Crea sito

Non è la vostra storia

Silver - Lupo Alberto - 1977

Questo lunedì avremmo dovuto concludere una trilogia sul controllo orwelliano della maternità. Era tutto pronto.

Poi, una settimana fa, hanno ammazzato quarantanove persone e hanno cercato di ucciderne altre ancora.

Ho passato quattro giorni nella nebbia. Ero a letto, nascosta tra le coperte, non riuscivo a piangere. Ma sono riuscita a scrivere. Sono riuscita a uscire.

Avrei potuto tagliare questo pezzo, parlare solo di me. Ho deciso di non farlo: non me lo sarei mai aspettato, ma Orlando mi ha dato le parole per spiegare quanto credo che Abbiamo le prove sia importante per tutti. È qualcosa. Non compensa una sola delle vite che sono state distrutte. È tutto quello che ho, in questi giorni.

Ecco qui.

Nota linguistica/politica: la lingua italiana non ha insulti per le lesbiche, lasciamo stare i bisessuali. Probabilmente perché non esistiamo: le lesbiche perché non è vero sesso, i bisessuali perché sono creature mitiche. Questo non ci mette al riparo dai rischi: di solito alle parole si sostituiscono gesti o eufemismi dolorosi. Di seguito userò la parola frocio: spero che i gay maschi, tradizionali detentori del titolo, non se ne abbiano a male. Pensatela come un termine collettivo per tutti i sottintesi, tutte le spiegazioni di come essere sposata con un uomo non cancella il fatto che mi piacciono le donne e viceversa, tutte le volte che meglio se non ti trucchi con noi, metti in imbarazzo

Non mi sono ripresa dall’assassinio di Matthew Shepard. Non so se mi riprenderò dalla strage di Orlando.

Il punto è semplice: il terrorista ha sparato a dei froci. Ha sparato a quelli come me. Ha sparato in un locale. Ha sparato dove ci sentiamo al sicuro così tanto da ballare abbracciati.

Hanno sparato a dei froci perché sono froci.

Questa non è una bomba nella metropolitana. È una bomba in una sinagoga con una bella svastica e il Mein Kampf in allegato.

Questo non è un attacco all’Occidente Tutto. Questa è una tragedia della comunità gay, lesbica, bisessuale, pansessuale, transgender, queer, intersex, genderqueer, asessuale, tutte quelle lettere che come facciamo a ricordarle tutte non stiamo esagerando?

Vi piace pensare che fosse un attacco all’Occidente Tutto? Peccato, avete perso la vostra occasione.

Cari etero, dove eravate prima?

Dove eravate quando vostra cugina vi proponeva di farle da testimone al matrimonio in chiesa ché fa sempre più bello e poi questo Papa è tanto buono? Avete fatto notare che il Papa Sfacciottino Amoroso considera i trans un’obbrobrio al pari della bomba atomica? Avete deciso di non pensare alla generosa offerta che veniva data a quella Chiesa in cambio della bella scenografia?

Quando tutti ripetevano l’ultima sul travone col cazzo lungo (ovviamente al maschile), vi è passata per la mente l’aspettativa di vita di una donna trans negli Stati Uniti? Se è nera sono trentacinque anni, più o meno. Forse non lo sapevate, certo. Non ve lo siete mai chiesto. Vi rendete conto di che lusso sia, non immaginarvi nemmeno la domanda?

Vi siete annoiati di tutto questo politicamente corretto? Di tutte queste parole nuove? Che cazzo è il gender? Ci sono tre sessi, ora? Cos’è la differenza tra bisex e trans? Non sono concetti più difficili della regola del fuorigioco, suvvìa, non siete stupidi e avete Google.

Non ne potete più di tutte queste serie televisive in cui finisce sempre che almeno un personaggio è gay? Benvenuti nel nostro mondo in cui tutti sono etero fino a prova contraria, a partire dalla domanda ma ce l’hai il fidanzatino? a sei anni.

E già che qualcuno pensa ai bambini: questa è una bellissima serie a fumetti che leggi anche a dieci anni. Ci sono ragazzine lesbiche e trans, considerate di regalarla al vostro nipotino a Natale o avete paura che sua madre pensi che state provocando? Pensate a noi che provochiamo e ostentiamo guardando la persona con cui dividiamo la vita.

Avete notato che noi diciamo persona per nascondere il nostro amore, voi che mettete la fede al dito senza pensarci? Avete sospettato il nostro terrore? Avete fatto qualcosa per farci capire che potevamo far cadere il teatrino, che non ve ne sareste andati, che non ci avreste sputtanato? Quando il vostro compagno di classe si beccava del [gesto sull’orecchio e polso pendulo], avete detto qualcosa o avete avuto paura di finire nella lista dei finocchi? Magari avete detto qualcosa, ma poi avete compensato con una battuta sul sapone nelle docce comuni? Avete comparato quanto è realistico il terrore che un gay violenti un maschio etero e quanto è realistica la paura che un maschio (più o meno etero) faccia strage di gay?

Il mese scorso avete detto che in fondo cosa conta il nome “matrimonio”? Se vi sentite attenti alle notizie magari avete aggiunto che è un po’ un peccato quella cosa dei figli ma quelli che possono permettersi l’avvocato andranno in tribunale (gli altri ciccia, e vi dite di sinistra). Avete tirato un sospiro di sollievo perché ora si passava ai Problemi Veramente Importanti, altro che ‘sti rompipalle che non si accontentano? Avete pensato alla nostra dignità? Avete pensato al vostro quieto vivere?

Quando qualcuno dice che il Pride è una carnevalata, che fate? Dite che ah sì, sono tutti mezzi nudi, che roba? Dite che ma no, quelli normali sono di più? Dite che i diritti umani spettano agli esseri umani, non a quelli che fanno i bravi? Sapete chi era Sylvia Rivera e raccontate la sua storia?

E se avete fatto tutto dalla nostra parte, se avete studiato e fatto i compiti, se avete percorso tutta questa strada al nostro fianco, cari etero: non l’avete ancora capito?

Noi non siamo uguali.

Le nostre storie sono diverse. Le nostre vite sono diverse.

Ora è il momento in cui state zitti, cari etero, e lasciate parlare noi per cui dire qualcosa è un rischio da quando avevamo tredici anni.

Quando ero piccola pensavo, da positivista, che le parole fossero abbastanza per capire. Magari un po’ di ausili multimediali, come dice la prof di liceo che mi ha dato metà dei geni. Io ti spiego bene, tu capisci, le nostre menti saranno una cosa sola.

Poi ho vissuto.

Credo sempre al valore dei dati statistici e della logica, penso che la scienza sia un culmine dell’esperienza umana. Non credo più che basti. Me l’avrebbe dovuto insegnare Star Trek: gli iper-logici Vulcan sono i primi a capire che la logica non è sufficiente per un mind meld, ci vuole un flashback fuori fuoco con degli effetti speciali lisergici.

La logica perfetta manca il bersaglio. L’unico appiglio sono le storie degli altri. Quegli altri che sono diversi da te, che mettono in chiaro che sono diversi e ti regalano un pezzetto approssimato di se stessi.

Quindi ecco qui un pezzetto di me: la prima volta che sono entrata in un locale gay. Non era un locale latinoamericano in Florida, era inquietantemente milanese. Era tutto diverso dal Pulse. Come il Pulse per quelli che ci sono morti, era… beh, vedete voi cos’era.

Ecco qui.

La prima volta che sono entrata in un locale gay, dicevo, avevo vent’anni e mi avevano appena diagnosticato il secondo tumore. (Buona parte dei miei aneddoti contengono frasi come “e ho scoperto che la morfina su di me non funziona”, ma questo è un altro problema.)

Avevo chiamato in lacrime la casa dell’Erica, base semiufficiale del giro di amici. Due giorni dopo avevo la biopsia, dovevo uscire prima che fosse troppo tardi. L’Erica aveva risposto: “no, sai, ieri sera sono andata agli MTV Movie Awards e sono stanca” (ciao Erica, se mi leggi questo è il vaffanculo che avrei dovuto spararti sui denti all’epoca). Gli altri l’avevano convinta a uscire: erano seguite due ore di Erica-show che sfoggiava tutta la sua prorompente eterosessualità con qualunque maschio di passaggio per Brera. Io morivo. Mi ero scusata, avevo raccattato su il Fumagalli, il mio povero ex che era l’unico a sapere, e gli avevo chiesto di accompagnarmi fino alla festa della Lista lesbica italiana.

Perché sì, avevo un computer con internet, quasi novissima cosa nel 1998, e mi ero iscritta alla mailing list delle lesbiche, in un segreto degno dello S.H.I.E.L.D. (Avevo dovuto confermare di essere una femmina facendo una telefonata alla mitica Roberta Calì, fondatrice; l’avevo chiamata dal telefono pubblico davanti a Fiorucci in corso Vittorio Emanuele, di sabato, sotto i saldi, parlando a voce bassissima. Black Widow ain’t got shit on me.)

Sapevo che le lesbiche esistevano, quindi. Almeno online. E in qualche film. E quella Ellen aveva detto di esserlo e infatti avevano chiuso la serie. Non sapevo che esistessero i bisessuali, ma questo meriterebbe un altro articolo. C’era una lesbica dichiarata, nel mio liceo (ciao Francesca, spero tu abbia una vita bellissima). Ero andata alla manifestazione del 25 Aprile 1994 perché avevo letto sul Corriere che ci sarebbe stato uno spezzone dell’Arcigay e avevo visto due donne abbracciate in Piazza San Babila (no, Berlusconi mi ha sempre spaventato meno dell’idea che gli altri sapessero). E sapevo che c’erano locali gay, circondati da un’aura di trasgressione. Io ero una ragazza a modo, ma stavo crepando di cancro: non importava più nulla.

Mi ero abbarbicata al Fumagalli e gli avevo chiesto di accompagnarmi a questo mitico Recycle. C’era sciopero dei mezzi. Avevamo camminato un’ora e mezza lungo la morte dell’anima di viale Jenner, fino alla porta che lui non poteva passare: nel weekend era solo per donne.

Il locale era un appartamento trasformato in tre stanze con un bar. Le pareti erano decorate con dei pezzi di macchinari arrugginiti, siamo sempre stati avanti sui tempi con l’interiore design. Il mobilio era 100% IKEA, tranne biliardo e calcetto.

Ed era pieno di donne. Alcune erano abbracciate. Altre no. Forse due si baciavano. E la mia testa di colpo conteneva solo un pensiero: sono tutte come me e io non sono sola e io esisto davvero.

Io non sono sola.

Io posso esistere.

Io esisto.

La festa era mezza finita, ero in ritardo come sempre, ero imbarazzata e imbranata come sempre. Non ero diventata un supereroe, non lo sarei mai diventata.

Nella ricerca di quei baci che vedevo lì avrei trovato relazioni orribili (ciao Paola, non mi hai distrutto). Leggendo oltre i confini di quelle pareti avrei capito che i bisessuali non sono Infidi Infiltrati, e sarei arrivata ad esserlo con l’orgoglio che mi aveva insegnato quel luogo. Avrei imparato parole come transfobia e l’avrei condannata con particolare foga nelle donne che amano le donne.

Ma imperfetto e limitato come tutte le imprese umane, quel locale, quella notte, mi ha salvato. Quel locale mi ha reso me stessa come nulla avrebbe potuto fare.

I locali gay sono un luogo sacro.

I locali gay sono il diritto d’asilo di una comunità che deve considerare con cura ogni passo, ogni mossa, ogni sguardo: non è sempre possibile che quei due frufru siano cadetti di West Point, e abbiamo il diritto di essere pacifisti, e comunque il miglior addestramento militare non è sufficiente. Nel locale di Orlando c’era un Marine. Ha salvato settanta vite umane. Ma quarantanove sono state interrotte per sempre. Non basta.

Hanno sparato nella nostra chiesa.

Non hanno violato lo spazio sacro dell’Occidente Tutto, hanno violato il nostro spazio. Il porto sicuro di noi gay, lesbiche, bisessuali, pansessuali, transgender, queer, intersex, genderqueer, asessuali; noi quelli lìnoi che non siamo voi. Noi diversi, l’eufemismo per eccellenza: vedete che le parole vi tradiscono?

Voi potete stare male per noi, ma non starete mai male come noi.

Vi mancano i riflessi pavloviani di una storia vissuta sulla vostra pelle.

Volete lottare per un mondo in cui Orlando è una violenza a tutta l’umanità? Benvenuti. Sedetevi pure. O state in piedi, si vede meglio la drag che si è fatta una gonna con una piscina gonfiabile di Barbie.

Ma ricordatevi: il palcoscenico è nostro. Voi siete la security. Voi tirate dentro altri. Smettetela di preoccuparvi della vostra rispettabilità e pensate alla fragilità della nostra, non lasciatene passare una agli omofobi (e ai peggiori “io non sono omofobo ma”) e pensate che a noi non ne lasciano passare una.

E ascoltate le nostre storie.

Sarà meglio di un mind meld, sarà un mondo intero, sarà la più umana approssimazione di essere insieme.


Marta Maria Casetti è nata a Milano nel 1977 e vive a Londra da dieci anni. Ha fatto un po’ di tutto. Da marzo è la curatrice di Abbiamo le prove. E sì, la morfina non le fa nulla come antidolorifico.

[Questo pezzo rielabora una versione apparsa su Medium.]