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Bruxelles

Photo Credit: Kmeron via Compfight cc

 

Bruxelles non è la mia città.

Non credo arriverò mai a sentirla mia, a abitarla veramente. Tuttavia, è la città nella quale mi sveglio ogni mattina da quasi sei anni, prendo la metro e vado a lavorare. È la città nella quale ho ripreso a fare teatro e ho cercato di ritagliarmi un angolino in questo strano, a volte assurdo, melting pot.

Bruxelles è anche la città nella quale, da sabato mattina, non mi sento più al sicuro. È la città nella quale mi sono svegliata per un altro sabato pigro di letture, blog e serie TV, prima di iniziare a ricevere messaggi, allerte, notifiche: terrorismo. Stato di allerta quattro. Si sconsiglia di uscire. Bisogna evitare zone affollate, centri commerciali, mercati, trasporti pubblici. La metro non funziona. C’è l’esercito a Gare centrale, a Grand Place, lì dove dovrebbero iniziare ad allestire i mercatini di Natale, lì dove i turisti dovrebbero farsi selfie con quegli odiosi bastoni e l’immancabile gauffre o cartone di frites in mano.

Ho passato il weekend tappata in casa, in una strada – la mia – che per la prima volta non ha risuonato della musica e delle risate degli universitari di fronte, ma di silenzio, di pioggia, di elicotteri, di sirene. E di paura.

Gli echi della tragedia di Parigi, appena dieci mesi dopo il massacro di Charlie Hebdo, riempiono la città di un’angoscia inesprimibile, insieme a un nome – Salah Abdeslam, l’uomo più ricercato del momento, apparentemente in Belgio. È stato un weekend di insonnia e di news, incollata a Twitter, alla televisione belga, alla BBC. Un sabato di incertezza ha lasciato spazio a una domenica fredda che ha inaugurato il vero inverno brussellese, quello che, se va bene, durerà fino a marzo inoltrato: una domenica di perquisizioni in diversi quartieri della città, tra cui il mio. Quando hanno consigliato di stare lontani dalle finestre mi sono resa conta di una cosa: ho paura. Ho paura di sentirmi trascinata per i capelli in una guerra che non conosco a sufficienza, che non riesco a comprendere. Ho paura di uscire di casa e non sentirmi sicura, di guardare con sospetto ogni velo nella metro, di non riuscire più a leggere nel tram, sbagliando sempre fermata.

Quest’inquietudine si è acuita maggiormente domenica notte, dopo la conferenza stampa dell’esecutivo belga: non sono riusciti a prender Salah, che nell’immaginario collettivo ha assunto ormai i superpoteri di Flash Gordon. L’allerta resta al livello quattro, le scuole sono chiuse, i centri commerciali anche, la metro non funziona, si consiglia di lavorare da casa.

Dopo una notte insonne, vengo svegliata da un giornalista della BBC, che mi chiede se ho voglia di parlare di quello che sta succedendo su Radio 2. Acconsento, mentre cerco – invano – di collegarmi all’email del lavoro. Internet è lentissimo, il server dell’amministrazione per cui lavoro non riesce ad accomodare le richieste dei tanti utenti che hanno optato per il teleworking.

Passo la pausa pranzo in diretta col giornalista della BBC, che mi fa notare you are very nervous. Inizio a capire che è vero: sono nervosa, sono spaventata, sono arrabbiata, sono confusa, sono preoccupata da questo flusso incostante di notizie appena accennate, da queste continue allusioni a minacce di cui non può dirsi di più. A casa non ho più latte, non ho più uova, non ho più pane, ma non me la sento di uscire: la mia strada continua ad essere gelida, silenziosa e vuota.

Passo il pomeriggio a lavorare distrattamente e ad aspettare una conferenza stampa prevista per le 17h30 che non arriva. La giornalista inizia a parlare, il collegamento salta o viene interrotto. L’intero Paese, questo piccolo Paese di undici milioni di abitanti, tre lingue ufficiali, ventotto nazionalità europee, una grossa fetta di emigrati arabi e turchi di seconda e terza generazione, aspetta, col fiato sospeso. Le notizie non sono buone: l’allerta rimane al livello quattro – un numero che assocerò sempre sinesteticamente al colore giallo, che segnala il livello di allerta nelle istituzioni UE, e all’insicurezza e all’ansia di questi giorni. Le scuole restano chiuse. La metro continua a non funzionare. Oscure minacce continuano a incombere sui suoi cieli gelidi.

Bruxelles si prepara ad affrontare la sua quarta giornata di blocco. È una città sempre più stanca, sempre più confusa, sempre più rassegnata all’inevitabile. È una città in attesa di qualcosa che deve succedere, ma che non si vorrebbe mai vivere.

Io mi preparo ad affrontare la quarta giornata di blocco. Cercherò di uscire di casa, cercherò di raggiungere l’ufficio, con un nodo allo stomaco, un stretta al cuore davanti a queste strade desolate, bagnate di pioggia e di silenzio. Non voglio ricevere una telefonata come quelle madri, quelle figlie, quelle mogli di Parigi. Non voglio dover scrivere una di quelle lettere piene di dolore e di compassione e di perdono che persone più grandi, più mature e più forti di me sono riuscite a scrivere dopo quel maledetto 13 novembre, perché non sono grande, né forte, né matura, e non ho confidenza con la paura, né col dolore.

Solitamente dedico il mio fine settimana alla lettura. Questa settimana non ho letto niente, se non le notizie. C’è una poesia di Prévert che mi gira in testa da sabato mattina, Prévert che amava la vita e Parigi e l’amore:

Oh Barbara 

che cazzata la guerra. 

Che cazzata la guerra, che cazzata ogni guerra, che cazzata questo silenzio che si porta via la babele di chiacchiere dei ragazzi per strada il sabato sera, dei bambini nei parchi la domenica mattina anche quando fa così freddo che io, da buona mediterranea, mi nasconderei sotto il piumone ad aspettare tempi migliori.

Bruxelles è una città sospesa, un animale nascosto nell’ombra che ansima, spaventato, e spera di riuscire a sfuggire ai colpi del cacciatore.

 

 

Manuela La Gamma, da poco entrata negli enta, vive a Bruxelles da sei anni e lavora per le istituzioni europee. Si diletta a scrivere di letteratura su ophelinhapequena.com