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Buona la prima

Sarà che nel mio torbido passato c’è una recensione (ovviamente entusiasta) de La maschera di Zorro, ma questo regalo di Milo Busanelli mi ha risollevato la giornata. Ma l’arte va condivisa, che siano parole o immagini, che sia sofferente e sgradevole o che faccia ridere di cuore.

Buon divertimento, e ricordatevi che Mariangela Melato ha fatto anche Flash Gordon.

Una o l’altra non faceva differenza, se mia madre pensava che Economia e marketing a Reggio Emilia fosse la scelta giusta per trovare lavoro mi sarei iscritto lì. E così ho fatto. Tanto il mio obiettivo era un altro, per raggiungerlo l’università non contava, era nel tempo libero che dovevo costruire il mio futuro nel cinema. Kubrick si era diplomato a malapena, Truffaut marinava la scuola, Hitchcock era stato espulso; a cosa serviva essere uno studente modello?

Quanto ai miei compagni di studi non sapevano nemmeno chi fosse Mizoguchi, non credevano che La corazzata Potëmkin durasse poco più di un’ora, per loro il bianco e nero era tabù, figurarsi il cinema muto. Uno mi confidò di aver visto quel film di Pasolini, ma non si ricordava il titolo; quando scoprii che era 8 e mezzo (“carino, ma un po’ pesante”) gli consigliai Amarcord, ma l’aveva già visto da piccolo (“quello dove scoreggiano?”). Almeno non mi chiamavano cinofilo come alle superiori.

Restavo alla biblioteca Panizzi finché chiudeva, poi aspettavo in macchina davanti al Rosebud con un panino portato da casa. Ero sempre il primo a entrare, tanto che una volta la cassiera mi ha detto che il film iniziava alle nove anche se arrivavo per pranzo.

In sala sedevo nelle prime file, tra spettatori che non parlavano nemmeno durante i trailer, in testa un’idea fissa: nei titoli di coda, un giorno, ci sarei stato io. C’era da risolvere il problema del cognome: Busanelli suonava rustico, ma pure Matarazzo, Bava e Germi non erano granché.

Una di quelle sere ebbi l’illuminazione, l’idea del mio primo cortometraggio, non ero ancora arrivato a casa che trovai anche il titolo: Transeunte. “E cosa vorrebbe dire?” Elencavo i sinonimi e quando mi facevano altre domande non rispondevo. La storia di una ragazza che lascia il fidanzato, viene inseguita e una volta raggiunta urla di non averlo mai amato può sembrare già sentita, ma per giudicare i film bisogna vederli, nessuno direbbe che Luci della città è un capolavoro dalla trama.

Non ero ingenuo, sapevo che guardare tanti film non significa saperli realizzare, per questo presi in prestito un manuale di tecniche di regia in due volumi e scoprii il salto di campo. Non avevo una videocamera, carrelli e luci artificiali nemmeno, ma avrei fatto di necessità virtù, inquadrature fisse con luce naturale. E i dialoghi senza microfoni esterni? Ridotti al minimo. E gli attori? Bresson li voleva inespressivi, e così io. Quanto al montaggio avevo letto che bastava un computer e il software giusto. Il primo ce l’avevo, il secondo potevo piratarlo.

Per la prima volta non mi pesava vivere a Casina, un paese dove nessuno guardava film in lingua originale “perché se leggi i sottotitoli non riesci a seguire la storia”, né essere cresciuto in una famiglia che nella libreria aveva solo una vecchia enciclopedia medica e una copia mai aperta de Il nome della rosa. Era solo questione di tempo, appena il mio talento fosse stato riconosciuto me ne sarei andato.

Avevo già pensato a tutto: mi ero preparato un elenco di festival internazionali cui spedire il film, avevo scaricato il vecchio bando del Centro sperimentale di cinematografia e annotato gli indirizzi delle case di produzione che contavano per propormi come aiuto regista. Se una strada non avesse funzionato ci sarebbe stata l’altra, nella peggiore delle ipotesi sarei partito per Roma senza certezze, come Fellini. Bellocchio aveva girato il suo primo film a venticinque anni e anch’io dovevo sbrigarmi.

Rimaneva il problema dell’attrezzatura, ma non avevo risparmi da parte né tempo da perdere per accumularne, allora chiesi un prestito ai miei. “Trovati un lavoro”, fu la risposta. Per fortuna a Scienze della comunicazione avevano aperto un laboratorio di audiovisivi, finsi di essere iscritto e ne uscii con una videocamera senza regolazione manuale del diaframma e un treppiede con la messa in bolla guasta.

A un mio amico aretino conosciuto al Festival di Venezia inviai quello che avevo scritto. Mi disse che la sceneggiatura era in realtà un trattamento (“tanto è un corto, va bene lo stesso”) e che lo storyboard era una cosa, gli schizzi del regista un’altra (“non per screditare il tuo lavoro, ma per dare il giusto peso alle cose”).

La sera qualcuno mi offrì da bere, dopo poco ricambiai e fu così che passai da un bicchiere all’altro, ero così ubriaco che del corto raccontai quello che avevo tenuto nascosto anche a quelli che non mi avevano rivolto domande. Il giorno dopo chiamò Elisa per confermare che mi avrebbe fatto da assistente, non ricordavo di averglielo chiesto, ma ero contento che la mia ex migliore amica cui avevo dichiarato il mio amore (“meglio non vedersi per un po’”) avesse cambiato idea.

Al primo esame presi ventiquattro, il voto più basso della mia carriera universitaria, tanto che il docente di Organizzazione aziendale chiese: “Sicuro di non volerlo rifare più avanti?” Grazie, ma non avevo tempo. Da mia madre seppi che Claudio (suo nipote, “ma è anche tuo cugino”) sarebbe partito in Erasmus per imparare la lingua; perché non chiedevo la borsa di studio anch’io? Spiacente, ero troppo impegnato col film, all’esame d’inglese avevo preso la lode e peggio di Moretti non lo parlavo.

Quando mi accorsi che era uscito il nuovo bando della scuola di cinema temevo che la scadenza fosse imminente. Che avessero alzato le rette e non potessi permettermela. Che il corso di regia fosse sospeso per mancanza di fondi e rimanesse solo quello da tecnico del suono. Niente di tutto questo, ma bisognava essere in regola col servizio di leva. Poco male: non ero il primo autodidatta della storia del cinema e non sarei stato l’ultimo.

Quanto agli attori i miei amici non erano abbastanza espressivi, perciò andai a un saggio teatrale dove rappresentavano L’opera da tre soldi. Ma erano straniati o non recitavano proprio? Se ne salvava solo uno e alla fine capii che era l’insegnante; quando lo chiamai il giorno dopo mi chiese se almeno era previsto un rimborso spese (“comunque ad agosto sono in vacanza, sarà per la prossima volta”).

I miei amici non erano poi così male, uno aveva l’accento meno marcato perché suo padre era vissuto a Cinisello Balsamo e un altro aveva la faccia giusta, e passi se il resto era un po’ pingue, ma non se la sentiva perché le recite scolastiche gli avevano sempre messo ansia (“chiama Chicco Salimbeni, ha recitato per Pupi Avati e nella pubblicità”). Chicco era troppo vecchio, troppo basso, aveva i capelli troppo lunghi e troppo ricci, però potevo inquadrarlo da lontano e risolvere al montaggio.

Il casting femminile fu più facile perché Elisa mi propose un’amica che aveva sempre voluto fare un corto. Anche lei appassionata di cinema? “No, ma una volta ho fatto la comparsa in un videoclip”. La band non l’avevo mai sentita, ma io ascoltavo solo colonne sonore. Lella mi fece subito una buona impressione perché assomigliava a Monica Vitti nel periodo Antonioni, anche se aveva l’aria sbarazzina e i lineamenti troppo rotondeggianti.

Elisa disse che l’avevo beccata nel periodo giusto perché era appena stata lasciata dal fidanzato e sarebbe stato terapeutico che nel corto i ruoli fossero invertiti. “E tu ce l’hai la ragazza?” Proprio ora che dovevo girare il mio primo film? “L’anno scorso dovevi finire la filmografia di Lubitsch”. Già; certi film erano introvabili. Per l’attore mi consigliò di chiedere al figlio del farmacista perché “fino a poco tempo fa scattava foto e prima ancora dipingeva; stai a vedere che dice subito di sì?”.

La notizia che un mio coetaneo di Bibbiano avesse girato un corto selezionato a Locarno giunse inaspettata: “Perché non lo contatti, semmai ti dà qualche dritta?” Saputo che raccontava di un uomo che non riusciva a fare i suoi bisogni e passava tutto il tempo in bagno, decisi che il mio sarebbe andato a Venezia. E l’avrei interpretato io.

Il primo giorno di riprese iniziò dopo una notte insonne, ma avevo così tanta energia che non mi pesava affatto (“però potevi vestirti meglio, o vieni mollato per questo?”). E se le inquadrature di lei filavano veloci, ciak dopo ciak finché non veniva fuori quella giusta (“a me sembrano tutte uguali”), le mie richiedevano più tempo e ogni volta dovevo avvolgere il nastro per rivedermi (“siamo ancora in tempo per chiamare il figlio del farmacista”).

A fine giornata controllai il girato e mi accorsi che un’inquadratura era in controluce, un’altra aveva la messa a fuoco ballerina e io ero sempre gobbo. L’indomani andò meglio, ma a metà lavorazione arrivarono due casinesi mezzi ubriachi che ripetevano “azione” subito dopo di me e urlavano “stop” a metà ripresa; li ignorai credendo si sarebbero stancati, invece uno finì per abbassarsi la cerniera dei pantaloni (“filmami questo”, ma detto in dialetto).

Quando riportai videocamera e treppiede scoprirono tutto, ma pure Herzog aveva iniziato così e alla fine mi perdonarono, purché nei titoli di coda ringraziassi l’università (me ne dimenticai, ma nessuno chiese una copia per verificare).

Durante il montaggio mi accorsi che il suono in presa diretta era inutilizzabile e che avrei avuto bisogno di una musica d’accompagnamento. Cercai su internet, riascoltai i miei pochi cd, chiesi consiglio a Elisa (“Ligabue non va bene?”), alla fine mi ricordai della retrospettiva su Béla Tarr che avevo seguito al Bergamo Film Meeting e presi in prestito una canzone magiara.

Nel frattempo pensavo all’anteprima, avrei preferito Roma o Milano, anche Bologna andava bene, ma per Elisa sarebbe stato più facile organizzarla a Casina. Ci rivolgemmo all’associazione culturale del paese, ma temevano che sarebbero venuti solo amici e parenti; ero orgoglioso di venire scartato da persone che pretendevano di divulgare il cinema e non avevano mai proiettato un film di De Oliveira. Alla fine ci accordammo di mostrarlo prima del concerto di Natale (“purché sia breve, altrimenti la gente si annoia”).

Ero combattuto sugli stacchi di montaggio: un fotogramma in più e il ritmo si sfilacciava, uno in meno e il raccordo era troppo brusco, e comunque non coincidevano con la battuta musicale. Finché l’avessi guardato solo io non mi sarei deciso, per questo chiesi a Elisa (“nessuno si accorgerà della differenza”) e alla fine scelsi a caso. Invece sulla rinuncia del bianco e nero (“troppo triste”) e sulla ripetizione del mio nome nei titoli di coda (“una volta basta e avanza”) fu determinante. Solo non potevo accontentarla per il lieto fine.

La sala era piena e quando annunciarono la proiezione si sentì qualche fischio, ma nel complesso fu seguito in silenzio, unica eccezione quelli che compravano la birra al bar. “Si vede che è una storia autobiografica” fu l’unico commento, ma a Lella pagarono da bere tutta la sera (“il prossimo è una commedia, vero?”).

Elisa mi riferì che la canzone era piaciuta, peccato non si capissero le parole. Ma perché l’avevo girato a Casina, se non era riconoscibile (“okay la scalinata, ma un’inquadratura della chiesa potevi farla”)? E il finale era sgradevole. Sgradevole mi piaceva, ma non era un complimento (“almeno ti sei divertito a girarlo?”).

Del resto era gente che non capiva niente di cinema e mi rifeci spedendo una copia a critici e registi di cui reperii l’indirizzo. La inviai senza un messaggio di accompagnamento, solo i miei contatti sul verso della busta per alimentare il mistero. Una sola risposta: “Ci conosciamo?”, e al mio “no, ma ti stimo come intellettuale” nessuna reazione.

Poco male: mi era venuta un’altra idea, la storia di una ragazza che lascia la compagna perché non l’ama più. La troupe ce l’avevo, mancava l’altra interprete e una videocamera seria per fare il salto di qualità. Quando la proposi reagirono con entusiasmo (“ma cosa ne sai, tu, delle lesbiche?”, “insomma niente commedia”, “purché non debba baciarla”).

Fu così che cominciai a lavorare alla mia opera seconda.


Milo Busanelli è reggiano, classe 1981. Ha realizzato alcuni cortometraggi e scritto tre sceneggiature per lungometraggio, finaliste al Riff e al Sonar. I suoi racconti sono stati selezionati al concorso 8×8 e pubblicati su Cadillac, inutile, #self, Zibaldoni, Squadernauti, L’Inquieto, Ellin Selae, Il Colophon, Argo, Verde, la rassegna stampa di Oblique, Cattedrale e Nazione Indiana.