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Mio padre sognava di avere 800 metri di campi coltivati a mais

Photo Credit: cromely via Compfight cc

Una cosa che mi piace fare è vedere le case degli altri. 

Le case degli amici, certo, ma non solo. Sono una che chiama le agenzie immobiliari anche se non ha nessuna idea di comprare o affittare: va agli appuntamenti e fa delle domande interessate e via via sempre più precise (in questo sono diventata brava con l’esperienza). 

Io sono una che, quando entra, spera sempre che le case siano non solo ammobiliate, ma ancora abitate.  

Le cose che guardo nelle case, appena l’agente immobiliare è distratto, quando gli suona il telefono o, stremato dalle mie domande, si allontana un attimo “per lasciarmi pensare con calma”, sono due: i libri e i prodotti di bellezza dentro il bagno. 

Non c’è qualcosa di particolare che voglio scoprire di quelle persone, non c’è nessuna idea che cerco di farmi su di loro unendo il titolo del libro sul comodino alla marca della crema idratante, diciamo che mi piace immaginare le loro abitudini e i loro gusti. Provare a capire se, in fondo, potrei esserci io al posto loro, a vivere in quella casa: accendere il caffè sul fornello, stendere sul balcone, fare zapping sul divano mentre parlo al telefono.

Molto tempo prima che io nascessi c’era un donna che viveva nel palazzo vicino a quella che per me è e sarà sempre casa. Aveva i capelli ricci e neri e, a parte questo, non so molte cose di lei. C’è solo un aneddoto che ho sentito tante volte raccontare: la sua personale cerimonia del tè. Ogni volta la signora Stefania spostava con il braccio le tazze e tazzine, tutte del Settecento, che affollavano il suo tavolo rotondo di noce scuro, e una nube di cimici nera saliva davanti agli occhi bambini di mio padre e mio zio, suoi ospiti controvoglia durante i lunghi pomeriggi. Poi bevevano il tè.  

Sono cresciuta con l’idea che quella donna avrei potuto benissimo essere io, un giorno. E infatti. 

Nella casa dove vivo da ormai dieci anni non ci sono le cimici, ma non c’è più nemmeno un centimetro libero. Il tavolo è spesso ingombro e io ho sempre voglia di offrire qualcosa da bere a chi viene a trovarmi, preferibilmente bevande calde in tazza grande, se la stagione lo consente.  

La mia amica Billo dice che la cosa più stramba del vivere da soli è che se metti una cosa da una parte, e non la sposti, resta lì. Io penso che lei abbia quasi sempre ragione, e su questa cosa, apparentemente banale, la trovo consapevole in maniera invidiabile.  

Io sono un’accumulatrice, e questo spaventa un po’ mio padre, il cui sogno è sempre stato quello di avere 800 metri di campi fuori dalla finestra, da coltivare a mais e da scrutare, con lo sguardo libero, a perdita d’occhio. 

I mobili dentro casa mia, mio padre li ha portati di persona. Era gennaio. Un gennaio di neve fitta che io guardavo dalle finestre di una città nuova, in cui, arrivata da qualche mese, finalmente pensavo: “Mi sento felice di essere qui”. Una neve vorticosa, come la sensazione che faceva compagnia a quel pensiero. Mio padre, invece, sotto una neve a tutti gli effetti simile, era nella strada in cui sono cresciuta, davanti al cancello che ho recentemente scavalcato di notte, al ritorno dall’addio al nubilato di un’amica d’infanzia, e cercava di stipare dei mobili in un furgone. Cercava, perché la neve era troppa. E alla fine aveva dovuto rinunciare sotto gli occhi di mio zio e dell’insostituibile falegname della nostra famiglia, il signor Berti, che lo guardavano, bagnati, infreddoliti e vagamente contrariati, da sotto la tettoia del garage. Così mentre io mi convincevo del mio trasferimento, loro caricavano, scaricavano e ricaricavano il furgone. Poi, l’indomani, finalmente partivano.  

Il giorno dopo, la neve si era fatta piccola e leggera. Il montacarichi stava al centro del cortile e i mobili salivano lentissimi nel cielo di Torino. Io li aspettavo al quarto piano, senza sapere ancora bene in che ordine avrei potuto metterli. Due stanze mi sembravano un regno da arredare, organizzare e gestire.  

La grandezza delle case è un’altra cosa a cui ultimamente penso spesso. Sono abituata a immaginare i miei amici al sicuro in piccoli bilocali arredati con buon gusto e i nostri genitori che si aggirano come esploratori per case con tante stanze vuote. 

Quando è morta mia nonna avevo 8 anni. Nei miei ricordi lei sta seduta su una poltrona sotto la finestra, nella sua sala da pranzo: io passo dal giardino e mi fermo a salutarla. Lei, in effetti, era sempre lì. Non mi sono mai chiesta come fosse la sua camera da letto, se pensasse a qualcosa in particolare prima di addormentarsi o cosa vedesse sul soffitto. Il piccolo corridoio che separava la cucina e la sala dove si affacciava la finestra sul giardino dal resto della sua casa, per me erano i confini del nostro mondo in comune. Quando è morta ho scoperto che aveva un’intera parete di Gialli Mondadori, oltre la porta che non avevo mai avuto la curiosità di varcare. Se ci penso ora, vedo le stesse edizioni che mi fermo a esaminare tutti i giorni sulle bancarelle di libri usati sotto il mio bilocale. La cosa che ho pensato a 8 anni e a cui ogni tanto mi capita di ripensare è quante parti di lei mi posso essere persa: intere pareti colme di visi e voci.

La mia casa è piccola e le mie cose si mettono in mostra. Niente segreti per chi entra. Anche se, a questo punto, i mobili portati quel giorno nuotano sommersi dalle altre cose. Di quella giornata di trasloco ho dei ricordi nitidi anche se sono passati tanti anni, che emergono dal clima ovattato a causa della neve: ricordo mio padre che non si perde d’animo mai, nemmeno quando il divano si incastra sul ballatoio, bloccando l’accesso alla porta di casa. Semplicemente, fa una breve passeggiata sulla ringhiera. Sento ancora il ticchettio del falegname nel silenzio delle due stanze. Perché il signor Berti ha da trent’anni un taglio che gli separa il petto in due e dentro il cuore ha una valvola che mi fa pensare a Capitan Uncino e al fatto che nella vita i pirati sono i buoni. Ricordo bene il letto che non passava per le scale. E allora l’abbiamo fatto passare dal soppalco. E poi la dormeuse che non passava tra l’armadio e il muro e allora l’abbiamo spinta. 

Alle dodici in punto abbiamo pranzato, come succede sempre quando c’è il signor Berti. Abbiamo riso, noi quattro, parlando di dove sta il cuore e di altre cose. 

Sono uscita dalla mia nuova casa alla fine del pomeriggio: fuori faceva già buio. In cucina, mio padre, mio zio e il signor Berti stavano appendendo un vecchio manifesto di un film con Clark Gable e un’attrice bionda. Un’amica di mio padre aveva da poco rilevato un vecchio cinema per farci una fabbrica di cucine e mio padre era passato a ritirare tutto quello che era rimasto della precedente gestione. Il signor Berti aveva preparato un pannello di legno per proteggere i visi dei due attori fascinosi dal passare del tempo. 

Al mio ritorno, quella sera, mio padre, mio zio e il signor Berti non c’erano più: le luci erano spente, la casa vuota con i mobili dentro, silenziosi.  

L’ultimo anno di liceo, quando vivevo con i miei genitori e tornavo al mattino dopo essere andata a ballare, mi fermavo a guardare il cancello di casa prima di entrare, con la chiave sospesa a mezz’aria: chissà dove vivrò, mi chiedevo. E in modo confuso ed entusiastico, immaginavo il mio futuro. Da qualche parte, vedevo una casa. 

Da alcuni mesi sto portando un po’ delle mie cose in un’altra casa, di un’altra persona, in un’altra città. Un giorno di questa estate, con l’afa che mi appiccicava la fronte, le guance e il collo, sono entrata sola in quella casa e ho visto i miei oggetti che riposavano comodi, ognuno al suo posto. Li ho guardati come guardo le cose degli altri nelle loro case, con una certa ammirazione, perfino, e ho sentito il caos di casa mia come fosse una canzone in sottofondo alla radio. Una bella canzone. Guardando i miei vestiti, composti e tranquilli nella cabina armadio bianca, ho pensato con una certa sorpresa: anche questa potrei essere io. 

Di notte, nella casa dove sto portando le mie cose, mi capita di restare in ascolto dei rumori sconosciuti oltre le persiane chiuse, ma, se devo alzami nel buio, non accendo la luce. C’è tanto spazio ancora vuoto e io avanzo fiduciosa, piano piano, un passo avanti all’altro come se camminassi alla conquista della mia personale luna di parquet. 

Quando ero piccola mio padre aveva costruito una casa per gli gnomi. Gli gnomi miei e di mia sorella, che lui nascondeva lungo il sentiero dove poi ci portava a fare i picnic con nostra madre. La casa aveva una porta rossa con una piccola grata nella parte superiore da cui guardare fuori, due finestre ai lati e un balcone al primo piano. C’era sempre qualche gnomo affacciato. “Ci sono dei momenti in cui bisogna essere capaci di stare a guardare, alla finestra, e aspettare.” Questa è una delle frasi che più amo di mio padre e i miei gnomi si sono dimostrati ottime sentinelle. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a distinguere sotto le dita la sensazione del contatto con il pongo che componeva le stanze. La consistenza delle canne di cui era fatto il tetto. Credo che l’idea di casa sia più che altro questo: un posto dove non hai bisogno di vedere per saperti muovere.  

Durante le mie incursioni nelle case degli altri, mi prendo, ogni volta che riesco, un attimo per guardarmi nello specchio del bagno prima di andare via: osservo tutte le cose accumulate negli anni nelle stanze che ho abitato. Cerco sulle mie palpebre i biglietti conservati, nei miei capelli i contratti di lavoro temporaneo firmati, sul mio naso le tazze, i piatti e i bicchieri. 

 

 

 

Irene Roncoroni vive e lavora tra Torino e Milano. Segue l’ufficio stampa della casa editrice digitale Zandegù, legge sempre, nuota ogni volta che è possibile. Su twitter la trovate (da poco) come @NeneRoncoroni.