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In quante case hai abitato finora

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

Sono tornata a fare le cose di tre anni fa. A cominciare dalle multe. Questa volta non ho rispettato i varchi, sono entrata in una zona a traffico limitato. Non autorizzata. Segue la dipendenza da manicure, come segno di non trascuratezza. Il vuoto nello stomaco perenne. La bocca che si chiude per fare spazio a pochi liquidi e rarefatti solidi. L’ultima volta che ci siamo lasciati ero arrivata a pesare 55 chili che moltiplicati per un metro e 76 di altezza, facevano di me uno scopino stura cessi. Questa volta non sarà l’ultima, ma la definitiva. Lo capisco da come non mi guardi, da come non mi ascolti, da come non mi baci. Più.

Abbiamo due cani, facciamo i civili – ci siamo detti. Se vuoi prostituirti pur di fare l’attrice io non voglio saperne niente – è stata la tua affermazione, civile, subito dopo. Abbiamo una macchina comprata a rate insieme, facciamo i civili – ci siamo detti. Sei possessivo, un meridionale di merda – è stata la mia affermazione, civile, subito dopo. Abbiamo un affitto da pagare, un contratto 4+4 siglato insieme, facciamo i civili – ci siamo detti. Non toccare più le mie cose, nemmeno per lavarle, è stata la tua affermazione, civile, subito dopo. E sai bene che a me se mi parli di vestiti da non toccare, di tazze da lasciare sporche nell’acquaio, di scarpe da abbandonare all’ingresso senza alcuna destinazione, mi fai più male che a darmi della puttana. Le cane ci guardano perplesse e hanno incominciato a dare i primi numeri anche loro. 6, quella che guarda a terra. 85, l’anima del Purgatorio.

 

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

Il mese scorso eri con me a casa di nonna. Tu non l’avevi mai vista la casa in cui sono cresciuta. Io non l’avevo mai vista svuotata. Ti ho chiesto di darmi una mano a fare un po’ di foto. Immagini di un luogo che non è più e che sta tutto nello scatto flessibile che stringo in un palmo di mano. Ché io alle cose ci voglio più bene che alle persone. E voglio bene alle persone che stanno nelle cose. E nelle case. Con nonna siamo andate via da quella casa prima che maturasse il tempo di braccia stese ad asciugare le debolezze degli anni. Di quell’ultimo piano al numero 66 di via Francesco Girardi, ricordo. Ché da bambina ci stavo per ore a parlare col muro, nell’angolo sinistro della camera da letto la sagoma di un bambino in calzoncini blu e camicia bianca. Ché quando ancora non arrivavo all’interruttore della luce, il buio di quella stanza mi inquietava e allora per tranquillizzarmi succhiavo il ferro battuto della testata del letto. Quel sapore salato cercato con la bocca mi rassicurava sul fatto che fossi ancora viva, nonostante l’oscurità del luogo. Avrei voluto raccontarti delle coperte rimboccate fino a bloccare il respiro, del latte e nesquik ustionante nelle colazioni invernali, del materasso diviso e bagnato con le mie sorelle, di nonna che si faceva il bagno il sabato sera e poi profumava tutte le stanze di borotalco, del battitappeti sotto il calendario di Padre Pio, delle bottiglie di liquore mai aperte, di quel quadro che non si sa se è di valore oppure no, di quell’altro di cui forse vale solo la cornice, degli uccelli che venivano a mangiare sul terrazzo, del sole in cucina, della mia scrivania, dei ritratti sul comò, del telefono Sip all’ingresso, del portascarpe anni quaranta, della scatola di scarpe con le lettere d’amore dei miei, dei disegni di zio Michele, del sale grosso nelle tasche dei cappotti, della bella ‘mbriana, dei conigli allevati dalla dirimpettaia, di mia madre che quella casa non la voleva più e di mia nonna che la voleva ancora. Di mio nonno che è rimasto ancora lì.

E invece ci siamo messi a scattare in silenzio e a me è venuto in mente di quando il giorno dei funerali di mio padre capii di non amare il ragazzo con cui stavo già da un po’. All’epoca ancora non conoscevo la sublime arte del manicure, che tutto nasconde sotto strati di lacca colorata. Nella perfezione delle mie dita senza cuticole il tempo speso a far passare il tempo. Quando non ho più nessuno da cui tornare. E se incontro qualcuno di nuovo voglio che almeno mi si dica “che belle mani”.

 

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

Mentre rivedo le fotografie, penso all’idea medievale che hai di me e della mia attorialità, rivedo la tua faccia dura, gli zigomi alti, l’indice destro che accompagna quel labiale strettissimo pro-sti-tu-irsi, mi chiedo se hai pensato che io fossi una zoccola anche la prima volta che mi hai incontrata, che è stato proprio a teatro, e se magari quell’idea abbia acceso in te una qualche eccitazione. Ho deciso che mi metterò alla ricerca di una attrice che si prostituisce. Voglio studiarla, capire come vive. Scoprire se i suoi espedienti esistenziali sono simili ai miei. Mi ostino a non darti ragione, ma magari ho torto. Voglio vedere se una attrice che si prostituisce passa 8 ore in ufficio a fare l’impiegata, due alla posta una volta ogni due mesi per pagare le bollette con i soldi guadagnati come impiegata. Voglio vedere se una attrice che si prostituisce legge a quanto sta la benzina prima di scegliere un distributore per fare rifornimento, se chiede alla mamma di intestarsi l’assicurazione della sua macchina. Voglio vedere se una attrice che si prostituisce perde le parole durante un provino importante, se le fa fatica guardare negli occhi un regista. Voglio vedere che rapporto ha con la propria femminilità una attrice che si prostituisce, se si percepisce sensuale quanto una busta di mozzarella piena di siero e senza mozzarella. Voglio capire se l’attrice prostituta pensa di avere acqua in eccesso e rotule pesanti. Voglio scoprire se quello della ritenzione idrica è un problema comune a tutte le attrici prostitute. Se scopro che hai ragione ti chiederò scusa. Vorrà dire che tu hai capito tutto di me, mentre io meno di niente. Una parte di me vorrebbe che tu avessi ragione. Più facile tenerla che venderla una casa. Fin tanto che è tua hai tutto il tempo per lamentartene, per raccontarti che è soltanto una spesa, che non è stato un investimento intelligente, che nessuno la può abitare perché è una casa triste. Ma quando la svuoti e la vendi è un atto di coraggio da compiersi ad occhi chiusi, come quando si concepisce un bambino. E tu di bambini ne vuoi, tanti, almeno tre. Ed io di bambini non ne voglio nessuno e gli occhi quando facciamo l’amore non li chiudo mai.

 

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

Ci siamo incontrati sulla copertina di un suo romanzo. C’è questo ritratto di donna che un po’ mi assomiglia avvolta nel blu scuro, colore distintivo dell’editrice. Quando arrivo in cassa per pagare trovo Federico, un amico, un collega di master. Ci metto un po’, resto a parlare. Lui mi dice che lavora lì da poco, che il libro è bello e l’autore abita proprio da quelle parti. Gli chiedo precisamente dove. E ci vado. Sarei felice di vivere a Roma se anch’io stessi in un bel appartamento del centro, penso, mentre mi dirigo verso il portone di casa dello scrittore. Ma quando stai in periferia neanche lo senti di stare a Roma. Piuttosto ti senti sempre fuori, da tutto. Non sei più a Napoli, ma non sei nemmeno a Roma. Sono ai confini. Lo vedo uscire dal portone con indosso un impermeabile dello stesso blu del libro. Nemmeno mi vede, lascia che il portone si richiuda da solo, si incammina in direzione della libreria stringendo un sigaro spento tra le labbra. Desiderio animale di voler essere quel sigaro. Rinuncia della vita allo stato umano per piegarmi ad una esistenza da cilindro di tabacco pur di trovarmi tra quei due strati, in quello spessore di carne. Passano mesi prima che io lo riveda. Intanto il libro l’avevo letto a sorsate avide e poi me lo ritrovo tra il pubblico dell’ultima replica. Quando mi stringe la mano, probabile che la mia faccia tradisca una confidenza già acquisita perciò “Alessandro, soltanto Alessandro” mi dice. Evito i complimenti per il romanzo, mi vergogno per le cose belle che mi dice e che non ascolto. Mi vergogno del fatto che piuttosto che ascoltare le cose che mi dice mi fisso a guardargli le labbra. Ha un modo ipnotico di umettarsele, frequentemente, con la lingua. Quella sera ci salutiamo con dei casti baci agli angoli della bocca. Un confine esistenziale che mi piace, penso subito dopo, una geografia dove abiterei volentieri.

 

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

L’argomento preferito di mia nonna è sempre stato il suo fidanzato storico. Antonio, quello che l’ha lasciata dopo nove anni di fidanzamento. Quello che l’ha dovuta lasciare perché aveva messo incinta una cugina. Quello che faceva l’orefice. Ché avevano già comprato la camera da letto e i mobili del soggiorno e li tenevano tutti stipati tipo deposito a casa della mamma di lui, donna Mercedes. E in nove anni di fidanzamento s’erano fatti pure il corredo di lenzuola e asciugamani e valigie da viaggio e pentole e.

Antonio era ricco e la guerra nemmeno l’ha sentita. A casa sua mangiavano carne per pane, mi racconta nonna. Anche sotto i bombardamenti. Perciò quando lui l’ha lasciata lei l’ha riempito di pugni all’altezza del ventre. E lui immobile, all’incrocio tra via Toledo e via Girardi, si lasciava picchiare. E in quel momento aveva un viso che non diceva niente, racconta nonna. Nemmeno l’abbassava la testa però nemmeno parlava. Poi, a questo punto del racconto, arriva una risata, il diversivo, l’espediente comico per non guardare in faccia la tragicità. Una volta, dice, durante la guerra, stavamo passeggiando davanti al Teatro San Carlo e all’improvviso sentiamo arrivare un carrarmato dei tedeschi e spari di mitragliatrice. Stavamo sotto braccio io e Antonio, dice, è ci siamo messi a correre per nasconderci sotto la Galleria Umberto e mentre corriamo lui inciampa ed io gli cado addosso e gli vado con un gomito nella schiena e allora lui pensa di essere stato colpito dalla mitragliatrice e non si vuole più alzare. E allora io, dice nonna, comincio a ridere forte, sopra il rumore dei colpi di mitraglia. Antò alzati, gli dico, non ti sei fatto niente e invece lui a terra a piangere, sicuro d’essere morto. Per mia nonna Antonio ha sempre 26 anni, sta riverso con la faccia sull’asfalto, ed ha una carnagione olivastra e una pelle liscissima. E delle belle spalle anche se non è molto alto, ma non lo è nemmeno mia nonna. Le asciugamani di quel corredo sono arrivate fino a me. E in un certo senso anche i mobili, perché mia nonna comprò la stessa camera da letto e lo stesso arredo per il soggiorno quando, due anni dopo, si sposò col nonno.

 

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

Prima di svuotare casa è venuto il sensale a fare una stima del mobilio. Ha certificato che non ci fosse niente di valore. È roba da poco conto, dice che ha detto a mia madre, tutta roba degli anni Cinquanta ma scadente. No vintage ma vecchia, dice che ha detto a mia madre. È tutta roba da macero, non da recupero, dice che ha detto a mia madre. Quale restauro e quale antiquario, qua bisogna trovare qualcuno che senza farci spendere troppi soldi si scende tutta sta monnezza da questo padreterno di ultimo piano, dice che ha detto a mia madre.

 

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

Photo credit: Carmen Barbieri e Davide Basile

 

Non ho mai saputo con precisione quante case tu abbia abitato finora; quando all’inizio della nostra relazione mi raccontavi con una spiccata intenzione seduttiva gli episodi più divertenti o più commoventi della tua infanzia, dei tuoi racconti ricordo solo incipit confusi in cui precisavi “quando stavamo nella casa di via pitagora”, “all’epoca vivevamo a discesa castello”, “la cucina di via ruffo affacciava”, “da bambino stavo spesso da nonno a traversa marinella”, “il primo bacio è stato con Adele al palazzo di via XXV aprile, io quinto le quarto piano”, “nella guardiola del condominio a via dei greci tutti i genitori ci nascondevano i regali di natale per i figli”. Mentre mi osservo liberare i cassetti dell’armadio dalla biancheria, mi chiedo chissà come racconterai, da domani in poi, delle tre case che abbiamo abitato insieme. E cosa dirai di me? Tu che hai vissuto in tante case, mentre io sono cresciuta solo in una. “Il complesso della casa di nonna” – esisterà in psicologia? La teoria dell’attaccamento di Bowlby alla luce delle sistemazioni abitative dei mammiferi, potrebbe essere? Ti ho perso la mattina del 16 luglio mentre correvi in spiaggia al Circeo con le nostre cane ed io seduta sotto l’ombrellone ripassavo le battute di “Trovarsi” e non c’è stata alcuna intenzione fisica di essere con voi a sporcarmi di sabbia e pulirmi di mare. 9 mesi dopo l’inizio della nostra convivenza. Sono passati 9 anni e tu hai troppe case da raccontare. Io soltanto una e la cosa non mi riesce mai bene. Per questo ti avevo chiesto di aiutarmi a scattare delle fotografie, ma tu mi hai vista piangere e te ne sei andato via. Dall’alto delle tue tante case, con il tuo speciale distacco da tutte le cose, nel riflesso di quel tuo mondo parallelo al mio dove i cani devono fare i cani e non possono dormire con i padroni, dove non possono esserci colazioni senza caffè e cene senza digestivo.

 

 

Carmen Barbieri è nata e cresciuta a Napoli. Si è laureata in Storia del Teatro con una tesi sul Teatro Povero di Jerzy Grotowski: ha un master in Critica Giornalistica conseguito all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico e per un anno ha fatto finta di essere una critica teatrale. Nella stagione teatrale 2014-15 è in tournée con Roberto Herlitzka nel “Casanova” di Ruggero Cappuccio, per la regia di Nadia Baldi. Non ha nessuna relazione con l’omonima pornodiva spagnola. La potete trovare anche su Twitter