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Cybernella

Cybernella

 

Fino a che non ho iniziato a portare il busto, e forse per un breve periodo dopo, i miei genitori mi hanno mandata agli scout. Lì non avevo il tempo per leggere, eppure la mia naturale predisposizione al galleggiamento nell’iperuranio era come amplificata.

Per dire: ho capito quale fosse il saluto dopo un annetto, la stretta di mano scout per scambiarsi il segno di pace l’ho imparata dopo due, ho preso ispiratissima la mia prima ostia consacrata ben prima di aver fatto la prima comunione, ho pianto disperatamente e senza addurre motivazioni plausibili quando mi hanno dato flessioni di punizione, mi sono beccata la mia dose di calzini puzzolenti in faccia. Io sono quella che, la notte del passaggio da lupetti a reparto, mentre tutti giocavano e superavano prove e seguivano un percorso e probabilmente pomiciavano come non ci fosse un domani, è rimasta per una mezz’ora a guardare incantata la via lattea e poi è tornata a letto, senza capire perché cavolo l’avessero svegliata.

Non ricordo NIENTE di quel periodo. Nessuna attività, nessuna amicizia particolare, nessun momento interessante o degno di nota. Qualche nome, qualche faccia, il caldo e le lunghe camminate, la volta che ho trovato un aculeo d’istrice. Di sette anni, questo è quello che rimane. Partecipavo a tutto, tutto facevo, ma non ero mai davvero presente.

Ho pianto tantissimo e proferito parole d’odio nei confronti del Padre, quando ho dovuto lasciare perché non potevo andare al campo sulle Dolomiti (col busto non ci si entra, nel sacco a pelo) e poi ho dimenticato tutto in modo abbastanza indolore. Ho continuato a leggere e a fantasticare, come prima più di prima.

Ho imparato a leggere a quattro anni, complice una madre che non solo mi leggeva le fiabe e me le faceva seguire col dito, ma che mi leggeva anche i librini in inglese e francese. The dog. La chatte. Io poi blateravo tantissimo e la mia storia preferita era la bella addormentata quindi, vuoi che la imparai a memoria, vuoi che effettivamente riconoscevo le parole, a un certo punto seguivo pure senza ditino.

In prima elementare una maestra si è arrabbiata tantissimo perché non solo sapevo leggere abbastanza bene, ma sapevo già le preposizioni. Poi ero convinta di dover fare l’inchino alla maestra, perché nei cartoni facevano così, ma sapevo le preposizioni.

Non che sia mai stata una secchiona.

A casa non aprivo quasi libro, sbirciavo un po’ italiano inglese francese, mezza occhiata a storia, poi tutto il resto era limbo. Educazione tecnica, aha. Il mio voto era: “sprecisa”. Con la “s” privativa prerogativa della prof dal nome e cognome praticamente uguali a quelli della prima fidanzata di Zio Paperone in Klondike, se sapete a cosa mi riferisco.

Eppure, per tre anni consecutivi, il mio voto finale è stato ottimo. Non distinto, di quelli che è intelligente ma non si applica, eh, ottimo. Perché io ero quella che leggeva.

Leggevo sempre, leggevo tutto – sul serio: ero capace di incantarmi sui cartelli stradali – e poi rielaboravo.

Avete presente quando si dice che dopo aver visto un western uno inizia a camminare a gambe larghe e andatura ciondoloni? Eccomi, ciao, sono io. Sono la figlia della luna, sono Polissena del Porcello, sono Matilda, sono Jo March – che comunque avere una madre bibliotecaria mi ha messo su un’ottima strada – e sono tutte le donnine di Confidenze e ogni storia vera di torbido amore negato – che comunque avere una prozia abbonata per tutta la vita a quella rivista mi ha messo su una pessima strada.

Davvero, però, capiamoci. Non è che dicevo come sarebbe bello essere Polissena e scoprire [spoiler] di essere la figlia dei miei genitori. O essere Kiki e averci un gatto rosso e risolvere misteri.

Io in seconda media ho quasi fatto a botte con l’unico maschio di classe mia nonché bulletto incontrastato del reame perché aveva osato sfottere la mia migliore amica.

– Lascia stare la mia Elisa! – , dice Prisca Puntoni a una riccastra di classe sua, guarda un po’ in una situazione simile. E io, uguale.

Ma non è che soffrissi o mi sentissi chissà quanto sola: stavo benone. Avevo i miei libri, il mio mondo, la mia migliore amica, le mie identità temporanee.

Avevo anche una sconvolgente predisposizione a estraniarmi dalle situazioni sociali, ma in classe stavo simpatica a varie ragazze, che cercavano pure di introdurmi al mondo reale. Andavamo al cinema a vedere Pieraccioni e uscivamo in piazza e a volte mi portavano pure “al campino” a vedere le partite di calcetto e mi dicevano, – vedrai, prima o poi lo avrai anche tu un ragazzo – . A una ho prestato una raccolta di racconti di Poe, mai più rivista. Scrissi una lettera d’amore a uno di cui ricordo solo che puzzava della benzina del suo scooter, e lui rispose: – scrive bene.

 

Un annetto fa, alla presentazione di un libro nella biblioteca del mio paese (ok, non è proprio il paesello, ma chiamarlo città mi fa strano), mi sono trovata a chiacchierare con una ragazza di un paio d’anni più grande di me, ex-scout, eravamo in squadriglia insieme e pure nello stesso clan. Non ne avevamo mai riparlato prima – la maggior parte dei miei amici-di-casa ha fatto gli scout, ma di me non hanno ricordi, pare – ma insomma viene fuori il discorso e lei mi fa: – ma lo sai qual era il tuo soprannome?

Perché, a quanto pare, tutti avevamo un soprannome. È una roba chiamata totem e te la appiccicano appunto quando dai lupetti passi al reparto. L’ho scoperto in quel momento.

– Ti chiamavamo Cybernella!

E io che pensavo che nessuno si fosse mai accorto di me.

Immediata ricerca su google. Trattasi di cartone animato da emittente locale degli anni novanta, con protagonista una ragazzina cyborg.

Cita Wikipedia:

“Io cosa sono? Non sono né un robot né un essere vivente. Sono solo una strana cosa che si chiama Cybernella”.

 

 

Silvia Costantino tanto ha letto che vuole lavorare con i libri. Intanto ha imparato a fare (quasi) ottimi cappuccini e a lasciare le mance al ristorante. La si trova sulla rivista online 404: file not found  per le cose serie, per tutto il resto su Twitter, Flickr e sul blog  Giorgeliot