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Contorni viola

image credit: Armando Testa

 

Da bambina vedevo la bruttezza delle cose. E mi faceva paura.

Una volta i miei genitori mi hanno portato a mangiare la pizza in un buco di locale in un paese ligure qualunque, in mezzo ai casermoni da turismo popolare: alti, intricati, senza luce. La pizzeria si era ritagliata un quadrato sul cemento di un parcheggio, e ci aveva messo dei tavoli di plastica bianca, le tovaglie di carta e le sedie da bar, quelle che si impilano una sull’altra. Era buio, e io ero soffocata dentro alla mia famiglia, stretta in quel microcosmo che per ogni bambino è tutto il mondo; come gli altri bambini, non potevo uscirne. Dovevo stare lì, a mangiare la pizza e a immaginare di essere altrove.

A un certo punto succede qualcosa, perché le pizze non arrivano, ed è già tanto tempo che tutti aspettano, e io sento una cosa che si muove fra gli adulti, che comincia a passare fra di loro, di tavolo in tavolo, e non so descrivere cos’è, perché sono una bambina, ma è come una vibrazione che coinvolge tutto: i miei genitori, le persone agli altri tavoli, la luce gialla che viene dall’interno di quel locale, la voce della tv accesa davanti al tavolo del bar; e io non capisco, ma so che neanche i grandi capiscono. Solo che loro possono fare ipotesi, parlarne fra di loro, e io no: per me questa cosa striscia e non ha nome.

Poi arriva un’ambulanza. Ma arriva in silenzio, non a sirene spiegate: arriva con le luci accese, avanzando piano. E quest’ambulanza spenta spaventa tutti, ma me di più, perché io vedo la bruttezza: la vedo come se fosse la prima volta, e la vedo sempre, anche quando gli occhi degli adulti si sono già abituati, anche quando loro non la vedono più, anche quando non l’hanno mai vista.

E poi il cuoco esce dalla porta principale della pizzeria; vestito di bianco, sfila di fronte a noi, sulla nostra piccola terrazza sul cemento, e allora è chiaro a tutti che è lui che l’ambulanza viene a portare via, ed è sudato e sta male, forse ha vomitato, ha la faccia arrossata, fatica a reggersi in piedi; da chissà quante ore cerca di resistere, di tenersi insieme, perché ha paura di essere licenziato, e tutto alla pizzeria dipende da lui, e al padrone non gliene frega proprio niente che lui stia male. E tutto questo, tutta questa montagna di supposizioni, di cattiveria e di bruttezza, tutto questo mi terrorizza.

Per un lungo attimo la vibrazione si ferma, e l’aria è calda e immobile nella fossa più interna dell’estate.

Poi il cuoco percorre gli ultimi metri e sale a bordo, l’ambulanza chiude il portellone, e il momento di quiete scompare. Gli adulti ricominciano a vibrare, e il dubbio comincia a sentirsi, quasi urlato anche nelle mie orecchie: sarà contagioso? Dovremmo continuare a mangiare? Dovremmo aspettare il piatto che non è ancora arrivato, e poi mangiare? Non esisteva ancora l’aviaria, né l’H1N1, e neanche la mucca pazza. Esisteva l’AIDS. C’era, nella mente di tutti. Era un nastro viola che avvolgeva le persone comuni, divorando i nuovi venuti al primo contatto. L’AIDS che non era una malattia, era una cosa brutta che succedeva nell’aria, succedeva all‘aria. Il pensiero di tutte quelle persone resta sospeso per un attimo lì, nell’aria di quel piazzale, nell’odore di Autan, nel rumore delle macchine che corrono sull’Aurelia. Poi tutti che ricominciano a mangiare.

Solo io rimango immobile a fissare il buio del parco giochi. Mentre l’ambulanza si allontana silenziosa e il mare ricomincia, lentamente, a frangersi sulla spiaggia.

 

 

Raffaella Silvestri ha 29 anni e vive a Milano. E’ stata finalista del talent show Masterpiece. Il suo primo romanzo è La distanza da Helsinki (Bompiani). La potete trovare anche su Twitter