fuori dalla porta del suo cesso, rideva esaltato, con una strana luce negli occhi. Io ero emozionata ma cercavo di fare la dura per non dargli soddisfazione. Il duello verbale durò diversi minuti, le parolacce come colpi di fucile a canne mozze che detonavano secchi e precisi nel silenzio del corridoio. Non dimenticherò mai le ultime due battute. Io avevo un’impostazione letteraria, ero figlia di una professoressa di italiano e un ingegnere beatnik amante di Keruac e Achille Campanile. Lui era un bifolco troglodita, un ragazzo di strada. Io avevo letto da poco Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, sapevo tutto delle marchette dietro al Bahnhof Zoo. Non avevo afferrato proprio tutti i dettagli, anche se avevo già visto il cazzo di mio cugino di Pescara. Poi mia madre è pugliese e mio padre abruzzese, e in casa mia non si parlava in dialetto, il che mi conferiva una credibilità nelle incazzature coi proletari pari a zero. Nell’aria si annusava la mia sconfitta. Non mi veniva più in mente niente. Sparai la mia ultima cartuccia: – Ti buco le palle – . Pulito, educato, da salotto borghese. Lui si prese un paio di secondi per pregustare meglio la mia morte. – Ti spano la ciuccia – . Boom. Il cuore che esplodeva. La corsa in classe mia, a piangere sul banco a braccia conserte, ché avevo fallito, che non ce l’avevo fatta. I miei migliori amici, Arianna e Alessandro, che mi consolavano. Le lacrime di rabbia mentre urlavo – ma ciuccia significa quello?! – e loro, – sì, ma come facevi a saperlo?! Hai fatto anche troppo – . L’umiliazione, al solo ricordo, brucia ancora adesso, ventuno anni dopo.

Sono stata sconfitta perché in fondo ero ancora una bambina; ma il giorno dopo sono diventata una donna. Anzi, una femmina. Ero in classe, umiliata, ferita. Rimuginavo sui miei errori. Pensavo, ma dove cazzo me le potrò imparare ste parole? Dovevo cambiare giri, bazzicare le case popolari, avventurarmi oltre il centro storico, oltre il quartiere Stadio, nelle strade sterrate e i casermoni, lì dove crescono le siringhe.

Ero in classe quando entrò una tipa della quinta A. La sua maestra di italiano, una vecchia di nome Maria Pia, mi voleva vedere. Terrore. Panico. Uscii dalla classe, mi avviai verso il patibolo. La stronza mi aspettava sull’uscio, i suoi alunni mi fissavano da dentro la classe e ghignavano, come in un incubo di Munch. Mi beccai una lezione di vita. Di morale. Che quello che aveva fatto il suo studente era certo inaccettabile, ma io, io, quello che avevo fatto io, era assolutamente degenere. Mi disse: – ti chiami anche Rossella. Dalla bocca delle ragazze devono uscire solo rose e fiori – . Alzai gli occhi pieni di odio, avevo la schiuma alla bocca. Quel giorno persi l’ultima briciola di innocenza ereditata dalla placenta di quella santa di mia madre. Da quel momento in poi, giurai a me stessa che la mia vita sarebbe stata una lotta. E che avrei vinto, alla fine, questa cazzo di guerra.

 

 

 

Rossella Di Campli è nata in Abruzzo 30 anni fa. Si è laureata in letteratura a Bologna e editoria a Parigi, per poi finire per caso a studiare sceneggiatura seriale alla Holden. Ha lavorato per Canicola, Modo Infoshop, Requins Marteaux, Casterman, Bayard, Ça et là, Samka. Due sue storie a fumetti su Babar sono uscite in tutte le edicole di Francia e forse anche nei paesi DOM-TOM. La potete trovare anche su Twitter