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Come non sono diventata “the girl from the block”

Photo Credit: mugley via Compfight cc

 

La protagonista del mio secondo romanzo, Chloe, è una ragazza di Bensonhurst dai limitati mezzi economici nota per essere abbastanza intelligente. In fase di lettura una persona mi ha detto: «Non sono sicuro che una ragazza povera si esprimerebbe così». Io ho incassato il commento e portato a casa. Qualche ora dopo mi sono incazzata: io so perfettamente che una come Chloe potrebbe parlare così perché, per un periodo abbastanza lungo della mia vita, sono stata povera anch’io. Povertà è un sostantivo che uso con attenzione, e prima di evocare scenari da ghetto, baraccopoli o novella di Giovanni Verga, ricorro al vocabolario.

Povertà: condizione di singoli individui, famiglie, gruppi e strati sociali più ampi di una popolazione che si verifica quando le risorse di cui dispongono sono a un livello talmente basso da precludere loro la possibilità di condurre un’esistenza simile a quella della maggioranza dei membri della società cui appartengono.

Per quanto mi riguarda il succo del discorso stava tutto qui: nell’impossibilità di condurre un’esistenza simile alla maggior parte delle persone che frequentavo. Più povera di loro, ma sicuramente meno povera di gente che non conoscevo.

La prima volta che mio fratello mi ha fatto vedere la serie TV  Shameless (edizione US, non l’altra) sono scoppiata a ridere, perché la casa in cui vive la famiglia di sciagurati al centro delle vicende somigliava a quella in cui sono cresciuta, e quando la protagonista va a sistemare una sedia davanti alla lavatrice perché l’oblò non si chiude, ho rivisto un gesto che io e i miei abbiamo fatto per anni: vivevamo in una casa in cui le cose una volta erano state nuove, e quando avevano smesso di esserlo non c’era stato modo di sostituirle.

Quando facevo parte di quel nucleo famigliare, l’unica fonte di introito era la pensione di invalidità che mia madre percepisce tuttora dallo Stato. C’era una parola per quel che eravamo, e l’avrei imparata alle medie studiando la Rivoluzione Industriale: sottoproletariato. Vedi anche: parassiti. Quest’estate, in vista di questo pezzo, ho rivisitato le mie origini con un’amica che come me non ha avuto floridi natali. Mi ha detto: «Abbiamo comunque una nostra dignità. Apparteniamo solo a una famiglia di operai senza operai». La frase ci ha fatto ridere: anni di senso di inferiorità liquidati in quel modo, è stato liberatorio.

Crescendo, ho imparato a fare ironia sul mio passato. C’è una frase di Un tram che si chiama desiderio che mi diverto sempre a scimmiottare: se Blanche dice «Ho sempre dipeso dalla gentilezza degli sconosciuti», io «Ho sempre dipeso dai prestiti dei conoscenti» (nonni, amici o come vuoi chiamarli). Perché questo definiva il grado di povertà in cui ero: povera da dover telefonare sempre a qualcuno, ma non abbastanza da non avere nessuno da chiamare.

Quando sono andata a studiare all’università, ho vinto un posto alla Casa dello Studente. A differenza dei corsi che frequentato, dove ero a contatto con quelli che col tempo avrei definito «i veri ricchi» che facevano dell’iscrizione all’università pubblica un motivo di vanto personale, nello studentato non c’era alcuna guerra di posizionamento, nessun tentativo di sminuire o glorificare la propria ascendenza: eravamo più o meno tutti nelle stesse condizioni precarie. La Casa dello Studente è servita a spiegarmi Marx meglio di quanto abbiano fatto i miei insegnanti: mi ha fatto capire che non ero solidale nella mia classe, non nel modo in cui avrei dovuto. C’erano spesso delle proteste (perché i posti letto erano limitati, perché i criteri di assegnazione erano ambigui, perché le rate dei sussidi erano in ritardo), ma io non riuscivo a prendervi parte con rabbia o concitazione. Ero una povera addomesticata, di quelle che pensano «passerà» pur senza alcuna fede nella predestinazione o nel sistema. Una di quelle che durante la rivoluzione sarebbe morta calpestata dai cavalli perché non abbastanza pronta da salirvi in groppa.

In realtà, ho sempre avuto la brutale tendenza a pensare che uno studente dovesse meritarsi il posto letto non solo per quanto basso fosse il suo ISEE, ma anche perché studiava con profitto e restava al passo con gli esami. Merito non era una parola che andava molto di moda in quel posto, e quando la usavi venivi guardata con sospetto: «Bruciatela, è una strega!».

C’era gente in gamba in quello studentato, informata, politicizzata, acutamente consapevole del proprio posizionamento materiale e di quanto le nostre chance fossero limitate rispetto a quelle degli altri. Tornando indietro, forse mi sforzerei di essere partecipe, ma a vent’anni credevo che tutta quella retorica da centro sociale occupato, reddito garantito e «ce devono dà tutto» fosse l’apogeo della sfiga. Allo stesso tempo, nessuno dei miei amici più stretti era povero, e questo faceva che io guardassi con simpatia quelli che stavano dall’altra parte: i ricchi che si vergognavano di essere tali o che rivolgevano un pensiero gentile a noi che mamma e papà non ci hanno lasciato la casa e come mai faremo orsù dunque. Quelli che non appena venivano a conoscenza delle mie origini iniziavano a dire «Eh, anche mio nonno era un contadino e pativa la fame» con aria di giustificazione (lo capisco ma la fame, per l’appunto, la pativa lui e non tu). Sembra banale, ma non devi essere uno stronzo condiscendente solo perché sei ricco, e se sei povero non conquisterai automaticamente la mia simpatia facendo leva su questo. Possiamo essere amici lo stesso.

Tutto sommato, il discorso di classe mi è scivolato addosso finché non ho scoperto che qualcuno mi avrebbe pubblicato il primo romanzo. Cosa dovevo farmene della mia biografia? Era cosi importante che qualcuno sapesse da dove arrivavo? Avevo letto un articolo in cui risultava che Italo Calvino non ha fatto altro che dare dettagli fittizi sulla sua vita in tutte le interviste. Non ho mai avuto modo di appurare se fosse vero, ma era la strategia che faceva al caso mio: non dire niente, dissimula, rielabora fantasiosamente la realtà. È stato anche divertente, e a un certo punto la gente ha iniziato a trattarmi come se fossi non dico benestante, ma perfino ricca. Finché non ho iniziato a chiedermi se era quello che volevo davvero: non mi stavo inconsciamente vergognando delle mie origini? Per evitare la trappola di Claudia from the block non ero incappata in quella opposta? Il segnale di allarme è giunto nel momento in cui un ragazzo mi ha fatto notare che ero una delle espressioni più stereotipate della classe media: bilingue, tappa al Coachella Festival, soggiorno di studio all’estero, Apple. Come ero arrivata a quel punto?

Oggi ho conquistato una specie di misura: mi emoziono e mi incazzo quando sento Supreme di Angel Haze ( «triumph is nothing if it doesn’t come from tragedy / So I’ma keep on running with all of you bitches after me») ma so che non potrei mai scrivere un testo del genere.

Ricordo quando ai tempi del liceo un’amica a cui volevo molto bene e che era in lacrime per non so quale tragedia con cui abbiamo ricamato l’adolescenza mi disse: «Per te è facile. I problemi ce li hai, mica devi inventarteli. Da dove arriva la mia sofferenza?». All’epoca rimasi sinceramente allibita. Non ho mai pensato ai danni e ai travagli della mia famiglia, economici e non (i due aspetti si equivalevano e rincorrevano), come a risorse. Non ho mai pensato (ok, forse qualche volta sì) che la sofferenza fosse un privilegio, in termini artistici. Era solo un fatto. L’aver attraversato certi luoghi non fa di me una scrittrice o narratrice migliore. E il malessere borghese in letteratura non mi annoia perché è borghese, ma perché spesso è scritto male.

A distanza di tempo, però, capisco quel che intendeva la mia amica: credo che la povertà e la marginalità che ne conseguiva mi abbiano dotata di anticorpi. Rispetto al lavoro intellettuale, per esempio: non è l’unico lavoro che posso fare; finché mi procurerà un reddito posso restarci dentro, quando non lo farà più ricorrerò ad altri mezzi. Capisco che per alcuni rinunciare alla scrittura sotto compenso sia la fine del mondo, ma non lo è per me.

Credevo che crescendo, ed entrando nel mondo del lavoro (perfino uno angusto come quello editoriale), queste differenze di classe si sarebbero opacizzate e invece si ripropongono continuamente, in maniera subdola ed eccezionalmente anche violenta. A volte, più che a meeting tra scrittori, mi sembra di prendere parte a riunioni dal commercialista. Sono circostanze in cui mi rendo conto di fare più pena di Vanzina quando ospite di Controcampo chiedeva con occhio supplice «Ma perché non parlamo un po’ daaaa Roma?». Io dico «Ma perché non parliamo un po’ di libri?» E altri giù col 740, il mutuo e gli anticipi. E, nove volte su dieci, io so di avere più bisogno di soldi di queste persone. Paradossalmente, è il bisogno a rendermi libera, perché so che il denaro va cercato altrove: è da quando ho 8 anni che so che la scrittura non mi avrebbe dato da mangiare. (Quando scrivo frasi del genere mi chiedo se io non sia diventata una reazionaria, oltre che remissiva).

Ho iniziato a partecipare a cene e feste dell’editoria con timore, temendo che qualcuno mi avrebbe puntato il dito addosso, riconoscendomi per quella che ero: un’infiltrata. Come alla Casa dello Studente, dove ero una povera a metà perché non ne facevo una bandiera, ero di nuovo fuori posto. Avevo i vestiti giusti, il telefono giusto, ma avevo studiato e lavorato sodo per procurarmeli, e il DNA bancario della mia famiglia era inesistente. «Bruciatela, è una strega! Non sa neanche COSA sia Capalbio!».

Ma quel che temevo ancora di più, era che qualcuno apprendesse della mia infanzia dickensiana per poi darmi una pacca sulla spalla e dirmi: «Abbiamo molta ammirazione per quello che hai fatto a te stessa». Per farla breve, ho scoperto che ai radical interessa ancora molto sapere da dove vieni, e perché. Quel che a me annoia a morte è per loro fonte di intrattenimento. Durante un’ennesima cena, fatta da veri ricchi (questa è la parte della mia vita in cui sono un incrocio tra Scarlett Johansson ne Il Diario di una Tata e Anne Hathaway ne Il Diavolo Veste Prada: una volta ho dovuto davvero far aprire due edicole di notte in una località di mare per cercare un numero di Corriere della Sera Lifestyle Magazine per i miei datori di lavoro in vacanza, questione di vita o di morte), ho avuto modo di esprimere queste perplessità a un docente di Yale di origini indiane. Complice la mia ingenuità neocoloniale, credevo che il professore in questione fosse l’ennesimo cervello in fuga che aveva fatto fortuna in America ma in realtà aveva dovuto trangugiare la sua bella dose di infelicità. Non era così: era di origini nobili, di qualche casta scimmiesca e millenaria che deteneva il potere da secoli. In ogni caso, il professore mi guardò con aria di simpatia e mi disse che dovevo piantarla con la sindrome della piccola fiammiferaia perché al punto in cui ero la classe smetteva di contare. «Non vedi dove sei? Sei borghese, come tutti» e lì scrosci di risate (le mie comprese).

Non è vero che smette di contare. La società intellettuale italiana – God save Gramsci – spinge sempre al posizionamento materiale, motivo per cui ho amato Pasolini meno di quanto avrei dovuto. Lo ritengo responsabile di un interesse pruriginoso, e ricordo le sue parole sulla dolcezza della povertà con amarezza. Stando a Marx e Pasolini, io non avrei facoltà di mentire né di dimenticare. Motivo per cui, dato che non sono religiosa, sono convinta che quando morirò non ci sarà Dio a farmi la partaccia morale, ma Marx ed Engels seduti dietro una scrivania che passeranno al setaccio la mia vita e mi rimbrotteranno: «Non hai fatto abbastanza per chi era come te! Non sei stata solidale, ti sei fatta sedurre dai beni di consumo, non hai partecipato alle manifestazioni!».

Oggi non so bene cosa sono. Ho la coscienza modellata da vari incidenti: il sottoproletariato, gli anni di studio competitivo, l’essere entrata nella macchina editoriale senza appoggi baronali, conoscenze o amicizie. L’essermi trovata, mio malgrado, a bere vini di cui avrei imparato il nome. Sono un prodotto del caso e del merito. Vorrei non essere un’eccezione, so di esserlo. E quando incontro chi è cresciuto in un ambiente simile al mio, invidio la sua capacità di dire: «Il sistema mi ha fottuto, faccio debiti e non ci penso, l’arte e la bohème». (Io per i debiti non dormo la notte, la bohème deve essersi persa per strada). Né mi sento legittimata a piagnucolare in giro: l’eleganza, prima di tutto (reazionaria e remissiva).

Questo è il punto in cui se fossimo in una commedia americana salirei sul pulpito in una palestra addobbata a festa in quanto ex studentessa di successo, per motivare gli studenti a prendere in mano il loro destino (nella versione cinematografica, potete dare questa parte a Reese Witherspoon? Grazie), recitando un dialogo che fa più o meno così: «Guardami, ce l’ho fatta! Puoi diventare come me!».

La realtà è che, con buona pace del giorno del giudizio marxista, la classe sociale dentro di me scompare. Ci penso con malinconia a volte. È il motivo per cui NW di Zadie Smith, che è un romanzo sulla divisione per classi, mi è sembrato bellissimo e imperfetto. Una delle protagoniste, Natalie, è una ragazza cresciuta alle case popolari che riesce a entrare in una buona università in ragione della sua intelligenza. Diventa avvocato, sposa un banchiere di famiglia altolocata, le sue figlie non sapranno mai niente del suo passato alle case popolari, né lei avrà voglia di parlargliene. Natalie non è più the girl from the block.

Comunque la si racconti, c’è sempre un rischio di autoindulgenza, martirizzazione o rimozione. Leggendo NW, ho invidiato il coraggio dell’autrice. Non è facile fare coming out sui soldi, o almeno non lo è mai stato per me. Per chi è cresciuto a spese dello Stato e ha studiato grazie ad esso, e poi si è ritrovato in un giro professionale comunque altolocato, è facile commettere errori: uno va ai festival grato che qualcuno paghi il viaggio, gli sembra impossibile che gli diano dei gettoni di presenza, impara con molta fatica a dire: «ho una professionalità, e questa professionalità costa». C’è sempre lo spettro di essere stato ammesso al tavolo degli adulti senza che qualcuno ti abbia controllato le credenziali. C’è sempre il piano B, quello che ti spinge a pensare a tutti i lavori che hai fatto e a quelli che farai. Un senso di gratitudine, e poi di colpa, che ti impedisce di fare del lavoro intellettuale una battaglia.

Leggendo il discorso di Zadie Smith tenuto alla Basilica di Massenzio sulla creatività come rifiuto, ho pensato che la letteratura per me è sempre stata questo: non il rifiuto della povertà, ma di quello che tutti pensavano dovessi fare della mia povertà. Non volevo essere umile, non volevo centrosocializzarmi, non volevo rappizzarmi, non volevo dimenticarmi.

Nel momento economicamente più buio della sua vita, mia madre ha fatto l’abbonamento a Sky. Era il suo modo di non cedere. Questo è il motivo per cui trovo insopportabili i discorsi sulle antenne paraboliche fuori dalle case popolari («pensassero a dare da mangiare ai figli piuttosto!»), eredi di un punto di vista dominante che crede ancora che il pane abbia la priorità sulle rose. Il mio amore per la fiction non si esaurisce solo nei romanzi che scrivo, ma anche nella vita che conduco: non volevo diventare Claudia from the block, né iniziare a fare vita da barca dimenticando la casa in cui sono cresciuta.

Così mi sono inventata qualcosa di diverso. E ho potuto farlo grazie allo Stato sociale, ragion per cui l’unica azione intellettuale che ritengo politica è il sostegno all’istruzione e alle biblioteche. In sei anni Laziodisu e La Sapienza mi hanno corrisposto tra i 35.000 e i 40.000 euro tra posto alloggio, borse di studio e collaborazioni con l’università. Sembrano cifre enormi, ma provate a pensare a quanto avete speso voi per studiare. Lo Stato mi ha permesso di emanciparmi, di viaggiare e di diventare una ragazza che, nonostante quelle origini, «si esprime così». Sono stata povera, ma questo non mi definisce. E, se vogliamo dirla tutta, non mi ha mai definita: come Chloe, penso di essere più intelligente di così.

 

 

Claudia Durastanti collabora a Il Mucchio Selvaggio e Indie For Bunnies. Il suo secondo romanzo, A Chloe, per le ragioni sbagliate, è pubblicato da Marsilio Editori.