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C’è stato il tempo, verrà il coperchio

mamma e figlia, anni '60 (vanity fair)

Altro giro, altro rapporto madre-figlia: anche la storia vera di Barbara ci porta indietro nel tempo.

C’è stato il tempo in cui, finito di mangiare, ci prendevi in braccio ridendo. Dicevi che, fossimo state tre, ti sarebbe toccato farti una gamba di legno. Il sei maggio del ‘76 mi hai trascinato con forza giù dalle scale mentre tutto, intorno, tremava. Da dentro la terra arrivava un urlo gutturale strozzato. Arrivò settembre e l’eco dell’urlo di maggio tornò ancora.

 

C’è stato l’orgoglio con cui mi guardavi crescere, l’amore incondizionato che mi hai fatto sentire. Ti abbiamo trovato in vasca, le pastiglie di un giorno finite, anche se era solo mattina, e la paura che non ti saresti svegliata più. Per mesi ho pensato che la tua incapacità di reagire fosse mancanza di volontà. Solo molto dopo ho capito che era malattia.

 

C’è stato il pollo allo spiedo mangiato con le mani su fogli di carta e pezzi di stagnola, il rincorrerci con le mani unte, in mezzo ai canneti. Quando mi sono persa in spiaggia e pensavo non ti avrei trovato più in mezzo a quelle centinaia di righe di ombrelloni uguali. Gli anni in cui mi vietavi il due pezzi, quando le mie coetanee l’avevano già, e a me rimaneva la speranza di nascondere, sotto due triangoli, quello che non cresceva.

 

C’è stato il compleanno, più di uno, con la torta ghiacciata all’ananas: mi sarei affogata dentro quella panna che sapeva di liquore dolce e di te. Quella notte che sembrava avessero bombardato casa, scoprendo che era solo esplosa la pentola a pressione che ti eri dimenticata sul fuoco. E la carne di fegato mangiata a forza. Non so se ti ho mai detto che appena tornavi al lavoro mi mettevo le dita in gola. Adesso, per fortuna, non la mangio più e anche a lei, sai, non l’ho mai comprata. Mi chiedo se le piacerebbe.

 

C’è stato il tempo dei giochi infiniti quando, terminati i compiti, scivolavamo in strada e ci restavamo fino a quando urlavi i nostri nomi nel buio. Nelle giornate estive, insieme alle vicine, rifacevi i materassi, la lana aperta sopra metri di lenzuola stesa ad asciugare al sole, la conserva, l’aria satura di polvere MOM, le lenzuola lavate con aceto e rosmarino. Ti guardavo, splendevi.

 

C’è stato il periodo dei no: anni interminabili per me, magari a te sono sembrati brevi. Quei no li ho quasi sempre scartati, con noncuranza e leggerezza, come carta di caramelle nelle mani di bambina. Vivevo ogni giorno come fosse l’ultimo e, forse, è stato l’unico periodo in cui ho rispettato i miei bisogni scavalcando i tuoi.

 

C’è stato il distacco, iniziato con l’università e continuato con il lavoro. Non hai mai accettato il mio essere distante, ogni scelta che mi portava lontana da te, era sempre quella sbagliata, anche se i risultati dimostravano l’opposto. E così ho passato gli anni, sparando ai piattelli in aria non a colpi di fucile, ma con altri piattelli, ogni volta di diametro più grande, fino al giorno in cui ho mancato il colpo: il piattello si era sovrapposto al sole.

 

Vedi mamma, io della mia vita a volte ho paura.

Dell’incertezza ho riguardo come di un ospite inaspettato, anche se, a guardare indietro, c’è sempre stata. Penso spesso a me come un contenitore e temo il giorno in cui, perdendo il coperchio, potrei non capire cosa ho dentro. Il mio contenitore lo riempio con tutto quello che trovo e che posso, e lo svuoto ogni volta che ritengo valga la pena il che, per fortuna, succede spesso. Non ho imparato la misura, se conoscerla, significa spendersi con parsimonia. L’unica cosa che ho imparato a fare è annullare le aspettative, ma m’illudo e sogno ancora. E mi perdo mamma. Te lo dico perché una parte di me sogna il giorno in cui troverai un coperchio in giro e verrai da me dicendomi: è tuo.

 


Barbara Bedin è nata a Monselice (PD) in un giorno d’inverno del 1969 e lavora nell’ufficio commerciale di un’azienda cosmetica italiana. Per molti anni ha girovagato per l’Italia in cerca di mare e un clima migliore ma, alla fine, si è arresa al richiamo della nebbia. Suoi racconti sono pubblicati su Cadillac Magazine (nr. 11 e 16), Grafemi e per noi Abbiamo le prove.