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il miglior contraccettivo del mondo

Monty Python's The Meaning of Life

 

Al corso prematrimoniale che frequentiamo hanno tenuto una lezione sui metodi contraccettivi naturali. La coppia guida, un uomo e una donna di mezza età che si volevano sinceramente bene, ci ha esortato a raccontare la nostra esperienza personale – nel caso l’avessimo avuta – con questo tipo di contraccezione.

Io ci ho pensato su. C’è stato un periodo nella mia vita, qualche anno fa, in cui ho utilizzato per un po’ di tempo il famigerato Persona, una sorta di computerino da borsetta con un design filo-Apple che – tramite il comodissimo metodo dell’analisi quotidiana della prima urina del mattino da te prodotta ed espletata su di uno stick apposito – è in grado di stabilire con una buona approssimazione i tuoi giorni fertili e quelli no. Il fatto che sulla pubblicità del suddetto dispositivo siano chiaramente visibili una donna, un uomo e un bellissimo bambino biondo età apparente cinque anni non è molto rassicurante, certo. Però forse vuole dire che è un metodo contraccettivo che richiede attenzione e consapevolezza d’uso e una donna diventa matura e consapevole solo e soltanto dopo aver avuto già un figlio, questo lo sappiamo tutti. Le donne senza figli, invece, rimangono sempre eterne bambine ego riferite e capricciose con l’unico dilemma di quale smalto scegliere per la manicure, anche questo è altrettanto noto.

La motivazione che mi ha spinto a utilizzare Persona, però, non era basata sulla ricerca di naturalità e consapevolezza, bensì su una sorta di overdose da ormoni. Per anni avevo usato il cerotto contraccettivo – perché la pillola mal si coniugava con lo stile di vita di una bulimica – che, seppur svolgesse il suo porco lavoro senza colpo ferire, mi aveva causato una serie di effetti collaterali pazzeschi. Colesterolo alle stelle, una emicrania ogni dieci minuti e soprattutto una terribile depressione caspica la quale (va detto, attecchiva su un terreno già oltremodo fertile) mi aveva portato a sciogliermi in lacrime & gramaglie anche per cose come un memoriale su Alberto Castagna alla TV. No, non potevo andare avanti così.

 

– Basta! È ora di smetterla con questi obsoleti ritrovati della chimica farmaceutica. Passo al Persona! – ho detto al mio fidanzato.

– Come preferisci tu, amore – mi ha risposto – certo, il cerotto era comodo però…

– Ma cosa parli tu, che in quanto uomo non saprai mai che cosa vuole dire doversi bombardare di ormoni, ingannare la tua ipofisi, sopportare effetti collaterali quali la cellulite, l’emicrania a grappolo e gli sguardi di disapprovazione in farmacia solo perché in questo momento non te la senti di avere un figlio? E poi – ah, ah! – dover ricominciare tutto da capo ma dall’altra parte quando lo desideri e magari non arriva?

– …

– Ecco, vado a comprare Persona, c’è una farmacia proprio lì.

 

Tra me e il dispositivo, però, non è stato amore a prima vista. Vivevo sempre con una sottile ansia il fatto di dovermi ricordare di pisciare ogni mattina sul temibile stick – dal costo unitario pari a quello dell’oro – perché nelle prime ore del giorno faccio fatica quasi a ricordarmi di vivere, figuriamoci di dove devo espletare le mie funzioni corporali. Col tempo è andata un poco meglio, ma non siamo mai diventati migliori amici. Il punto è che io non mi fidavo di lui fino in fondo e, si sa, la fiducia è alla base di tutto in un rapporto di amicizia duraturo.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, dividendo la mia strada da quella di Persona nei secoli dei secoli, è sgocciolata qualche mese dopo a Londra.

Ero andata a trovare il mio fidanzato che si era trasferito lì da un tempo non calcolabile, dopo la sua laurea. Non era un momento facile, tra di noi. Io, più grande di lui, ero già laureata da due anni e mi barcamenavo tra i primi lavori seri e l’irrinunciabile brivido della prima vita adulta. Era il 2010 e in Italia c’era una crisi terribile.

– Non lo so se voglio tornare, amore – mi diceva lui al telefono – qui ho trovato un internship in uno studio fighissimo. Mi pagano anche. È un’occasione unica per me.

Ah. – rispondevo io, laconica, mentre mi mangiavo le pellicine delle unghie.

Alla fine ero andata a trovarlo, col tumulto nel cuore (Cosa fare? Trasferirsi? Non trasferirsi? Davvero vorrei vivere in un Paese in cui il massimo dello stile è considerato Primark?). Lui in quel periodo abitava in una casa condivisa con altri ragazzi di nazionalità miscellanee, in zona Shoreditch. Quando ero lì, dividevamo una stanzetta.

Ecco, per farla breve, io una mattina mi alzo e devo usare Persona. Raggiungo a tentoni il bagno – un loculo con il muro squarciato dal quale occasionalmente uscivano scarafaggi – maledico per l’ennesima volta il fatto che lo spermatozoo vincitore di mio padre fosse uno straight-edge (XXX), mi accingo a far uscire il preziosissimo stick dal suo involucro di plastica, mi preparo a compiere il rituale mattutino e…

What the fuck are you doing? – una voce squarcia il silenzio.

Era un tizio inglese sconosciuto, avanzato dalla festa della notte precedente, che si stava facendo una striscia di coca mattutina sul tavolo della cucina, e mi fissava come se fossi stata un bonobo che ballava la zumba. La porta del bagno era aperta. Anzi, no, non c’era proprio, ora ricordo.

Io, senza proferir parola, ho richiuso Persona. Per sempre. Clìc.

 

No, forse è meglio che questa non gliela racconto, alla coppia guida.

 

 

Maddalena Erre  ha compiuto trent’anni, ma nei suoi sogni continua a vivere nella seconda metà degli anni Novanta e non si capacita del tempo che passa. Nella vita vera lavora nella comunicazione, come il cinquantacinque per cento della gente di Milano. Dopo molti amori travagliati con diverse piattaforme web, ha trovato la relazione perfetta con Tumblr.