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Come Heather Parisi

Photo Credit: Lynn Friedman via Compfight cc

 

Sono sempre stata la bambina più brava in italiano.

Alle scuole elementari, alle medie e anche nel prestigioso liceo di provincia frequentato solo dai ragazzetti svogliati che non volevano prendere l’autobus all’alba per raggiungere la città. Alle elementari, davvero, ero diverse spanne avanti rispetto agli altri bambini. Magari perché la maestra mi picchiava per il solo fatto di avere l’erre moscia.

Il primo giorno di scuola mi chiese il nome e arrotai la erre in modo strano. Quando mia madre venne a prendermi, le disse che non gradiva che fossi una completa imbecille viziata e che me l’avrebbe fatto passare lei. Per i successivi dieci giorni, ogni mattina, mi obbligò a ripetere “un ramarro verde rotola su un treno raro”. Ogni volta che sbagliavo mi tirava due schiaffi, di fronte al resto della classe. Imparai velocissima. Sforzai la mia gola e la mia lingua fino ad averne perfettamente il controllo. Finsi – e ancora fingo – una perfetta pronuncia delle arrotate. Fingo, per il terrore che possa tornare e picchiarmi ancora. Il mio non era un vezzo o un capriccio, ho davvero questo difetto di pronuncia.

In quei giorni imparai a leggere e scrivere. Sono figlia di una pedagogista che non mi permise di farlo prima dei sei anni. Imparai in dieci giorni, tra gli incubi dei ramarri. E lo feci benissimo. La maestra chiamò mia madre e le disse: – Io non mi sbaglio mai, ma questa volta l’ho fatto. Non è una deficiente come pensavo.

Pochi mesi dopo, ci fu una sorta di concorso provinciale di scrittura, quelle robe che servono per gonfiare un altro po’ i portafogli dei politici col completo. È semplice: la Regione versa venti milioni di lire alla Provincia per finanziare la Cultura, cioè un ventesimo di quello che ha ricevuto dallo Stato, e la Provincia stampa delle circolari e ne distribuisce una in ogni scuola elementare. Con venti milioni di lire si limita a chiedere alle maestre fumatrici accanite di obbligare i bimbi a scrivere qualche temino noioso.

Non ricordo l’argomento di quell’anno, devo essere sincera. Ricordo il cortile della scuola, il fatto che il mio compagno Andrea fosse bello perché era l’unico biondo. Fine.

Scrissero tutti i bambini, di tutte le classi e di ogni paesino della provincia disperata. Scrissero gli zingarelli arrivati con le giostre e le figlie delle puttane di paese. Scrisse il figlio del medico coi capelli a scodella e i due bambini albanesi che si diceva fossero arrivati col barcone che s’era visto al telegiornale. Scrissi anche io con la penna cancellabile Papermate, quella color carne col gommino che qualche bambino si infilava sempre nel naso finendo al pronto soccorso.

Le maestre dei paesini raccolsero i nostri fogli protocollo e li consegnarono ad una svogliata funzionaria con la permanente troppo riccia. Per giustificare i venti milioni, furono chiamati a leggere quelle quattro paginette scritte con la mano poco ferma e insalivata gli unici personaggi che rappresentavano una cultura che non era mai esistita giù da me: uno scrittore della Provincia che nel 1986 era stato candidato al premio Dessì di Villacidro, un cantante di quelli che fanno commuovere i cinquantenni alla Festa dell’Unità con le cover di Claudio Lolli, una docente di Lettere direttamente dall’università e due o tre parenti del politico in completo. Solo per far numero e cassa.

Vinsi io.

Non so perché o come, ero brava. Non mi erano ancora ricresciuti gli incisivi, ma ero brava.

Arrivò il Direttore in persona ad annunciarlo in classe e tutti i compagni mi fecero un applauso. La maestra mi scrisse sul diario la notizia, che avrei dovuto riportare firmata da uno dei genitori.

I miei genitori mi hanno appena detto “brava” quando ho preso un inutile Master in Finanza, ma quel giorno furono davvero felici e orgogliosi di me. Forse perché non avevo gli incisivi.

Il Direttore, che era anche il superiore di mia madre, la chiamò al telefono dicendole che dopo un mese circa ci sarebbe stata la premiazione ufficiale in città, che sarebbe stata invitata tutta la famiglia, mia sorellina di tre anni compresa, e ci sarebbe stato il Sindaco della città, lui e l’Assessore alla Cultura.

Erano tutti emozionati e mi rivolgevano sguardi umidi come se fossi un’attrice famosa che va a girare alcune scene della telenovela pre-telegiornale nella piazzetta di chiesa. Mia madre decise che saremo dovute andare alla premiazione presentandoci al meglio. Prese me e mia sorella e ci portò dal parrucchiere e alla Benetton.

Alla Benetton si andava solo due volte l’anno, ci comprava i vestiti buoni per la stagione successiva. Avevamo il diritto di sceglierne uno di nostro gusto, per il resto sceglieva lei bilanciando resistenza del cotone e colori capaci di nascondere le macchie. Con qualche fiocchetto. Il giorno, com’era successo tante altre volte, scelse per me e per mia sorella la stessa camicia e la stessa gonna a pieghe, semplicemente in colori differenti.

Continuavo a spiegarle che, essendo la mia premiazione, avrei dovuto avere un vestito più bello di quella cosina bionda e con gli occhi verdi a cui tutti si fermavano a dare baci. Mia madre non volle sentir storie, la sorellina sarebbe stata gelosa. Mi permise, però, di scegliere le scarpe: scelsi delle ballerine argento.

Come Heather Parisi.

Come nella sigla di Fantastico 2.

Mia madre andò a farsi la permanente e tirò fuori dal portagioie gli orecchini pendenti con gli zaffiri. Convinse mio padre a tagliarsi i capelli, raddrizzarsi i baffi e mettere una giacca di velluto con le toppe sui gomiti.

Il mese passò così, con la notizia che pian piano perdeva importanza nelle scuole del circondario, ma che comunque nel paesello resisteva. Soprattutto perché si era scoperto che ero la figlia di una delle maestre della scuola materna vicina e qualcuno aveva iniziato a sollevare dei dubbi.

A mia madre non importava: stretta nei suoi fuseaux neri e col suo maglione con le spalline fucsia, pensava solo che probabilmente quella sarebbe stata la prima e unica volta che le avrei dato soddisfazione come scrittrice.

Non aveva tutti i torti.

Il giorno della premiazione ci svegliò alle sei del mattino, per lavarci bene dietro le orecchie e farci urlare mentre ci tirava i capelli in sgraziate trecce inglesi che mia sorella si sciolse appena saliti sulla Fiat Tipo verde metallizzato di mio padre, che nei sedili aveva dei minuscoli disegni astratti in cui mi perdevo per ore durante i viaggi in macchina che mi sembravano eterni.

Mia madre mi permise di mettere il profumo di Beverly Hills e a mia sorella fu vietato di portarsi dietro il pulcino con cui solitamente girava, che cagava dentro i negozi e – grazie ad un imprinting davvero poco sano – faceva un casino assurdo ogni volta che qualcuno provava ad allontanarlo da lei.

Mio padre guidò mezz’ora, sotto un sole ancora caldo che faceva brillare le fronti e i nasi delle persone. Parcheggiammo ed entrammo a cercare la Sala Consiliare, dove si sarebbe tenuta la premiazione.

La sala era vuota, ad eccezione del Direttore che ci accolse venendoci incontro con lunghe falcate e la mano tesa da lontano di chi è stato in imbarazzo da solo per troppo tempo.

Poco dopo arrivò la mia maestra, che rimase in un angolo con le braccia conserte sul suo tailleur vagamente Chanel e la collana in perle. Fece con la testa, dal fondo, un gesto di saluto verso la nostra direzione e si accomodò sfogliando la sua agenda in silenzio.

Ci sedemmo in seconda fila, mentre cinque o sei persone entravano dirigendosi immediatamente verso il tavolino con i bicchieri di plastica e la Coca Cola calda. Passò più di mezz’ora prima che arrivassero i “giudici” e che occupassero posto, le donne con troppi gioielli anche per il 1989 e gli uomini con troppi pochi capelli per un periodo in cui era normale pensare che la scelta di un toupée fosse ragionevole. Uno di loro, particolarmente annoiato dal fissare le bollicine della sua Ferrarelle, prese in mano il microfono: – Beh, insomma direi che possiamo iniziare.

La sala era quasi vuota, mia sorella si era nascosta sotto il tavolo della Coca Cola e quelle otto/dieci persone continuavano a fissarla, commuovendosi in ‘awwwww’ lunghissimi e mani poggiate sul viso.

– Bene, oggi premiamo una bambina di… ehm … che si chiama … che si chiama … ecco, Mariangela puoi passarmi quel foglio? Ecco, oggi premiamo Ambra. Brava Ambra, vieni a prendere il tuo premio!

Così?

Davvero? Tutto si risolveva così? Guardai mia madre, rigidissima. Mi mise una mano dietro la schiena e mi fece alzare. Feci un passo, poi un altro, continuando a fissare le mie ballerine color argento.

Arrivai di fronte al signore col microfono e in quel momento mia sorella iniziò a gridare e piangere fortissimo. Aveva perso il suo anellino: un serpente sottile in oro giallo con un finto rubino sull’occhio.

Piangeva, gridava, sbatteva i piedi. E le otto/dieci persone, i miei genitori, il Direttore, tutti si alzarono per calmarla e cercare questo anellino.

Così, mentre tutti erano girati, il giudice mi mise in mano un foglio e un opuscolo sulla vita di San Francesco.

– Brava Ambra, brava. Questo è l’attestato e questo è il tuo premio. Mariangela, caffettino?

Tornai al mio posto, mia madre era ancora sotto il tavolo a cercare di far uscire mia sorella. Mio padre bestemmiava tra i denti col Direttore alla ricerca di quello stupido anellino.

Si voltarono e capirono.

Mia madre afferrò velocemente mia sorella per una gamba e, molto poco pedagogicamente, le diede uno sculaccione che però la fece calmare immediatamente. La gente si alzò dalle sedie e ritornò a confluire verso il tavolino della Coca Cola. Mia madre si rivolse a mio padre: – Tesoro, andiamo. Prendi le bambine. – – Arrivederci Direttore, ci vediamo domani al Consiglio Docenti.

Mi afferrò per mano e ci dirigemmo verso l’uscita.

– Mamma, devo andare in bagno.

– Va bene Ambra, ma fa in fretta.

Entrai nel primo disponibile. Avevo in mano il foglio con l’attestato di vincita e il libretto di dieci pagine sottili su San Francesco, li strinsi forte e li feci in mille pezzi. Poi li misi dentro il water e tirai lo sciacquone. Ovviamente si otturò e l’acqua iniziò a strabordare, allagando tutto e finendomi sui piedi, inzuppandomi le ballerine e le calze in cotone traforate.

Scappai, lasciando le impronte.

Arrivai alla macchina in lacrime.

Mia madre mi guardò, sorrise, e disse soltanto: – Le smacchiamo appena arrivate a casa le scarpette e si, amore mio, sembri davvero Heather Parisi.

 

 

 

Ambra Porcedda (Cagliari, 1982), laureata in Scienze Politiche a Siena e un Master in Comunicazione e Finanza a Milano. Ha collaborato con diverse webzines, riviste musicali e band indie italiane. Dopo aver vissuto tra Irlanda e Inghilterra, oggi si divide tra la Sardegna e Bologna, quando capita.