Crea sito

Carpe diem

La storia vera di questo lunedì ha tutto il sapore di un addio, quello di Ilaria, che non dimentica, però, una cosa importante: andare avanti è l’unica strada che ci è concessa.

Se questo fosse un racconto di fiction, come quelli che scrivo di solito, mi sarei trasformata in un personaggio diverso, più coraggioso, più propenso all’azione. Avrei preso il telefono, dopo aver visto la tua fotografia, e avrei composto il numero a cui domandare: come è potuto succedere?
Mi sarebbe piaciuto raccontare la ricerca della lapide giusta, l’esitazione sulla soglia della cappella, persino il lungo viaggio in treno se avessi deciso di farti seppellire nel paese dove eri nato. Sarebbe stato un finale più giusto, un pizzico di epica in questo dominio dell’entropia dove mi affanno spesso a trovare il bandolo della matassa e quando non c’è so che almeno posso rifugiarmi tra le mie pagine per immaginarne uno.
La fantasia che già quindici anni fa io riversavo nella scrittura tu la usavi per disegnare le piccole cose di ogni giorno, e poco importa se il colore usciva fuori dalle righe, se l’immagine complessiva perdeva di senso. Come quando era già finita tra noi e mi proponesti di partire per un’ultima vacanza, sospendere i giorni in una bolla dove fingere per un poco che il nostro tempo non fosse già scaduto. A trent’anni sarai una donna in carriera, con i tacchi alti e la borsa di pelle, mi accusavi quando la mattina mi svegliavo presto per andare a lezione. C’era sempre qualcosa di più divertente da fare che costruire il proprio futuro: una colazione lunga, il cinema pomeridiano, le tue prove con il violino che pizzicavi senza saper suonare, un aperitivo che cominciava alle quattro e finiva a notte fonda.

Era la tua dittatura del carpe diem che non sopportavo e tra le tante cause che ci rendevano una coppia male assortita adesso è questa che riemerge con forza e resta a galleggiare sulla superficie informe dei ricordi. Avevi una quantità di giorni contati di fronte: tutti li abbiamo, ma tu lo sapevi. Eri stato costretto a capirlo al liceo, quando ti avevano diagnosticato la malattia, mentre io l’avevo solo intravisto con la coda dell’occhio: l’esperienza dell’ospedale ci accomunava ma il mio era stato un giro veloce, con gli occhi serrati e le mani strette a pugno. Io ero uscita dall’altra parte: tu ci abitavi dentro.

Se questo fosse un racconto inventato mi sentirei in colpa per non averti capito, anche se avevo diciannove anni e ignoravo tutto del mondo; sarei pronta a rileggere ogni tua mancanza, ogni azione violenta contro te stesso e contro di me, sotto una luce nuova e davanti alla tua tomba potrei racimolare un briciolo di senso, dicendomi che hai vissuto fino alla fine come desideravi e quel caffè di fronte a cui avremmo sorriso, ricordando quanto eravamo stato giovani e stupidi, in fondo è come se lo avessimo preso.

In quel racconto che non ho scritto posso persino alterare i connotati del passato e ritrovarmi a rispondere gentilmente al messaggio con cui nel 2005 mi annunciavi il tuo ritorno dall’Erasmus a Lisbona: sono passati due anni dalla fine della nostra relazione e non ho più paura che tu perda la testa e ti metta di nuovo a pedinarmi, non sono io quella a cui tremano così tanto le mani da far scivolare il cellulare per terra, non sono io che scrivo stavo meglio con il Mediterraneo a dividerci.

Invece resto in silenzio a guardare questa fotografia su Facebook dove i tuoi amici ti dicono addio. Sono più di dieci anni che non ci parliamo e anche il tuo volto è cambiato, insieme a tutto il resto. Quella ragazza con la gonna scozzese che correva in bicicletta sui lungarni pisani non esiste più e tante cose se ne sono andate con lei. Un pezzetto l’hai portato con te e nessuno potrà mai raccontare l’estasi di quelle notti a scrivere storie horror, il cous cous con le cipolle e basta ché costava meno, le sbronze di grappa a metà giornata e i libri rubati al mercatino: quei miei primi goffi tentativi di diventare una donna adulta.

Mi resta poco da dire, adesso. Non ci saranno nuove parole tra me e te. Conservo la pietà per i vivi che sono rimasti a piangerti, per le loro ferite non ancora sanate. Per tutti noi che ci lasciamo alle spalle i vecchi amori o gli affetti più cari e andiamo avanti, perché andare avanti è tutto quello che abbiamo. L’unica strada che ci è concessa.

 


Ilaria Giannini è nata in Versilia e vive a Firenze, dove lavora come giornalista e soffre la nostalgia del mare. Scrive su Intoscana.it e Cosebelle Magazine, ha pubblicato due romanzi, tra cui “I provinciali” (Gaffi), e insieme a Federico di Vita ha firmato “I treni non esplodono” (Piano B Edizioni), il primo libro sulla strage ferroviaria di Viareggio. Su Twitter è @ilariagiannini.