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“Che cosa sei?”

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  Bentornati a Import/Export, dove traduciamo le migliori storie personali apparse su giornali, riviste e portali stranieri. 

 

 

– Che cosa sei?

Da adolescente cresciuta in Canada con la pelle chiara e due etnie non sapevo rispondere a questa domanda.

 

Come con ogni storia di mio nonno, dovevo insistere per scoprire cosa c’era dietro ai suoi tatuaggi. Era facile non accorgersi della loro presenza, un informe S.D. sull’avambraccio sinistro e un ancora più incerto S.P. su quello destro, in un inchiostro sbiadito che risaltava a malapena sulla sua pelle segnata.

– Sono le mie iniziali – , era stata la sua risposta la prima volta che gliel’avevo chiesto quando avevo circa otto anni.

Ah, avevo pensato. Mi sembrava logico. Ma in realtà aveva causato un’ondata di domande. Sapevo che il “vero” nome di mio nonno era Satya Pal (nonostante quasi tutte le persone che conoscevo, mia nonna inclusa, lo chiamassero “Peter”). Ma questo non spiegava da dove venisse la D. Insistetti di più.

– Satya Dev è il nome che mi hanno dato appena nato – , disse. – Quando ero piccolo – avrò avuto otto o nove anni – un uomo che aveva un’attività dall’altra parte della strada mi chiese se volessi farmi tatuare le mie iniziali, e io pensai, Perché no? Dopo non molto, mio padre cambiò il mio nome in Satya Pal – . Lui andò a farsi tatuare anche queste altre lettere.

Con ogni spiegazione arrivavano più domande. Come ha fatto suo padre a cambiargli nome? C’era stata una cerimonia? Un rituale? Gli ha detto perché gli aveva cambiato nome?

– No. Un giorno ha semplicemente cominciato a chiamarmi Satya Pal.

Come faceva a sapere che suo papà si stesse riferendo proprio a lui?

– Quando mio padre ti rivolgeva la parola, te ne rendevi conto. Quando ha scoperto i tatuaggi mi ha tirato una sberla sulla testa.

 

Le storie di mio nonno facevano sembrare l’India in cui era cresciuto un posto magico, dove un bambino che camminava per la strada poteva farsi tatuare da uno sconosciuto e dove i nomi possono cambiare senza preavviso. Sono sempre stata ossessionata con il catalogare e archiviare qualsiasi cosa che mi succede (ho riempito un sacco di agende, album di ritagli e blog), e da qualche parte dentro di me sapevo di voler raccogliere e catalogare anche le storie del nonno.

Poi, all’inizio del mese scorso, è morto, lasciando indietro così tante storie, così tante domande senza risposta (Quanto tempo era passato tra un tatuaggio e l’altro? E’ stato sempre lo stesso uomo a farli?). Avevo tutte queste storie a metà, nessuna per iscritto e adesso non sarei mai più riuscita a colmare i vuoti.

Mia mamma – la figlia del nonno – non sapeva nemmeno la storia dietro ai tatuaggi finché non gliel’ho chiesto in presenza di lei. A differenza di me, il nonno non viveva nel passato. Conservava raramente foto o ricordi, e parlava della propria vita solo se provocato. La maggior parte delle persone che lo conoscevano sapevano solo i dettagli di base della sua vita: aveva lasciato l’India ventenne per lavorare in Inghilterra come ingegnere navale e aveva conosciuto mia nonna in una piccola città inglese. Si erano trasferiti a Calcutta, dove mia mamma e i suoi fratelli sono nati, poi sono emigrati in Canada, dove io sono nata e cresciuta, dopo qualche anno.

 

A confronto di quella del nonno, la mia infanzia è stata piuttosto noiosa. Sono cresciuta in un quartiere abbastanza multiculturale dove avere genitori provenienti da un altro paese non era gran cosa. La domenica andavamo a casa dei nonni e mangiavamo pollo tandoori e dhal. Di solito la TV era sintonizzata su un film indiano, ma l’unica persona a guardarlo era la mia nonna inglese. Mia mamma una volta mi ha portata in un tempio Hindu quando ero molto piccola, credo fosse un modo per farmi avvicinare alla nostra cultura. Il sacerdote ci ha dato frutta benedetta dagli dei. All’epoca stavo imparando a fare la giocoliera e ho pensato che quella fosse l’occasione migliore per stupire tutti. Invece ho semplicemente fatto cadere le arance di fronte a Ganesh. Mia mamma non è rimasta colpita.

Dal punto di vista fisico non sembro neanche indiana. Ho la pelle chiara, con un sottotono giallognolo. Ho capelli e sopracciglia scuri e cespugliosi e occhi azzurri slavati. Dalle medie in poi, i compagni di classe curiosi mi chiedevano, – … Quindi cosa sei? – – la domanda che ogni persona multirazziale è più abituata a sentirsi fare. Non sapevo mai come rispondere. Definirmi “di colore” mi sembrava una presa in giro. Sono nata e cresciuta in Canada. Mio papà è bianco e mia mamma viene dall’India ma ha completamente assimilato la cultura occidentale. Sostenere di essere di colore suonava come un volersi imporre in una cultura a cui non appartenevo – e questo molto prima di sapere cosa significasse la parola appropriamento. Definirmi “bianca” sembrava ugualmente sbagliato, come intingere un pennello nella pittura bianca e poi strisciarlo sulle foto di famiglia finché non avesse cancellato le storie del nonno, l’infanzia di mia mamma e i membri della famiglia mancati durante la violenta partizione dell’India nel 1947, creare una tabula rasa su cui proiettare la foto di un’infanzia tipicamente caucasica. Quindi di solito al – Cosa sei? – rispondevo con il semplice, sicuro e bisillabico “mista”. Era abbastanza poco impegnativo da riconoscere i privilegi che derivavano dall’avere la pelle chiara senza sbiancare il mio passato.

 

Man mano che crescevo cominciavo a leggere sempre di più sulla politica dell’identità e a diventare più protettiva – e qualche volta anche difensiva – delle mie origini indiane. Con un cognome come Fitzpatrick non ho mai dovuto spiegare a nessuno di avere antenati irlandesi, a discapito del fatto che l’ultimo di loro risaliva a tre generazioni prima di me. Si poteva dare per scontato che, essendo un’anglofona dalla pelle chiara che viveva in Canada, avessi sangue europeo nelle vene. Ma sentivo di dover quasi dimostrare la mia indianità. – Non sembri indiana – , disse una mia compagna in terza media durante una lezione di scienze sociali mentre stavo lavorando ad un progetto sull’albero genealogico della mia famiglia, come se mi stessi beffando della mia classe. Altre volte era trattata come una cosa originale, un espediente per cominciare una conversazione alle feste: – Almeno hai qualcosa di interessante da raccontare sulla tua vita.

Provavo, in qualunque modo conoscessi, a essere “indiana”. Mi ispiravo a film occidentali con personaggi indiani, come Sognando Beckham, che erano molto più accessibili alla me stessa adolescente rispetto ai film di tre ore di Bollywood. Ammiravo i miei amici indiani, i cui genitori erano emigrati da adulti, e che riuscivano ancora a comprendere la lingua dei loro genitori o praticavano l’induismo. Quando sono diventata vegetariana ho cominciato a cucinare più curry. Ho cominciato ad ascoltare musica indiana di ultimo grido e a imparare da sola l’hindi con libri della biblioteca. Nonostante queste cose stessero cominciando a piacermi davvero, mi sembrava comunque privo di senso ridurre un’intera cultura a cibo, musica, lingua e alla mia conoscenza superficiale di tutti e tre. Quando leggevo testi sull’induismo o sulla storia dell’indipendenza indiana mi sembrava di approcciarmi alla materia come un’esterna, come se fossi un’accademica specializzata sull’India più che una che cercava di trovare un punto di contatto con la propria famiglia.

 

Mio nonno ed io avevamo cominciato a parlare moltissimo verso la fine della mia adolescenza. Durante l’università ho sofferto di depressione circa nello stesso periodo in cui lui e la nonna si erano trasferiti in una residenza assistita. Mentre la nonna necessitava di cure a tempo pieno, il nonno mal sopportava le nuove restrizioni che gli erano state imposte. Cominciammo a sentirci per telefono più volte alla settimana, cercando una via di fuga dalle nostre rispettive noie l’uno con la voce dell’altra. Avevamo un rituale: lo chiamavo per prima, lui rispondeva e riattaccava subito, per poi richiamarmi in modo che le interurbane non fossero a mio carico. Ci chiedevamo come andava, ma visto che la maggior parte delle nostre giornate consisteva nello stare seduti nelle nostre rispettive stanze non c’era molto da dire. Così cominciai a fargli domande sulla sua vita.

C’era quell’estate in cui aveva conosciuto Gandhi. C’era la storia di quando era diventato “Peter” (quando stava studiando per diventare un ingegnere uno dei suoi insegnanti l’aveva confuso con l’unico altro ragazzo non bianco e da lì è diventato il suo nome). Queste storie divennero la storia della mia cultura. La mia comprensione dell’India non era stata modellata dalle canzoni di Asha Bhosle sul mio iPod o dal mutter paneer sul mio fornello – anche se continuano a piacermi tantissimo – ma dal rapporto che avevo forgiato con un membro della mia famiglia quando avevo bisogno di parlare con qualcuno.

Lo scorso marzo, quando il nonno si è ammalato – e si è ammalato in modo grave – sono tornata a casa per stare con la mia famiglia. Sua sorella, la mia prozia Shakuntala, era arrivata da Chandigarh ed era nostra ospite. Non veniva tutti gli anni in visita, ma di solito stava con mio nonno, che le faceva anche da ospitante culturale e interprete di hindi. Adesso che era tutto il tempo con noi, senza il nonno a farle da intermediario, mi divenne chiaro quanto mia madre fosse diversa dalle persone che si era lasciata dietro in India e quanto la mia famiglia si fosse assimilata.

Un giorno, durante la visita di Shakuntala, alcuni membri della famiglia erano nella stanza della nonna alla casa di riposo e si stavano organizzando per visitare il nonno in ospedale. Mentre stavamo parlando, mia zia ha cominciato a piangere. Ha evitato il contatto visivo con tutti noi, poi si è alzata e si è diretta verso il bagno. Pochi minuti dopo è uscita tamponandosi gli occhi.

– Come stai? – , le chiesi nel mio hindi zoppicante, era una delle frasi da principianti.

Mi ha risposto con parole che non riconoscevo. Il corso mi aveva insegnato a capire “bene” e “male”, ma non si era soffermato sui colloquialismi. Risposi con uno sguardo confuso. – Ha detto che sta bene – , tradusse un cugino. Mia zia ed io ci scambiammo sorrisi imbarazzati, che erano diventati la norma durante quella visita. Era l’unico modo che avevo di comunicare con qualcuno con cui condividevo un nesso familiare, ma a quanto pareva poco altro, nemmeno una lingua comune.

Qualche sera fa ho chattato con mia sorella su Skype e le ho chiesto come risponde lei alla domanda – Cosa sei? – .

– Per quanto riguarda la razza mi ritengo bianca, direi, ma di origine indiana – , mi ha detto – Non voglio esagerare quella che è ritenuta la cosa più “esotica” della nostra cultura. Sono orgogliosa di tutte le parti che compongono le mie origini – inglesi, indiane, cattoliche, protestanti – e del modo in cui si sono mescolate a discapito delle circostanze. Mi considero una meticcia – . Le ho mostrato una bozza di questo articolo e lei ha fatto una smorfia alla descrizione del colore della pelle del nonno. – Cosa stai cercando di dimostrare a internet? Il nonno è il nonno.

 

 

Quattro giorni dopo la morte del nonno ho compiuto 23 anni. Inizialmente avevo pensato di uscire con i miei amici a Toronto, ma date le circostanze mi sono ritrovata a casa a Ottawa. Mia zia voleva andare al tempio hindu, e mia sorella, mia mamma ed io decidemmo di accompagnarla. Shakuntala ci accompagnò in ogni santuario, spiegandoci l’importanza di ogni divinità.

Si fermò al santuario di Durga per pregare. Intinse un dito nel recipiente della polvere rossa posto di fronte al santuario e premette il dito gentilmente sulle nostre fronti. Cercai di assumere un’espressione solenne, come mi sembrava appropriato in un tempio. Pensavo che adottando un’aria seria potessi apprezzare meglio la sacralità di quanto stesse accadendo, ma a dir la verità non conoscevo il significato della polvere rossa. Non sapevo perché si fosse fermata a pregare a Durga e non presso gli altri santuari. Volevo capire, reagire al suo stesso modo, percepire quel senso di connessione: Questa è la mia storia, questa è la mia famiglia, questa è la mia identità. Ma non riuscivo a sentire nulla – non lì nel tempio.

Più tardi quel giorno mio fratello smontò mia sorella e me in centro, davanti ad uno studio di tatuaggi ( – è il tuo regalo di compleanno – , mi spiegarono i miei fratelli). Mostrai all’uomo dietro al bancone la foto sfuocata che avevo fatto al nonno con il cellulare il giorno del Ringraziamento, e nel giro di un attimo ero sulla sedia in pelle e stritolavo la mano di mia sorella mentre l’ago pieno di inchiostro graffiava un S.D. e un S.P. sulla mia pelle.

 

 

 

Anna Fitzpatrick è una scrittrice e libraia canadese. Abita a Toronto. Ha collaborato a WORN Fashion Journal, the Hairpin e  Shameless Magazine.  

La storia che avete appena letto è stata pubblicata su Rookie Mag con il titolo “What Are You?“. Noi la ripubblichiamo qui con il gentile consenso dell’autrice.  

Francesca Caracciolo (versione italiana) è nata a Ferrara e ha una laurea in traduzione che non sa ancora bene come sfruttare. Nel frattempo scrive dei libri belli che legge sul suo blog e perde il suo tempo su Twitter e Tumblr.