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io e Cat Power al ristorante sardo (e altre avventure)

Bentornati a Persone famose che mi hanno conosciuto, la rubrica in cui Chiara Papaccio racconta le persone famose che l’hanno conosciuta.

 

Cat Power accoglie con gioia, un accenno di battito di mani ed entusiasmo infantile l’insalata di polpo che ha ordinato. Ho idea che sia la prima volta nella vita che la mangia. O meglio: che sta per. Prima la fotografa, perché le piace l’impiattamento con i tentacoli tipo raggi di sole che partono da un cuore di ceci e altre cose che nel frattempo – sai che novità – ho dimenticato.

Piccolo inciso, ma chi m’ha cecato di scrivere gli incontri con le persone famose che m’hanno conosciuto? Violetta, non potevi dissuadermi un po’ più forte? Tutte le parti interessanti, i juicy bit! I dialoghi verbatim! Me li sono scordati. Zero professionalità! Zero prescienza! Non potevo prendere appunti? Vabbé.

Piccolo inciso, bis: ora la foto al cibo sembra all’ordine del giorno, l’instagrammata del piatto anzi ha fatto un giro completo ed è diventata la cosa più banale che si possa fare in un ristorante. Ma qui, cari miei, stiamo parlando di un’instagrammata ante litteram, con una macchina fotografica forse nemmeno digitale. Che sia questa insalata di polpo all’origine di tutto? Che sia questo il battito d’ali dal quale nasce la tempesta, eccetera eccetera? Pensiamoci. E andiamo avanti.

Dunque. Eravamo io, Chan Marshall/Cat Power e l’ufficio stampa italiana di costei, The Artist Presently Known as Zia Micio, in un ristorante sardo di Milano che forse era in zona Senato, forse no – chi può dirlo? Forse solo Zia Micio. Mentre Cat Power fotografava l’insalata di polpo, dei turisti giapponesi che ci stanno sempre come il cacio (sul polpo?) fotografavano lei. Sono anni che mi chiedo: ma l’avevano riconosciuta? O avevano riconosciuto la faccia da superstar in pectore? Perché questa versione di Chan Marshall, ancora non fotografata da Richard Avedon, ancora non importunata all’ingresso del Mercer Hotel da Karl Lagerfeld, trasudava già abbondantissimo magnetismo. E non parlo dell’attenzione che esercita il disturbo mentale più o meno esibito. Parlo del look. Quel giorno Chan indossa vestiti non suoi: giacca militare due taglie più grande, jeans arrotolati in fondo e in vita, stivali da biker. Sono quel che rimane di un ragazzo ripartito con urgenza per un altrove distantissimo, un ragazzo che peraltro non tornerà indietro, e Chan ce li ha addosso per sentirselo più vicino. Quella cosa sentimentale che noi ragazze facciamo di quando in quando finendo ad assomigliare al pagliaccio Tata di Ovada, nella migliore delle ipotesi. Non lei. Lei sembra uscita da un photoshoot, beh, con Richard Avedon. Sembra un incrocio fra Ally Sheedy e Judd Nelson in The Breakfast Club. Quel livello di finto casino, vero look studiato. Solo che Chan è davvero incasinata. Ma va?

Non è il mio primo incontro con la musicista di Atlanta (né sarà l’ultimo), ma per paura di accorciare di parecchio il tempo a mia disposizione per questa intervista non ritengo di farlo notare – la gatta parla un sacco, e non è affatto scontata la sua reazione alle cose personali che le vengono dette. Cinicamente, approfitto dell’ottimo umore causato dall’insalata. Ottimo umore che partorirà rivelazioni inattese.

Per esempio, mentre parla e mastica polpo spiega agitando la mano non armata di forchetta la personale ricetta di mamma Marshall per gli spaghetti:

– mezzo chilo di spaghetti
– acqua q.b.
– olio di oliva
– sale optional

Preparazione: calare gli spaghetti nell’acqua bollente dove avrete versato dell’olio ma forse non del sale perché fondamentalmente non lo si nomina mai. Lasciare evaporare tutta l’acqua senza scolare la pasta. Scrostare lo sformato così ottenuto dal fondo della pentola. Tagliare a fette e servire.

 

Quando ripenso a Chan Marshall e a questa giornata la mia testa si riempie della musica della sigla del “Benny Hill Show”. Non perché sia stata esilarante (più che altro surreale) quanto perché frenetica. In un attimo transitiamo dal ristorante sardo al taxi dove si svolge la quasi totalità della mia intervista e parte di una discussione niente affatto sollecitata sulle abitudini religiose delle rockstar. Cat/Chan mi mette a parte del fatto che Beck è SCIENTOLOGISTA. Detta col tono di voce dell’ “è stato ’sto cazzo” di Boris, forse anche con la mano a cucchiara. Nessuna valutazione negativa su Beck come musicista, solo… “è stato ’sto cazzo”. C’è poi un passaggio ulteriore sul nonno di Beck, che forse aveva espresso il desiderio di essere seppellito in orbita, forse l’aveva fatto, forse in realtà eravamo passate a parlare di Gene Roddenberry o di Timothy Leary, chi lo sa. Non ci metterei la mano sul fuoco ma penso che in quell’occasione Cat Power mi abbia anche introdotto al concetto filosofico del Kiss of Death poi reso popolare da “The L Word”: mai, mai, mai tatuarsi il nome dell’amato bene. Porta sfiga (vedi: Winona Forever).

La tappa successiva della deliziosa sigletta di Benny Hill è un appuntamento per un’intervista in studio a Radio Popolare, esperienza alla quale vengo invitata a partecipare e dalla quale porto con me fin da allora, custodito come un tesoro, l’equivoco di Marina Petrillo che mi scambia per entourage marshalliano credendomi americana. One of my proudest moments.

Chan si soffia spesso via la frangetta da davanti agli occhi e parla dell’amore divorante che nutre per Eminem. Ci regala, a me e Zia Micio, una versione a cappella di Lose Yourself all’ingresso della radio. Marcia e si dondola sul posto come un rapper, e ogni volta che solleva uno dei piedi temo il momento in cui lo stivale da biker non suo le si sfilerà e mi colpirà sul mento. Suggelliamo questo momento, insieme con la realizzazione che a Milano ha finalmente smesso di piovere, con un paio di Polaroid che Chan si tiene per ricordo: in una, scattata controluce, le sparisce completamente la faccia, e trova la cosa di un’ironia formidabile. Col senno di poi, anche io.

 

 

Tra le tante che ci sono, Chiara Papaccio è quella anche giornalista.